Go down

La fonte principale per scrivere questo racconto è stato l’articolo di Cary David Stanger “A Haunting Legacy: The Assassination of Count Bernadotte” pubblicato sul Middle East Journal nel 1988.


Yitzhak tamburellava con l’unghia sulla pancia metallica dell’arma scaldata dal sole di tutto il giorno. Bella bestia, bella bestia, pensava. Maschinpistole MP 40 di fabbricazione tedesca con innesto antirinculo a forcella e bretella in cuoio di capra sarda. Con l’altra mano pizzicava le cinghie tirate sul cofano della jeep a mo’ di corda di basso per improvvisare un accompagnamento ritmico completo. “Vieni dentro e mettiti seduto deficiente”, aveva detto Joshua dal sedile posteriore mentre soffiava il fumo della sigaretta tra il labbro e un dente che aveva sporgente, come una zanna di porco. La sera prima c’era stato del vino sul tavolo e un gran parlare di complotti e ritardi e traditori bastardi. “L’ho visto in foto”, aveva detto Yitzhak, “lo riconosci dal naso dritto e l’occhio stretto, ma per sicurezza chiedigli il nome.” Bernadotte, Folke, conte di ramo cadetto, c’ha detto? La sera prima avevano fatto venire tre cocotte dal suk di Gerusalemme e avevano cantato inni licenziosi e parlato fitto e pareva che la gloria non avesse mai visto tempi migliori. “Ogni cosa a suo tempo”, aveva detto Joshua, “e poi l’hai sentito Shamir, tanto vale tirarli giù tutti”, e sia benedetta la mano che se li prende, aveva detto, e poi avevano brindato. “Vieni dentro deficiente” “Cos’è? Stanno chiamando?” C’erano tre uomini nella pattuglia, Yitzhak, Joshua e il terzo era Avraham che stava seduto al volante con la radio trasmittente sulle ginocchia per captare all’istante l’ordine d’attacco. Avevano tutti e tre una camicia color cachi come quella dei soltati israeliani e Shamir aveva detto che c’erano altre pattuglie, sette, una rete fitta stesa sulla città, e sette talpe nella tana delle Nazione Unite nel vecchio edificio della YMCA, che tanto non si sapeva ancora che era un posto da checche, e appena il conte si muoveva chiamavano la jeep più vicina e quella andava dritta all’ammazzo. “No, non hanno ancora chiamato, ma tra poco chiamano sicuro, sono passate le quattro e sta dentro da mezzogiorno, che cosa deve fare? il pranzo di matrimonio?” Joshua fumava soffiando il fumo dalla zanna di porco. Avraham aspettava e Yitzhak tamburellava. “Com’è essere un eroe Joshua?” “Stasera siamo tutti eroi Yitzhak. Oggi si spara e stasera si scopa.” Avevano riso contenti. “Eretz Yisrael, fratello, dal Nilo all’Eufrate.” 

Quel giorno era il 17 di settembre del ’48, a Gerusalemme c’era il sole e il conte Folke Bernadotte, Mediatore delle Nazioni Unite per il negoziato della tregua, era atterrato allaeroporto di Qalandiyya, 10 chilometri a nord della città. L’avevano caricato su una macchina corazzata messa a disposizione dal governo giordano e si erano diretti all’edificio della YMCA per pranzare. Per strada un cecchino aveva sparato, sbagliando. Erano arrivati in tempo, avevano mangiato ed erano subito usciti di nuovo per un sopralluogo. Alle 15 e un quarto erano rientrati per scrivere una lettera ufficiale di protesta, per via dell’intensa presenza di soldati israeliani in area neutrale, e pochi minuti prima delle 17, a bordo di tre ben riconoscibili vetture delle Nazioni Unite, avevano lasciato l’edificio della YMCA per raggiungere il quartier generale della tregua. Tre macchine in fila, e Bernadotte nell’ultima, seduto dietro.

“Bzzz, sono usciti ora, in direzione Katamon, bzzz, una processione di tre vetture, bzz il conte nell’ultima, sedile posteriore.” Con una mano Yitzhak teneva forte la mitraglietta, con l’altra il telaio del parabrezza. “Ci siamo! Ci siamo!” gridava mentre la jeep rimbalzava sulla strada sgangherata e a ogni “ci siamo” una boccata esagerata d’aria gli entrava nei polmoni. “Tieni a posto la testa” aveva detto Joshua, “devi stare in campana se no poi fai cazzate.” “Fanculo, stasera tutti eroi Joshua.” “Ascolta deficiente, devi stare a fuoco. Fatti in testa il film dell’azione. Intanto che Avraham chiede i documenti tu giri dietro alla macchina e quando senti sparare, spara alle gomme. La jeep la piantiamo davanti ma non devono ripartire. E non dire una parola, fa parlare solo Avraham. Mi hai capito?” “Sì, sì. Non sono scemo.” “Ridimmi che cosa devi fare.” “Devo stare zitto e devo sparare alle gomme.” “Bravo, non fare cazzate, non cercare di sparare ai coglioni che stanno dentro. Avraham chiede i documenti e io faccio il mio. Poi mi dovete coprire per un minuto mentre scappo a piedi. Lo sai contare un minuto in testa Yitzhak?” “Uno due tre” “Più lento deficiente, fa milleuno, milledue, va bene? Hai capito?” “Capito, milleuno, milledue” “E allora basta. Fanculo tutti, stasera tutti eroi.” La jeep rimbalzava svelta e si erano messi a cantare e poi a gridare come maiali impazziti e sentivano la gloria che pulsava nelle vene e non avevano mai visto tempi migliori. “Eretz Yisrael, fratello, dal Nilo all’Eufrate.”  

Quel giorno era il 17 di settembre del ’48, c’era il sole e il NYT diceva che era stata una giornata tesa, la peggiore dalla tregua di luglio, la legione araba spingeva sul settore Nord e il ministro degli esteri israeliano aveva dichiarato che la commissione per la tregua costava un milione di dollari al mese. Gerusalemme e Tel Aviv erano tappezzate di locandine “A casa Bernadotte, Stoccolma tua, Gerusalemme nostra” e c’era anche una vignetta con un grande calcio in culo a far volare dritto il conte di ramo cadetto. Chissà se la sentiva, Bernadotte, la mano fredda sulla schiena. 

Avevano intercettato le tre vetture arrivandogli da dietro. Le avevano superate di lato e cinquanta metri più avanti, dove la strada s’ingozzava in mezzo alle case strette, avevano fatto manovra per girare la jeep in direzione opposta. Erano scesi col motore acceso borbottante e si erano messi in linea retta sul resto della carreggiata. “Adesso in campana gioventù. Come te la senti Yitzhak? Tutto a posto?” “Tutto a posto.” Avevano fatto passare le prime due macchine “Avanti avanti.” La terza l’avevano fermata, documenti. Il conducente si lamentava in ebraico e Avraham controllava lento. Prendeva tempo per fare allontanare le prime due vetture. Yitzhak guardava Avraham e poi guardava Joshua e poi guardava Avraham ancora e poi guardava la mitraglietta che teneva in mano Maschinpistole uragano e i copertoni neri della macchina corazzata con targa diplomatica e poi guardava Joshua che aveva infilato la canna nello spazio tra il vetro e il tettuccio e BAM e aveva sparato e avevano cominciato tutti e tre a sparare e l’urto delle esplosioni gonfiava nelle orecchie e pulsava le vene e Yitzhak mitragliava raffiche a livello dei copertoni muovendosi di lato attorno alla vettura. “Bastardi, bastardi, bastardi” gridava. Intanto ballava Bernadotte sul sedile posteriore e il sangue schizzava sui finestrini. Faccia dritta e becco di pennuto, conte di ramo cadetto, c’ha detto? Bernadotte. BAM BAM BAM BAM BAM BAM sei colpi nel petto. 

Il giorno dopo era il 18 di settembre del ’48, a Gerusalemme cera ancora il sole e il NYT titolava che c’era stata un’imboscata e il conte e lOsservatore ONU André Serot, seduto a suo fianco, erano rimasti ammazzati, e un portavoce del gruppo Lehi dichiarava soddisfazione. Poi la solita rassegna di preoccupazione e disdegno internazionale, ma nessuna indagine, nessuna pallottola raccolta, nessuno fermato, neppure fu isolato dalla polizia il luogo dell’attentato, e anche quando, per far contenti gli Svedesi incazzati, due dirigenti del Lehi erano stati arrestati, tra l’altro per reati neanche legati all’ammazzamento del conte, tutto era sfumato in un niente, perché il giorno del processo era anche il giorno delle prime elezioni del Knesset e uno dei due era stato eletto, immunità parlamentare, e l’altro, nell’entusiasmo generale,  graziato.

Avraham guidava e Yitzhak era sdraiato sullo schienale della jeep con le mani incrociate dietro la testa e un piede piantato sul cruscotto. Avevano lasciato le mitragliette sul sedile posteriore ed erano eccitati e di buonumore. “Però forte Joshua,” aveva detto Yitzhak, “si crede un cazzoemezzo, ma forte. Lo sai com’è che si è fatto il nome?” “Com’è?” “Ha salvato il culo a Shamir quando l’avevano preso gli Inglesi. Si son travestiti da militari polacchi per scappare. Che storia dev’essere stata. Però oggi anche meglio. Hai visto come li faceva ballare? Pareva una festa in macchina non fosse stato per il sangue sul lunotto.” “Sei un deficiente Yitzhak.” “Tu non hai visto niente, ho visto che non guardavi.” “Fanculo.” L’aria calda del pomeriggio cominciava a cedere alla frescura dolce della sera. Avraham guidava stringendo le dita sul volante, Yitzhak guardava il fumo che arossava dietro i tetti e i lampi sui vetri rotti. “Sai cosa mi piacerebbe Avraham?” “Cosa Yitzhak?” “Mi piacerebbe dormire con una stasera.” “Avrai una donna Yitzhak.” “Non dico quello. Vorrei dormire con una tutta la notte, dirle buona notte e buon giorno domani mattina.” “Stasera ci divertiamo Yitzhak, non ti devi preoccupare.”

Il 19 di settembre del ’48 Truman porgeva le condoglianze di stato alla vedova del conte e il NYT scriveva che nella sinagoga tra la 65a e la 5a il rabbino aveva condannato il mondo intero per lassassinio commesso. Bernadotte, conte di ramo cadetto. Dal ‘43 era stato vicedirettore della Croce Rossa svedese e quando la seconda guerra stava per finire e il baffetto sera messo a svuotare i campi perché gli invasori non scoprissero cosa ci teneva dentro, Bernadotte aveva accordato con Himmler un piano segreto di scambio, prigionieri crucchi contro anime dannate. Aveva fatto pitturare la croce giallo-azzurra svedese sul tettuccio bianco di 55 camionette, per non farle bombardare dagli aerei alleati, e con quelle su e giù per il Reich ne aveva tirati fuori 20 mila da Neuengamme, Ravensbrück, Terezín, Sachsenhausen, Dachau, Mauthausen e di questi almeno mille e cinquecento che erano ebrei e forse per quello lo avevano messo a guidare il negoziato, ma non gli era bastato.

Quella sera Joshua non si era fatto trovare nel posto accordato e senza Joshua non sapevano come contattare Shamir e neanche il resto della banda. Allora erano tornati all’appartamento della sera prima. Tutto chiuso, chiuse anche le finestre. “Fanculo Shamir il Lehi e la rivolta, si faranno sentire loro quando ne avranno voglia.” Erano scesi in una taverna coi muri grossi e una tenda rossa sulla porta. Un posto di lusso dove non erano mai entrati. Avevano bevuto e pagato e poi una diceva che Yitzhak era un deficiente, uno sfigato. Yitzhak diceva dell’altro e alla fine si erano menati con quattro soldati in licenza.

Yitzhak Ben Moshe, Joshua Cohen, e Avraham Steinberg erano nel gruppo paramilitare Lehi, che prima si chiamava Stern Gang e che poi era stato più o meno assorbito dal Likud. Yitzhak Shamir era il capo militare del Lehi. Bella carriera politica Shamir, gran successo. In parlamento dal ’77, ministro degli affari esteri con Begin dall’80 all’86 e due volte capo di governo, dall’83 all’84 e dall’86 al ’92. Un appunto sul diario di Ben Gurion, datato 19 settembre 1948, metteva in relazione Joshua Cohen allassassinio di Bernadotte. Secondo la biografia pubblicata e diversi altri resoconti, Joshua avrebbe rivelato a Ben Gurion di essere stato luccisore di Bernadotte.

“Eretz Yisrael, fratello, dal Nilo all’Eufrate.” 


Note

La fonte principale per scrivere questo racconto è stato l’articolo di Cary David Stanger “A Haunting Legacy: The Assassination of Count Bernadotte” pubblicato sul Middle East Journal nel 1988. Oltre a questo, ci sono riferimenti ad articoli del New York Times (NYT) del 17, 18 e 19 settembre 1948 e altre notizie sono state recuperate online, soprattutto dalla pagina inglese di Wikipedia. La serata di Yitzhak e Avraham alla taverna e altri dettagli minimi sono stati inventati. André Pierre Serot, anche lui morto nell’attentato, aveva combattuto contro l’occupazione nazista in Francia. Sua moglie, Berthe Grünfelder, era stata deportata dalla Gestapo a Ravensbruck nel ’43 e liberata da Bernadotte nel ’45. Da allora Serot e il conte erano rimasti buoni amici.

Pubblicato il 05 marzo 2026

Matteo Dalla Riva

Matteo Dalla Riva / Professore di matematica per l’Università di Padova