Mentre ci illudiamo, mentre veniamo portati a credere, che ciò che si sta affermando sia una svolta diventata necessaria, destinata a consolidarsi grazie alle scelte prese per renderla stabile, perdiamo completamente di vista che non c’è alcuna concezione del mondo, del tempo, dell’economia ecc. che si possa considerare stabile, progressiva, inevitabile.
È vero il contrario, tutto sempre sovrapporsi, intricarsi, convivere, interferire e nessun futuro è di per sé inevitabile. Non lo è un futuro senza storia in un momento nel quale la storia sembra avere il sopravvento e dimostrare la sua forza sotterranea profonda; non lo è il fascismo emergente ovunque nel mondo occidentale che si affianca all’autoritarismo di tante parti del mondo.
Le tante crisi che stiamo vivendo, che generano malessere e ansia in tutto il mondo occidentali, ma sangue e morte sui tanti fronti di guerra aperti, suggeriscono quanto sia crescente la necessità di (ri)trovare forme di collaborazione globale come unica soluzione per provare ad affrontare crisi profonde e forse già diventate ingestibili come quella derivata dal continuo innalzamento delle temperature sul pianeta terra. La soluzione perseguita da molto oggi sembra invece quella che prevede di mettere al riparo i paesi più ricchi, facendo pagare tutte le conseguenze ai paesi più poveri, preparando in questo modo le nuove guerre che emergeranno.
Molti sceinziati considerano già persa la battaglia contro la catastrofe ambientale, ma stiamo anche perdendo la battaglia per un futuro di pace. Servirebbe (ri)definire nuove strategie, abbandonare quelle fin qui praticate, tirare il freno e provare a ragionare, facendolo insieme e non in contrapposizione ad altri. La strategia comune dovrebbe prevedere azioni utili a prepararsi ai vari stati di emergenza in arrivo, a predisporre quanto serve per bloccare sul nascere i tanti pericoli che si stanno palesando all’orizzonte. Un modo per impedirli potrebbe portare a darli per inevitabili. Provate a immaginare quanto paradossale ma utile avrebbe potuto essere dare per scontata e inevitabile la guerra corrente in Iran, in modo da agire seriamente e con determinazione per impedirla davvero. Il non averlo fatto oggi ci mette nella condizione di essere semplici osservatori, forse anche complici, di un disastro incombente, che non si limiterà all’Iran ma si estenderà in tutto il mondo.
Per tornare all’ologramma. Quello proiettato oggi su un pianeta divenuto per molti piatto, essendo stato ridotto a una semplice mappa geopolitica bidimensionale, è l’ologramma del tecnocapitalismo corrente, teleologico tanto quanto lo è tecnologico. È un ologramma persistente, frutto di uno sviluppo ritenuto lineare, che non tiene in alcuna considerazione i tanti possibili scenari alternativi che si sarebbero potuti creare se solo si avessero usati occhi diversi (quantistici?) per guardare alla realtà in modo diverso e dare forma a ologrammi differenti.
Non esiste un unico ologramma, non esiste un’unica realtà, la realtà che emerge si porta comunque appresso, retrospettivamente, tutte le altre realtà possibili che hanno lasciato e lasciano le loro tracce nel risultato che si è affermato. Queste tracce potrebbero servire a comprendere tutte le possibilità andate perdute e a modificare la visione delle varie olografie che potremmo farci di ciò che avrebbe potuto accadere e non è accaduto.
Questa capacità di guardare indietro tenendo in conto le possibilità non realizzate può essere visto come un modo per superare la percezione diffusa attuale di essere diretti tutti verso una catastrofe globale, verso il crollo del nostro mondo. Situare in modi diversi i fatti del passato ci potrebbe permettere di cambiarne i significati e di (ri)valutarne il ruolo e l’importanza avuta nel (ri)definire il nostro presente, condizionandone gli scenari futuri.
Sembrerebbe tutto abbastanza semplice ma non lo è. Siamo dentro una realtà ologrammatica e diventati ologrammi (profili digitali, virtuali) noi stessi. Ne deriva una crisi più grande di quelle che stiamo tutti sperimentando. E’ la crisi della scelta, della capacità di fare delle scelte, della responsabilità che serve per farle. All’apparenza percepiamo di poter essere liberi e di poter fare qualsiasi scelta, in realtà siamo sempre più bloccati, condizionati e manipolati nel farne una. Siamo costantemente chiamati e decidere su questioni di fondamantale importanza per la nostra vita e per quelle delle generazioni a venire, ma siamo sempre più frustrati. Abbiamo la netta percezione che qualunque sia la nostra scelta responsabile, nulla eviterà il caos emergente, nulla eviterà le conseguenze nefaste che da esso emergeranno. Il tutto aggravato oggi dalla presunzione di onnipotenza di molti, in particolare delle classi politiche e tecnocratiche che hanno il controllo del mondo, proprio mentre le scelte che vengono fatte dimostrano tutta l’impotenza, la paura, la semplificazione, l’autoritarismo, che queste scelte sostengono.
Anche per questo l’immagine dell’ologramma ci ricorda quanto queste scelte siano contingenti, inadeguate e forse sbagliate. Lo sono di certo se non viene riscoperto il ruolo delle tante possibilità inscritte in ogni realtà, mai definitiva ma sempre in mutamento, in costante metamorfosi. Per continuare a praticare la speranza e a rimanere fiduciosi non sembra esserci alternativa possibile se non quella di assumersi le nostre responsabilità verso il futuro riconoscendo i limiti delle scelte fatte e che hanno portato alla realtà del momento. Oggi evidenziata in forma di evento dalla scelta di attaccare l’Iran da parte di due nazioni che credono di essere nel giusto e nella parte giusta della storia lineare che credono di avere imastito. Senza riflettere adeguatamente su quanto accaduto nel passato, ad esempio nella seconda Guerra Mondiale, e sui suoi olocausti.