Mi volto e non vedo nessuno che mi corre dietro. Voi? C’è qualcuno o qualcosa che vi sta correndo dietro? Giratevi e verificate. Lo chiedo perché una delle narrazioni globali odierne si basa sull’idea di usare la tecnologia per semplificare, fare prima, ottimizzare.
Tutto è fatto, così sembra, per farci risparmiare tempo. Perché? Ci manca forse il tempo? Ho sempre pensato e ho scritto in molte mie opere, perché questo è un tema a me caro, che il tempo non esiste o che se esiste non è una realtà oggettiva che con un frustino ci costringe a tenere certi ritmi. Siamo noi, o dovremmo essere noi, a governare il tempo e l’unico tempo che conta è quello interiore ovvero quello che dovremmo ascoltare per gestire il rapporto con la realtà. Crediamo che ci manchi il tempo mentre in verità permettiamo solamente ad agenti esteriori di rubarcelo. Tuttavia, per puro esercizio speculativo, ammettiamo per un secondo che la tecnologia faccia effettivamente risparmiare tempo. Bene: cosa fare con questo tempo in più? Io non vedo, tra i presunti risparmiatori di tempo, individui che usano questo tempo regalato per approfondire i rapporti umani, per aiutare gli altri, per riflettere più a fondo su sé stessi e magari scoprire e coltivare parti di sé nuove oppure dedicarsi ad esercitare la propria creatività.
Io vedo invece questo tempo extra usato per abbruttirsi e rincoglionirsi ancora di più, molto spesso proprio dietro a quelle tecnologie che dovrebbero fare risparmiare tempo laddove invece lo rubano. La dipendenza e il ricablaggio cerebrale che questi strumenti creano dovrebbero essere sotto gli occhi di tutti. Dovrebbero essere denunciati e fermati. E mi spiace essere fra i pochi a farlo. Anche se mi prendo volentieri questa incombenza.
È un peccato che la lezione di Emanuele Severino, l’unico filosofo italiano del secondo novecento di statura mondiale, non sia affatto conosciuta né messa in pratica. Severino sosteneva, e questo molto prima degli ultimi sviluppi della tecnologia, che la tecnica da mezzo era diventata fine.
Se davvero usassero la tecnologia invece di venirne usati, le persone potrebbero davvero, in maniera intelligente, cominciare percorsi di crescita intellettuale, emotiva, personale.
Invece questo non accade. Perché? Non ci sarà per caso un meccanismo perverso che non si dovrebbe avere paura a smascherare? Non vedete anche voi come la tecnologia ha come effetto lampante non già quello di migliorare gli individui ma piuttosto quello di renderli più passivi, pigri, superficiali, ottusi, isolati, apatici, autistici, slegati (ma non liberi perché essere slegato da ogni cosa non è libertà)? Persone che accumulano quintali di informazioni ma che poi non elaborano per trasformarle in conoscenza. Lo fanno fare a un processore, non rendendosi conto che la conoscenza non è elaborazione di dati, ma approfondimento e impegno.
È insopportabile il sentimento di ineluttabilità e di inevitabilità legato al progresso tecnologico. Un tempo ANANKE indicava il fato legato a volontà più o meno soprannaturali. Ma nel caso della tecnologia siamo noi gli artefici e quindi non c’è nessuna necessità, nessun ananke che tenga. Possiamo decidere noi quanto bene o male faccia e cambiare. Non è qualcosa calata dall’alto su cui non abbiamo controllo. C’è chi fa in modo di far credere a tutti che non abbiamo controllo ma non è così. Riappropriamoci della nostra umanità.
Molti si chiederanno come mai ce l’abbia così tanto con la tecnologia. Che mi avrà mai fatto la tecnologia? A me personalmente nulla perché so difendermi, ma purtroppo vedo i danni che fa a chi non sa o non vuole difendersi. Premesso che io credo che nessuna cosa sia in sé buona o cattiva ma dipende solamente dall’uso che facciamo, il motivo per cui critico non già la tecnologia ma QUESTA tecnologia è semplice: perché è anti umana, perché è responsabile di dividere e isolare gli individui, perché UMILIA le tante capacità cognitive che come esseri umani abbiamo e abbiamo costruito nei secoli (vogliamo parlare di quelle mnemoniche?), perché appiattisce ogni cosa, perché illude senza creare nulla.
Byung-chul Han la dice così:
L’aspetto emotivo è essenziale per il pensiero umano. La prima immagine di pensiero è la pelle d’oca. Proprio per questo l’intelligenza artificiale non può pensare, perché non le viene la pelle d’oca. Le manca la dimensione affettiva e analogica, quel senso di profonda commozione che dati e informazioni non riescono a portare con sé. Il pensiero ascolta, anzi origlia, tende l’orecchio. L’intelligenza artificiale è sorda. Non percepisce quella «voce».
I versi di una poesia ci regalano veramente tempo, quello che vale davvero. Il tempo della riflessione. Perché nei versi di una poesia può nascondersi la risposta che cercavamo. Perché nel leggere una poesia si compie un osmosi fondamentale: il passaggio tra il tempo dell’autore e quello del lettore. Un vero SCAMBIO che non ha niente a che vedere con l’anonimo scambio che avviene attraverso la tecnologia.
Vivere significa scambiarsi e donarsi. C’è un’immagine che mi tormenta e mi addolora. Un’immagine quotidiana perché la vivo tutti i giorni, più volte al giorno, se ho più classi. L’immagine è questa: a metà lezione quando dico ai miei studenti che è arrivato il tempo di fare una pausa, tutti, praticamente in SIMULTANEA, tirano fuori il proprio smartphone e rimangono appiccicati allo stesso per la durata della pausa. Potrebbero usare quel tempo per parlarsi, per condividere qualche pensiero sul contenuto si spera interessante della lezione, per conoscersi meglio, per guardarsi. Invece si ignorano completamente, proiettati in un mondo tutto loro, isolato da tutto il resto. Attenzione, quasi per tutti si tratta di studenti ventenni brillanti e con un grande potenziale. Ma se la tecnologia fa questo su tali soggetti, cosa fa su tutti gli altri? Guardo questi studenti e provo a immaginare il futuro perché il futuro sono loro. Che futuro potrà essere?
Non c’è poesia in questi atteggiamenti perché non c’è scambio, né incontro e nemmeno emozione.
La poesia può aiutarvi a tirarvi su quando siete a terra. Non so se si può dire lo stesso della tecnologia.
I poeti amano. Io amo.