Intervista ImPossibile a Martin Heidegger (IIP #25)

L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una rivoluzione tecnologica. In realtà, la sua portata pare riguardare più il modo in cui una civiltà interpreta sé stessa. Non siamo soltanto di fronte a nuovi strumenti, ma a una trasformazione che ridefinisce il rapporto tra linguaggio, conoscenza, decisione e immaginazione. L’AI non si limita a produrre immagini o testi, prevede comportamenti, legge il reale in cui tutto tende a presentarsi come dato. In questo contesto la tecnica diventa l’ambiente dentro cui viviamo. Quando il mondo viene progressivamente interpretato come flusso di informazioni elaborabili, anche l’essere umano rischia di essere letto nello stesso modo. Perciò, la questione diventa che cosa accade a una società quando il pensiero viene assimilato al calcolo. Non riguarda soltanto ciò che possiamo fare con le macchine, ma il modo in cui esse riconfigurano l’idea stessa di esperienza e responsabilità. Martin Heidegger, con Essere e tempo ha riportato al centro l’esperienza concreta dell’esistenza, l’essere umano come apertura al mondo. Nei suoi scritti successivi ha individuato nella tecnica moderna un modo di rivelare il mondo, un dispositivo che tende a trasformare ogni cosa in risorsa disponibile e calcolabile. Ha chiamato questo processo Gestell, l’impianto che dispone il reale come fondo da sfruttare. Rileggere oggi quelle pagine significa accorgersi che la logica descritta da Heidegger trova nell’intelligenza artificiale una delle sue forme più compiute, non perché avesse previsto computer e algoritmi, ma perché aveva colto la struttura profonda della civiltà del calcolo, una civiltà in cui il linguaggio rischia di diventare puro scambio di informazioni e l’umano una funzione tra le funzioni. Intervistare Heidegger oggi significa riportare l’AI dentro una storia lunga del pensiero occidentale e restituirla alla sua dimensione più radicale per verificare se le sue categorie siano ancora capaci di illuminare il presente.

La costruzione dell’ovvio

Questo articolo nasce da un percorso di ricerca autonomo, non lineare, guidato dal desiderio di comprendere i meccanismi attraverso cui il pensiero collettivo si forma e diventa senso comune. L’incontro con il pensiero di Serge Moscovici non è avvenuto all’interno di un programma universitario strutturato, ma attraverso un’esplorazione indipendente, resa necessaria dal confronto con il dibattito pubblico contemporaneo. Il testo non intende offrire un’esposizione specialistica, ma una chiave di lettura: rendere visibili i processi attraverso cui ciò che è complesso viene reso familiare e ciò che viene discusso diventa ovvio.

La poesia che salva le parole

"Nell’era delle macchine-IA le parole sono diventati semplici oggetti inanimati usati per comporre artefatti di frasi, persino per comporre articoli, tesi universitarie e libri.  In questa realtà diventata palude, stagno plumbeo ristagnante e pieno di sabbie mobili, la poesia è un’ancora di salvezza, l’appiglio che salva dall’inferno e dalle sabbie mobili.  La poesia di questi tempi è come un argine alla brutalità della realtà corrente, alla volgarità della lingua esercitata sulle piattaforme cosiddette social, al malessere che tutti coglie per le continue crisi che caratterizzano il tempo recente.  La poesia è anche una finestra di riflessione, ci spinge a rallentare, alla riflessione, a ricercare l’autentico che c’è in noi, a non dilapidare il suo valore, delegandolo a entità esterne e straniere come le IA.  La poesia è futuro, per questo fuori contesto nel presentismo corrente. Chi è immerso nel presente non pianta semi, la poesia lo fa, non si preoccupa del raccolto, la poesia al raccolto di senso sempre conduce, è fatta per incidere, trasformare chi legge, rimanere, predisporre altri raccolti a venire.  In tempi complessi ad elevata entropia e criticità, disumani,  la poesia è una boccata di ossigeno, aiuta a carezzare le parole, a ridare loro un senso, a riscoprire la loro capacità di esprimere il nostro umano sentire." (Carlo Mazzucchelli)

IA come agente linguistico ed economico

Il rischio è una società formalmente governata dagli esseri umani, ma sostanzialmente diretta da Intelligenze Artificiali, con un progressivo svuotamento della sovranità democratica e della responsabilità politica. Senza questa riflessione, l’ascesa dell’IA non sarà solo tecnologica, ma una trasformazione silenziosa delle categorie stesse con cui pensiamo l’umano.

Da Brain rot a Rage bait. Le parole del presente: linguaggio, esperienza, mondo

Un’analisi critica delle parole che hanno segnato il discorso pubblico anglofono tra il 2024 e il 2025, da brain rot a rage bait. Il testo ricostruisce il passaggio da una parola che nominava un disagio cognitivo diffuso a termini che rendono leggibili i dispositivi emotivi, relazionali e comunicativi della cultura digitale contemporanea, mostrando come il linguaggio non si limiti a descrivere il mondo, ma contribuisca a strutturarne l’esperienza.

How AI-generated prose diverges from human writing and why it matters

IA generative e umani ormai si imitano a vicenda. Molti umani però non si rendono conto che la loro imitazione non è altro che il risultato dell'imitazione delle IA che utilizzano. Ne deriva un quadro deprimente, tragico, di persone che si credono intelligenti ma lo sono sempre meno, e di intelligenze artificiali che nel frattempo diventano (forse) più intelligenti, sicuramente sempre più brave ad imitare il comportamento e "l'intelligenza)" degli umani. Tutto ciò, chi non condividesse la riflessione qui proposta, è chiamato a riflettere su come i prodotti elaborati dalle IA in risposta alle domande degli umani vengano riprodotti e condivisi sulle piattaforme social. L'IA ha un suo linguaggio, un suo stile, dei tic(toc) sintattici e algoritmici che stanno cambiando il linguaggio, lo stile di scrittura e le abitudini personali di moltitudini di persone. Un lavoro di ricerca condotto da Marina Adami e pubblicato su Reuters Institute spiega molte cose, suggerisce innumerevoli spunti di riflessione, in una parola fa riflettere, insegna anche a usare con maggiore intelligenza le IA generative.