Il termine francese defaillance ha un’assonanza onomatopeica; evoca un mancamento momentaneo simile a quello della persona disorientata per aver dimenticato qualcosa di importante. L’ambascia di scoprire di aver vissuto in una bolla già diventa più altisonante: artificiosamente potremmo chiamarla metafinzione, comunque l’effetto allarmante non cambia.
La sonorità dello spagnolo sinfín (senza fine) dal suono falsamente cinese (unisce due concetti contrari: la vacuità di senza e il limite di fine) è allo stesso modo ugualmente spiazzante specie se riferita alla vita umana. L’impatto sarà di portata rivoluzionaria.
Andiamo per ordine. Giovane, frequentai l’Alliance Française nei mitici anni '70 del secolo scorso, nella sede di Boulevard Raspail a Parigi. Due fattori, l’età e il momento storico, non furono affatto secondari nella mia vita. I ricordi sono ancora pulsanti, oltre che vivi. Tuttavia, il numero civico, per quanto emblematico, mi sfuggiva.
Vent’anni dopo tornai sui miei passi in occasione di un lungo soggiorno di lavoro. Un fine settimana, avvicinandomi al luogo dei miei trascorsi giovanili, trovai il portone chiuso. Non era quello che mi aspettavo; lo ricordavo sempre spalancato. All'epoca si poteva frequentare la mensa studentesca a pranzo e cena sette giorni su sette. Il mio pensiero volò immediatamente ai quartieri a nord di Parigi, le cui coordinate venivano già tracciate quando ero lì residente. Supposi: un altro trasferimento verso la periferia!
Ritornando docilmente in hotel, l’idea si concentrò sul portone chiuso e sul citofono laterale con codici alfanumerici. Forse è un bene, pensai: la mente aveva trovato rifugio nella possibilità di conservare intatti quei ricordi, senza alterazioni, senza il fastidioso fenomeno proustiano di vederli ridimensionati - cosa ben nota a chi, dopo aver letto Alla ricerca del tempo perduto, ha poi visitato i luoghi descritti. Tradotto in termini attuali: allora finsi di aver dimenticato la password.
Quindi, tutto bene? Come dicevo, di quel luogo mitico ricordavo tutto, tranne il numero civico. Ed ecco, anni dopo, sorgere dal nulla la non felicissima idea di chiederlo a una IA. Questa mi precisa che la scuola per antonomasia della lingua francese, istituzione culturale di livello mondiale, si trova tuttora in Boulevard Raspail. Civettuola chiarisce, senza che io lo chiedessi: l'ingresso è al numero 101 bis di rue du Cherche-Midi. Vale a dire, la via laterale dell'edificio. Ne deduco che non si sarebbe mai spostata; pertanto, era lì quando anni fa tentai di farvi visita, ed è ancora lì se decidessi di visitarla di nuovo.
Benedetta IA: a me mancava un solo pezzo del puzzle per rinvigorire il mio ricordo, e la sua irruzione indesiderata mi scompagina tutto il quadro. A questo punto, non so se aggrapparmi all'idea del trasferimento della scuola fuori Parigi – una mia creazione – o fare un'escursione di pochi giorni per rimuovere il pensiero molesto... eh però, vale la pena? Dopo anni vissuti in una bolla di ricordi, seppur un po' sfumati, assumerebbe la connotazione di un viaggio di penitenza.
“Le informazioni fornite hanno scopo puramente informativo…”, quasi dimenticavo il disclaimer; la IA dice anche che il mio cruccio potrebbe dipendere da una sua insita defaillance.
Incerto, la mente ancora tra le nuvole alla ricerca di come meglio preservare il ben dell’intelletto oltre che il passato, mi imbatto nel mattone Sin Fin (senza fine). Che diventerà, in breve tempo, la password di una nuova epoca. Ripartenza incerta, ma la rotta è segnata: sarà l'Aldilà, vaticina Martín Caparrós, per coloro che non vogliono più vivere di qua… Micidiale! Tratta del trasferimento di un cervello umano, deperibile, a un cervello digitale perenne. Avevo incontrato Caparrós, a inizio del 2000, nel suo viaggio all'inferno attraverso cinque continenti; e l’avevo lasciato a sera in un ristorante di Marrakech, trafelato, dove coppie di turisti stavano cenando a lume di candela: rammento che all'improvviso tutti si voltarono a guardare l'intruso, mentre lui, strafottente, si accomodava stanco dell’estenuante viaggio.
Ora Martín Caparrós mi catapulta mezzo secolo in avanti, in un viaggio verso il futuro (siamo intorno al 2070), e dal futuro osserva la frenesia passata in cui l'eleganza consisteva nel mostrare disprezzo per come ci ha fatti madre natura: votati ad assumere tratti fisici che ognuno desiderava. La novità, la genialità sarà la conversione di una esistenza finita in una vita infinita, programmata a scelta e a gusto di ciascuno: il raggiungimento di un 'sin fin'.
Il lascito è un frutto tardivo per quanti sono sorpresi con tempi e mezzi risicati. All’inizio sarà solo una chimera per pochi eletti. Offrirà, quasi in extremis, la soluzione in/giusta – l’eterno paradiso – a ospiti straricchi dei centri geriatrici, recalcitranti nei confronti del comune destino, dipendenti dalle innovazioni se non proprio dai miracoli della farmacologia, collegati da sempre con le cinghie di trasmissione del potere pur di rimanere saldamente al di sopra del verminaio umano. Aggrappati alla vita, non esiteranno a raccogliere il fatidico invito: la boa di salvataggio è quella di depositare il cervello, il proprio sé, in mani esperte capaci di assicurare loro la sopravvivenza foriera di sogni e aspettative future, in altre parole la continuità. Tutt’altra musica per i millenium, la generazione Z e quelle successive, con pròtesi alle orecchie, protesi all’ascolto di The Killers, Britney Spears, Daddy Yankee, Shakira... Preminente è diventato l’ascolto a scapito della lettura. Propizio giunge l’invento digitale 'sin fin' per rimanere, senza affanni, immersi in quel mondo di suoni e immagini ai più tanto congeniale.
Il progresso nella sostituzione di p/arti mancanti e nel rimodellamento dei corpi nelle fattezze desiderate ha spalancato la strada al cambiamento radicale; scartato l’involucro che custodiva l’anima, la mente trova rifugio in una esistenza digitale senza limiti. Peccato per la vita dei nonni, dei genitori e quanti non avranno avuto la medesima possibilità di trasferire l’essenza della propria vita nella dimensione 'sin fin'; ogni significato della passata esistenza andrà disperso. Soffi d’aria al vento.
A inizio secolo XX, un Signore fece costruire in una vallata (Crespi d’Adda) case circondate da orti per i suoi operai, affinché nel dopo-lavoro si dedicassero a coltivare ortaggi, invece di trascorrere il tempo in combutte da bar seguite da lotte sindacali. A inizio secolo XXI sorsero dal nulla social media, miniere di bit e land digitali coltivabili sul proprio smartphone: tutti connessi, singolarmente, nel quasi totale isolamento (quasi vanificate le rivendicazioni collettive). A secolo inoltrato, ecco manifestarsi alla portata di ciascuno l’agognato premio post-mortem in precedenza monopolio delle religioni monoteiste; la meta – condensata nel binomio immortalità e paradiso – assume ora forma digitale: scartato il corpo, si salvaguarda l’intelletto. (Rimane il dubbio per l’agnostico inclinato a dubitare: ad accogliere l’indomito spirito umano ci saranno urne o vasi comunicanti?). Nell’attesa, a nulla servono ulteriori controlli di laboratorio per conservarsi in salute, quando l’eternità è alla portata di tutti. Intanto i filosofi avranno dato fondo alle loro congetture: la materia ha ceduto il passo alla dimensione virtuale.
Mai nella storia la rivoluzione fu così sconvolgente: un cambio epocale alla stregua dell’estinzione dei dinosauri – semmai si incontreranno resti fossili per registrare tale cambiamento.
La Terra ringrazia: sarà un pianeta rinato quando milioni e milioni di persone si saranno trasferite nella Terra promessa.