PARTE I — IL CONCETTO
Il vuoto fertile: definizione operativa
"Trenta raggi convergono nel mozzo, ma è il vuoto al centro che rende utile la ruota. Si plasma l'argilla per farne vasi, ma è il vuoto dentro che li rende utili. Si aprono porte e finestre per fare una stanza, ma è il vuoto dentro che la rende abitabile." (-Tao Te Ching, cap. 11-)
La forma esiste per creare e proteggere quello spazio vuoto. Il vuoto non è semplice assenza ma capacità: lo spazio dove qualcosa può accadere, maturare, emergere. Fritz Perls riprende proprio dalla filosofia orientale questo concetto nella terapeutica gestaltica: il vuoto fertile è il momento in cui il paziente abbandona schemi abituali senza averne ancora di nuovi, uno spazio di disorientamento produttivo dove può emergere l'insight genuino.
il vuoto fertile è il momento in cui il paziente abbandona schemi abituali senza averne ancora di nuovi
Il vuoto fertile è l'intervallo non ottimizzato dove il pensiero sedimenta, dove l'esperienza si stratifica, dove il tempo passato, quello presente e quello futuro coesistono nella coscienza invece di cancellarsi reciprocamente.
È il tempo del tornare, del ripensare, del lasciare incompiuto per permettere trasformazione.
PARTE II — SFONDO TEORICO
Questa parte sintetizza le lenti che il saggio utilizza per leggere le trasformazioni della temporalità nella tarda modernità. Le tesi di questi autori sono state sviluppate altrove, qui vengono richiamate per funzione: mostrano cosa sta succedendo al tempo prima che l'IA generativa lo radicalizza.
Bergson: durata e tempo spazializzato
Henri Bergson (1889) distingue il tempo spazializzato, la linea divisa in segmenti uguali e misurabili, il tempo dell'orologio e della fabbrica, dalla durata (durée), il tempo vissuto della coscienza come flusso continuo e indivisibile.
La durata è come una melodia: le note si succedono cronologicamente, eppure le cogliamo le une nelle altre, ogni nota porta in sé l'eco di quelle precedenti e l'attesa di quelle successive. Non sono punti separati su una linea, ma flusso in cui passato, presente e futuro coesistono. Bergson osserva che la percezione umana del tempo viene gradualmente riaddestrata a percepire questo flusso come sequenza di istanti separati e misurabili. Questa trasformazione del rapporto con il tempo avviene nelle fabbriche con le sue microazioni cronometrate, nel cinema che ricostruisce il movimento attraverso singoli fotogrammi, nell'orologio sincronizzato che abolisce il tempo locale[1].
Questa tensione resta rilevante oggi perché l'intelligenza artificiale generativa porta all'estremo proprio il modello del tempo spazializzato che Bergson aveva già identificato.
l'intelligenza artificiale generativa porta all'estremo proprio il modello del tempo spazializzato
Leonardo: documento, non modello
Leonardo da Vinci non teorizza il vuoto fertile né la durata, ma il suo metodo di lavoro ne è l'incarnazione. Lavora sulle stesse opere per decenni: la Sant'Anna, mai conclusa; la Gioconda, continua a modificarla fino alla morte nel 1519. Quando torna sulla tela, passato, presente e futuro non sono separati ma stratificati.
La memoria di ciò che ha dipinto anni prima si intreccia al gesto della mano oggi, all’intuizione di dove l’opera può ancora andare. Giulio Carlo Argan, nella sua Storia dell’arte italiana, descrive il paesaggio della Gioconda come natura naturans, natura che si genera continuamente: opera che non si fissa mai in forma definitiva ma rimane in perpetuo divenire, portando in sé il tempo stratificato del suo farsi. Il risultato manifesta una relazione col tempo che oggi stiamo perdendo: la capacità di abitare la durata invece di attraversarla soltanto.
nell'era delle macchine stiamo perdendo la capacità di relazionarci al tempo abitandone la durata invece di semplicemente attraversarla
Non uso Leonardo come modello normativo di scelta consapevole, sarebbe anacronistico. Lo uso come documento: il suo metodo ci mostra cosa accade quando il tempo di un processo non può essere compresso. La differenza cruciale con il nostro presente è questa: Leonardo non sceglie deliberatamente di abitare il vuoto fertile, i vincoli tecnici del suo tempo lo impongono, ma osservare i risultati di quell'abitare forzato ci permette di capire cosa stiamo perdendo. Non possiamo replicare i suoi vincoli, né sarebbe desiderabile ma possiamo scegliere deliberatamente di rallentare, consapevoli che quella scelta produce effetti qualitativi documentabili: stratificazione, profondità, trasformazione. La differenza cruciale è che per noi è scelta, e questo comporta responsabilità. Leonardo non poteva fare altrimenti, noi sì.
Questa differenza tra necessità strutturale e scelta consapevole è il nucleo di questo saggio. Non propongo di tornare ai vincoli tecnici del Rinascimento, ma di osservare i risultati che quei vincoli producevano per capire cosa stiamo perdendo quando li eliminiamo.
IL MONDO CONTEMPORANEO
Rosa: il ciclo dell'accelerazione e la perdita di risonanza
Hartmut Rosa, in Accelerazione e alienazione (2013), teorizza l'accelerazione come fenomeno strutturale della modernità, distinguendone tre forme interconnesse: l'accelerazione tecnica (trasporti, comunicazione, produzione), l'accelerazione del cambiamento sociale (istituzioni e relazioni che mutano sempre più in fretta) e l'accelerazione del ritmo di vita (la compressione degli episodi d'azione per unità di tempo). Il dramma moderno risiede nel ciclo di feedback tra queste forme: l'accelerazione tecnica, che prometteva di "liberare tempo", in realtà aumenta le aspettative di produzione e la velocità del cambiamento sociale. Per non restare indietro, l'individuo è costretto ad accelerare il proprio ritmo di vita. È quella che Rosa chiama la "corsa in discesa per restare sul posto": corriamo non per andare avanti, ma per non essere espulsi.
La conseguenza esistenziale è la perdita di risonanza: la capacità di entrare in una relazione trasformativa con il mondo. La risonanza richiede "indisponibilità" (Unverfügbarkeit): necessita che il mondo opponga resistenza, che abbia un tempo proprio non ottimizzabile. L'accelerazione sistematica, rendendo tutto immediatamente disponibile, trasforma il mondo in una risorsa "muta" da gestire efficientemente.
Per non restare indietro, l'individuo è costretto ad accelerare il proprio ritmo di vita, smarrendo la capacità di entrare in una relazione trasformativa con il mondo
Costello: quando la durata si svuota in proliferazione
Eamon Costello (2023) analizza come questa colonizzazione del tempo si manifesti nel linguaggio stesso. Descrive la lettura esattamente come Bergson descrive la melodia:
"Non importa chi o cosa abbia scritto queste parole. Quando leggiamo, non possiamo ricordare con precisione cosa è successo poche righe prima e non abbiamo idea di cosa accadrà nelle righe successive, ma continuiamo comunque, finché sentiamo che si sta facendo un progresso."
Come le note musicali per Bergson, come gli strati di colore sulla tela di Leonardo, ogni parola porta in sé l'eco delle precedenti e l'attesa delle successive. Passato, presente e futuro coesistono nel flusso della lettura.
Ma qui sta il problema: l'IA generativa sfrutta proprio questo meccanismo per produrre testo che ci trascina parola dopo parola perché grammaticalmente plausibile, senza che sedimenti nulla. Costello introduce il concetto buddhista di Papañca (proliferazione mentale caotica) per descrivere questo output: un "chiacchiericcio" che somiglia alla durata ma è solo sequenza vuota — ciò che Harry Frankfurt definisce bullshit, discorso indifferente alla verità che punta solo alla plausibilità statistica.
Il rischio ontologico è sostituire il processo con l'output. Delegando la scrittura, non risparmiamo tempo — saltiamo l'unico spazio in cui il pensiero si chiarifica: lo sforzo dell'espressione.
Crary: Il capitalismo 24/7 e l'abolizione dell'intervallo
Jonathan Crary, in 24/7. Il capitalismo all'assalto del sonno (2013), descrive il capitalismo contemporaneo come un sistema che tende a un funzionamento incessante, abolendo le pause cicliche (notte/giorno, lavoro/riposo) a favore di un flusso continuo di stimoli. Il "24/7" non è solo un orario, è una condizione temporale: il "presente continuo". Il sonno rimane l'ultimo baluardo biologico di resistenza, l'unico tempo non produttivo e non sorvegliabile che il sistema cerca di erodere.
Han: la società della prestazione e l'auto-sfruttamento
Byung-Chul Han, in La società della stanchezza (2010), analizza il passaggio dalla società disciplinare (fondata sul divieto e la coercizione esterna) alla società della prestazione (fondata sull'imperativo positivo del "puoi" e sull'auto-ottimizzazione).
Il soggetto contemporaneo non è più costretto dall'esterno ma si auto-sfrutta credendo di realizzare la propria libertà. L'ottimizzazione diventa forma di dominio più efficace della coercizione perché è interiorizzata, volontaria, esperita come scelta. Han scrive: "L'eccesso di lavoro e prestazione si acuisce in un auto-sfruttamento. Questo è più efficiente dello sfruttamento da parte di altri, poiché va di pari passo con il sentimento di libertà.
Il soggetto contemporaneo non è più costretto dall'esterno ma si auto-sfrutta credendo di realizzare la propria libertà.
PARTE III — LA TESI: IL SALTO DELL'IA GENERATIVA
Rosa e Crary descrivono l'assedio esterno al tempo: accelerazione e abolizione degli intervalli. Costello mostra la corruzione interna: come il linguaggio stesso venga svuotato dalla delega sistematica. L'intelligenza artificiale generativa radicalizza entrambi i processi in un colpo solo.
Elimina la resistenza.
Rosa dice che il mondo deve opporre resistenza per trasformarci. L'IA rimuove proprio questa resistenza: testo o immagine istantanei, senza conflitto con la materia, senza errore, senza fatica. L'utente riceve un oggetto finito senza essere stato trasformato dal processo di crearlo.
Svuota il linguaggio.
Come mostra Costello, l'output dell'IA è Papañca perfetta: proliferazione che sembra pensiero ma è solo plausibilità statistica. Non si forma comprensione, solo consumo di sequenze grammaticali.
Abolisce l'attesa.
Crary parlava dell'eliminazione di ogni intervallo. L'IA elimina l'ultimo che restava: quello tra domanda e risposta. Lo spazio mentale dell'attesa, del dubbio, della maturazione, il momento in cui non sappiamo ancora e dobbiamo tollerarlo viene abolito. Il "presente continuo" diventa "presente assoluto": flusso di istanti discreti dove non c'è più durata vissuta, ma solo output immediato. Si può usare come metafora del tempo l’orologio digitale che, rispetto a quello di cui parla Bergson fermo sulla lancetta, non mostra nemmeno il movimento. Solo numeri che saltano: 14:23 → 14:24 → 14:25. Istanti discreti che si sostituiscono. Ogni momento cancella il precedente senza lasciare traccia. È, appunto, il presente assoluto: pura successione di "ora" separati, senza memoria, senza durata.
PARTE IV — DELEGA QUOTIDIANA E COSTRUZIONE CULTURALE
Il paradosso di Jevons e l'illusione dell'efficienza
Prima di analizzare la delega specifica all'IA, è necessario comprendere un meccanismo più generale evocato da Rosa e Costello, un vero e proprio paradosso che governa le nostre risorse da quasi due secoli: quando una tecnologia rende l'uso di una risorsa più efficiente, non ne consumiamo di meno, ma paradossalmente di più. È il paradosso di Jevons (1865). Rosa e Costello descrivono dinamiche analoghe applicate al tempo e alla cognizione: l'automazione non libera affatto tempo, ma aumenta le aspettative di produzione. Ogni guadagno di efficienza viene immediatamente riassorbito da un innalzamento dello standard atteso.
l'automazione non libera affatto tempo, ma aumenta le aspettative di produzione
Lo stesso meccanismo si applica ferocemente al tempo. Ogni tecnologia inventata per "risparmiare tempo" in realtà non fa che alzare la soglia di ciò che ci si aspetta di fare in quel medesimo intervallo. La lavatrice non ci libera dall'incombenza del bucato: innalza semplicemente lo standard igienico, portandoci a lavare tutto quotidianamente. L'automobile non ci libera dalla fatica del camminare: dilata a dismisura le distanze, trasformando il tragitto casa-lavoro da due chilometri a piedi a cinquanta in auto.
Disponiamo oggi di una capacità produttiva che supera enormemente quella di qualsiasi società precedente, assistiti da una schiera invisibile di macchine che lavorano per noi. Eppure, non usiamo questa potenza per avere più tempo libero. Perché? Perché c'è un doppio prezzo da pagare.
Primo: si alzano le aspettative.
Secondo: lavoriamo per mantenerle. Il costo non è solo economico. Questi "aiutanti meccanici" non sono gratuiti: mangiano elettricità, bevono benzina, richiedono manutenzione, aggiornamenti, abbonamenti. Il paradosso è completo: finiamo per lavorare di più proprio per pagare le tecnologie che dovrebbero farci lavorare di meno. Ogni guadagno di efficienza viene così immediatamente riassorbito da nuovi costi e nuove aspettative. Possiamo quasi definirla una forma di schiavitù circolare. L'utente non è un "beneficiario" dell'IA, diventa la sua infrastruttura di supporto vitale. Lavoriamo per generare i dati che ci sostituiranno e paghiamo l'abbonamento per farlo, il passaggio dalla 'società disciplinare' alla 'società della prestazione'. Non serve più un padrone esterno che ci costringa al lavoro; siamo noi stessi i nostri aguzzini. In questa schiavitù circolare, l'auto-sfruttamento viene vissuto come libertà e l'efficienza algoritmica come progresso. Paghiamo per la nostra stessa obsolescenza, diventando — per citare Han — 'carnefici e vittime di noi stessi' in un sistema che non tollera più il vuoto, ma solo il consumo ininterrotto.
Non è un destino tecnico ineluttabile, ma una trappola culturale che ci siamo costruiti, acquisto dopo acquisto, abbonamento dopo abbonamento. Se il tempo è diventato una risorsa troppo scarsa per essere abitata, cerchiamo di "comprarne" ancora delegando i nostri processi cognitivi alle stesse macchine che hanno accelerato il sistema. Passiamo dalla delega del braccio (la lavatrice) alla delega della mente (l'app).
L'utente non è un "beneficiario" dell'IA, diventa la sua infrastruttura di supporto vitale
La pervasività della delega
La delega permea ogni aspetto della vita quotidiana:
- L'assistente vocale gestisce la casa (luci, temperatura, promemoria, acquisti)
- L'auto suggerisce il percorso senza che ci si chieda più dove si sta andando
- L'agenda digitale ci dice quando siamo liberi e quando non lo siamo
- È il contapassi a stabilire se abbiamo camminato abbastanza invece di ascoltare il corpo
- L'app conta le calorie invece di sentire quando siamo sazi
- L'algoritmo di streaming sceglie cosa guardare («scelto per te») invece di decidere attivamente
- L'IA scrive email, riassunti, relazioni, talvolta anche pensieri
L'erosione invisibile: le conseguenze cumulative
Le conseguenze di questa delega sistematica non sono immediate, ma cumulative. Non ci si sveglia un giorno improvvisamente incapaci di leggere un romanzo; ma dopo mesi di riassunti istantanei e sintesi algoritmiche, la capacità di sostenere l'attenzione su narrazioni complesse si atrofizza silenziosamente. Allo stesso modo, non si perde di colpo la capacità di relazionarsi; ma dopo anni in cui ogni conversazione è mediata da schermi e ogni vuoto è riempito da notifiche, la capacità di sostare nell'incertezza dell'altro, di tollerare i silenzi imbarazzanti e di ascoltare senza preparare già la risposta, si indebolisce fino a scomparire.
Le prove empiriche
Sebbene l'IA generativa sia troppo recente per avere dati longitudinali definitivi, i meccanismi neurologici della delega sono già documentati. Uno studio dell'Università di Austin (Ward et al., 2017) ha dimostrato che la semplice presenza di uno smartphone sul tavolo, anche se spento e a faccia in giù, riduce significativamente la capacità cognitiva disponibile («Brain Drain»). Una parte del nostro cervello è costantemente impegnata a resistere all'impulso di controllarlo, sottraendo risorse al pensiero profondo. Parallelamente, le neuroscienze dello sviluppo mostrano che l'esposizione precoce agli schermi nei bambini (specialmente prima dei tre anni) si correla con una ridotta capacità di attenzione sostenuta e un minore sviluppo delle aree legate all'empatia e alla comprensione narrativa.
Il risultato finale è paradossale: abbiamo guadagnato tempo grazie all'efficienza delle macchine, ma abbiamo perso gli organi mentali per abitarlo. È come aver comprato un biglietto per un concerto ma aver perso l'udito lungo la strada. Il tempo c'è, è lì davanti a noi, ma non possiamo più goderne, perché viverlo pienamente richiederebbe una mente ancora capace di elaborare complessità, tollerare la lentezza e abitare il vuoto.
abbiamo guadagnato tempo grazie all'efficienza delle macchine, ma abbiamo perso gli organi mentali per abitarlo.
Il test dell'eliminazione: uso vs dipendenza
Non si tratta di demonizzare le app o l'IA. Si tratta di distinguere tra uso consapevole e dipendenza strutturale. La domanda secondo me è questa: se da domani questa app o questa IA venisse eliminata, potrei comunque continuare a vivere tranquillamente?
Se la risposta è sì: l'app delegava qualcosa che potresti ancora fare, te ne andresti senza traumi, allora non c'è problema. Usi la calcolatrice anche se potresti fare i conti a mano. Usi il GPS anche se una volta trovavi la strada da solo. Usi l'IA per scrivere una bozza anche se potresti scriverla tu. Sono strumenti che amplificano capacità già presenti. Non ti trasformano in qualcosa di diverso da quello che eri.
Ma se la risposta è no: se scopri che senza l'app non sai più come fare X, se il bambino senza tablet non sa più giocare da solo per venti minuti, se senza l'IA non riesci più a elaborare un pensiero complesso, allora non si parla più di strumento, ma di dipendenza. La capacità era stata delegata così completamente che ora non torna indietro facilmente.
Questa distinzione non è sempre netta. Ci sono zone grigie: il GPS che hai usato così a lungo che l'orientamento spaziale si è indebolito, anche se non è sparito completamente. L'IA che hai usato così tanto per scrivere che ora le tue prime bozze sembrano pallide rispetto a ciò che il sistema ti dava. Il punto non è la perfezione ma la consapevolezza.
Alcune deleghe sono solo pratiche, altre sono abitudini che ci cambiano
Esistono deleghe legittime che semplicemente risparmiano tempo meccanico:
- Correzione ortografica: non toglie capacità di pensare
- Ricerca fattuale veloce: «Quando è nato Napoleone?» → utilità pura
- Calcoli ripetitivi: la calcolatrice non ti rende meno intelligente
- Per persone neurodivergenti: IA che libera davvero
Ma esistono deleghe che modificano strutturalmente il modo in cui pensiamo:
- Delegare la comprensione di un testo complesso: chiedere il riassunto invece di sforzarsi di capire
- Delegare le relazioni: chiedere all'IA «cosa rispondere a questa persona» invece di sentire cosa vuoi dire tu
- Delegare l'educazione dei figli: tablet invece di presenza, algoritmi invece di ascolto
La differenza è semplice: ciò che ti trasforma richiede di essere attraversato, non bypassato.
La dimensione politica della delega quotidiana
E qui entra la dimensione politica. Perché questa domanda non riguarda solo la vita individuale. Se noi affidiamo la nostra vita all'IA, l'educazione dei figli, la gestione della casa, le decisioni quotidiane, perché l'economia e la politica non dovrebbero fare lo stesso? Se la delega è normale per noi, diventa normale per il sistema. Se deleghiamo l'elaborazione del pensiero a un algoritmo, perché un'azienda non dovrebbe delegare le decisioni sull'occupazione a un algoritmo? Perché una politica economica non dovrebbe delegare il destino di migliaia di persone a un sistema che «ottimizza»?
Non è retorica. È logica diretta: se accettiamo per noi stessi che la delega totale sia normale e desiderabile, non possiamo poi lamentarci quando il sistema la applica su scala industriale.
Le scelte quotidiane costruiscono cultura. La cultura rende possibili o impossibili le scelte collettive.
Le scelte quotidiane costruiscono cultura. La cultura rende possibili o impossibili le scelte collettive. Ogni delega è un voto, non consapevole, non esplicito, ma reale ed efficace, per un tipo di mondo. Negli anni '90–2000, la normalizzazione del «rispondere sempre alle email» ha reso culturalmente accettabile che le aziende si aspettassero disponibilità costante. Nessuno ha «votato» per abolire il diritto alla disconnessione, ma milioni di persone che rispondevano a email serali hanno costruito un'aspettativa sociale che poi è diventata policy aziendale. Il diritto alla disconnessione (legge francese 2017) è stata una risposta politica a quella deriva culturale.
Questa non è colpa individuale. È osservazione strutturale: senza un cambiamento nelle pratiche quotidiane concrete, anche la migliore regolamentazione politica rimarrà inefficace, perché si scontrerà con un'aspettativa sociale già normalizzata. La politica emerge dalla cultura. E la cultura si costruisce con le pratiche quotidiane di milioni di persone.
Esistono deleghe strutturali che non si possono evitare: chi lavora tre turni per pagare l'affitto ha margini diversi. Ma anche quella persona può scegliere l'agenda cartacea per la vita fuori dal lavoro, può sentire il corpo invece del contapassi, può guardare un bambino negli occhi invece di dargli un tablet. Queste scelte non richiedono privilegio economico ma attenzione e intenzionalità, sono accessibili e sono politiche.
PARTE V — COME RIABITARE IL VUOTO FERTILE
Data questa diagnosi strutturale, perché propongo pratiche individuali? Perché la cultura si cambia dal basso, per accumulazione di micro-resistenze che si normalizzano e diventano massa critica. Gli esercizi che seguono non sono soluzioni complete, ma esperimenti per renderci consapevoli di ciò che stiamo perdendo e per costruire, pezzo per pezzo, un'alternativa praticabile. Come le email serali hanno costruito l'aspettativa di disponibilità permanente, così pratiche di lentezza deliberata possono costruire l'aspettativa opposta: che esistano zone protette dove il vuoto fertile è legittimo. Il vuoto fertile non è morto, è cambiato il modo di abitarlo. Dobbiamo scegliere deliberatamente ciò che nell'epoca di Leonardo era necessità strutturale. La lentezza è diventata una tecnologia che dobbiamo (re)imparare.
A) Pratiche individuali
Non teoria. Esercizi concreti, replicabili, verificabili.
ESERCIZIO 1 — Il test dell'eliminazione (pratico)
Per capire dove sei nel rapporto con la tecnologia, prova questi tre esercizi:
La settimana senza IA generativa
Per sette giorni, non usare IA generativa per nessun compito che potresti fare da solo: scrivere email, cercare informazioni, elaborare testi. Usa ancora il motore di ricerca se serve, ma non chiedere a nessun sistema di pensare per te.
Osserva: ti senti limitato? Frustrato? O scopri che era possibile tutto il tempo? La risposta ti dice dove sei nel meccanismo della delega.
Un giorno senza schermi per i bambini (per chi ha figli piccoli)
Per un giorno intero, non dare dispositivi elettronici ai bambini. Nessun tablet, nessun telefono, nessun video.
Osserva: come si comporta il bambino nei primi trenta minuti? Nell'ora successiva? Dopo due ore? Cosa inventa? Dove cerca conforto? Cosa emerge quando il vuoto non viene riempito istantaneamente?
Non è esercizio punitivo ma osservazione. Serve sapere dove si trova il bambino nel rapporto con lo schermo.
L'agenda cartacea per una settimana
Scrivi a mano la tua agenda per sette giorni. Niente app, niente notifiche, niente promemoria automatici.
Alla fine della settimana: hai perso qualcosa di essenziale? O hai scoperto che avevi già tutto il tempo necessario, solo riempito diversamente?
ESERCIZIO 2 — Tollerare il non-sapere (adattato da pratiche contemplative)
Questo esercizio riprende pratiche meditative antiche (presenti in varie culture religiose e filosofiche) adattandole al problema specifico della delega cognitiva all'IA.
Setup: Identifica un problema irrisolto nel tuo lavoro o vita. Qualcosa su cui stai lavorando ma non hai ancora capito. NON un problema che puoi risolvere con una ricerca Google — qualcosa che richiede elaborazione interna.
Pratica:
- Siediti in silenzio, senza dispositivi, per 10 minuti
- Tieni il problema in mente senza cercare di risolverlo
- Ogni volta che la mente produce una «soluzione provvisoria» o vuole cercare informazioni esterne, nota l'impulso e torna al problema senza risolverlo
- Osserva il disagio fisico del «non sapere ancora»: dove lo senti nel corpo? Tensione, irrequietezza, urgenza?
Possibile progressione (basata su letteratura mindfulness: Kabat-Zinn, 1990):
- Giorni 1–2: Intollerabile. Il disagio è forte, il corpo si agita, la mente scappa
- Giorni 3–4: Il corpo si abitua, il disagio diminuisce, inizi a tollerare il non-sapere senza cercare immediatamente risoluzione
- Giorni 5–7: Possibile emergere di insight non forzato, non perché hai «trovato la soluzione» ma perché hai protetto lo spazio dove poteva emergere spontaneamente
Differenza da meditazione standard: invece di osservare il respiro, osservi specificatamente la tolleranza cognitiva all'incertezza, la capacità di sostare in un problema senza delegarne immediatamente la risoluzione a strumenti esterni (IA, Google, colleghi). Stai riaddestrandola mente a generare internamente invece che consumare esternamente.
Nota: questo non sostituisce la ricerca quando serve. Ma allena la distinzione tra «ho davvero bisogno di cercare informazioni» e «sto cercando per evitare il disagio del non-sapere».
ESERCIZIO 3 — La stratificazione (come Leonardo)
Prendi un'idea, un pensiero che vuoi sviluppare.
Scrivi 3 frasi a mano.
Chiudi il quaderno.
Non riaprirlo per 3 giorni.
Questa è la parte difficile: resistere all'impulso di riaprire subito, di continuare, di finire. Ma se continui subito, perdi la stratificazione.
Dopo 3 giorni, aprilo senza rileggere. Aggiungi 3 nuove frasi. Ripeti per settimane.
Ogni strato temporale porta un punto di vista diverso. Come Leonardo che tornava sulla Gioconda anni dopo e vedeva cose nuove, non perché la tela era cambiata ma perché lui era cambiato. Alla fine, il testo porta in sé la durata del suo farsi. Quando lo rileggi tutto insieme, vedi gli strati. Vedi come il pensiero si è sedimentato, trasformato, evoluto.
Variante digitale: puoi farlo al computer, MA salva ogni versione con data e non rileggere MAI la precedente quando aggiungi. Alla fine, confronta gli strati.
ESERCIZIO 4 — Scrittura con l'IA (ma diversamente)
Scenario: devi scrivere un testo importante — una tesi, un articolo, una relazione.
Metodo «efficiente»:
Raccogli materiali → chiedi all'IA di generare bozza → rifinisci → consegni. Tempo: 2 giorni.
Metodo che abita il vuoto fertile:
- Raccogli materiali. Leggili senza prendere note. Lascia sedimentare 2–3 giorni.
- Dopo qualche giorno, scrivi a mano i concetti chiave che emergono spontaneamente. Solo quelli che emergono. Lascia passare altri giorni.
- Solo DOPO scrivi la prima bozza al computer, SENZA IA. Questa parte è faticosa. Ci metti molto più tempo. Va bene.
- A questo punto, e solo a questo punto, puoi usare l'IA per verificare coerenza logica, trovare fonti che ti mancano, suggerire formulazioni alternative. Ma torni TU sulla bozza.
- Lascia sedimentare ancora. Riscrivi le parti che non ti convincono.
Tempo totale: 2 settimane invece di 2 giorni.
La differenza non è solo il risultato (che è migliore, più denso, più tuo). È che TU sei cambiato attraverso il processo. Hai stratificato pensiero, durata, comprensione. Non hai solo «prodotto un testo» — hai pensato. E il pensiero ti ha trasformato.
B) Pratiche collettive
La resistenza individuale non basta. Quando sei solo, il mondo ti schiaccia: le scadenze, le aspettative, l'efficienza richiesta. Il vuoto fertile diventa sostenibile quando è collettivo, quando lo spazio stesso protegge quella scelta che da soli non riusciamo più a fare.
Circolo del Vuoto Fertile
Questa pratica riprende tradizioni contemplative di gruppo (presenti in varie culture religiose e filosofiche) adattandole al contesto contemporaneo della resistenza alla delega tecnologica.
Un gruppo di persone (6–8) che si incontra regolarmente:
- Fase 1: Mezz'ora di silenzio assoluto. Siedono insieme nella stessa stanza. Nessuno parla. Nessuno fa nulla. Solo presenza condivisa.
- Fase 2: Condivisione lenta. Uno alla volta racconta un processo incompiuto. Qualcosa su cui sta lavorando ma non ha ancora capito. Gli altri ascoltano senza interrompere. Senza dare consigli, senza offrire soluzioni. Solo ascolto.
- Fase 3: Ognuno lavora su qualcosa di suo ma insieme nella stessa stanza. In silenzio. Presenza reciproca senza interazione.
I primi incontri saranno difficilissimi. Il disagio è palpabile. Ma dopo alcuni incontri, il gruppo si abitua. Il silenzio diventa spazio abitabile.
Laboratorio di Scrittura Stratificata
Un gruppo scrive sullo stesso tema per settimane (non nella stessa sessione):
- Ognuno scrive da solo
- Si scambiano i testi, li leggono in silenzio (nessuna discussione immediata)
- Dopo qualche giorno ognuno riscrive il proprio testo SENZA guardare la prima versione. Solo dalla memoria.
- Alla fine si confrontano le versioni: com'è cambiato? Cosa si è sedimentato? Cosa è emerso nel tempo?
Il testo finale porta in sé gli strati temporali. Come Leonardo sulla tela.
Cerchia di Lettura Profonda
Non è un book club dove si discute velocemente e si passa al libro successivo. È leggere UN SOLO LIBRO al mese.
- Ogni incontro si leggono poche pagine ad alta voce. Lentamente. A turno.
- Poi silenzio. Poi ognuno scrive una riflessione breve. Poi condivisione lenta.
- Mai correre verso la fine del libro. Il punto NON è «finire». Il punto è abitare il tempo della lettura.
Non è consumo culturale. È trasformazione attraverso la lettura condivisa.
Spazi fisici
Oltre ai gruppi, servirebbero spazi fisici dove il vuoto fertile sia possibile per struttura. Non perché lo impongono come regola, ma perché lo proteggono come scelta.
Questi spazi non sono utopie. Esistono già, ai margini:
- Biblioteche pubbliche dove il silenzio non è solo divieto ma ragione di essere lì. Nessun wifi, nessuna presa elettrica, solo tavoli e luce naturale.
- Spazi di coworking «lento» che stanno emergendo in varie città europee: luoghi dove si lavora senza connessione internet permanente, con orari limitati, con pause obbligatorie.
- Laboratori dove si fanno cose con le mani (ceramica, falegnameria) non per produrre oggetti ma per abitare il tempo del processo.
Cosa rende efficaci questi spazi? Tre principi:
- Esternalizzano il vincolo. Invece di dover decidere ogni volta «resisto alla tentazione», la struttura decide per te. Questo libera energia cognitiva.
- Normalizzano pratiche alternative. Non sei «quello strano che non risponde subito» — tutti fanno così. La scelta individuale diventa norma collettiva.
- Sono accessibili. Una biblioteca pubblica non richiede privilegio economico. Chiunque può sperimentare cosa significa abitare il vuoto fertile per alcune ore.
C) Verso una politica del tempo non ottimizzato
Alcuni di questi principi stanno già diventando proposta politica:
- Il diritto alla disconnessione (legge in Francia dal 2017) riconosce che la disponibilità permanente è forma di lavoro non retribuito e va regolamentata.
- L'esperimento della settimana di 4 giorni lavorativi in vari paesi (Islanda, UK, Spagna) parte da un principio: più tempo libero non si conquista con più efficienza ma con riduzione normativa del tempo lavorativo. Anche se poi bisogna fare attenzione a non riempire i giorni in cui non siamo a lavoro, ma abitare il vuoto fertile.
Queste non sono soluzioni complete, sono idee, direzioni possibili. Ma dimostrano che la resistenza può diventare strutturale invece che individuale, politica invece che moralistica.
CONCLUSIONE
Il vuoto fertile non è morto. È cambiato il modo di abitarlo.
L'intelligenza artificiale non è il nemico, ma strumento che può supportare il pensiero o sostituirlo, dipende da come la usiamo. La paura più comune verso l'IA è quella di essere sostituiti. Ma il problema non è la sostituzione, è la delega volontaria. Non ci sostituisce nessuno: siamo noi a consegnare, pezzo per pezzo, ciò che ci trasforma. Proteggere il vuoto fertile significa proteggere proprio questa capacità: quella di essere ancora cambiati dall'esperienza.
Possiamo usare l'IA come Leonardo usava la stessa tela: per tornare, per vedere come si è trasformata nel tempo, per intuire dove può andare. Il dialogo con l'IA può diventare stratificazione se si sceglie deliberatamente di farlo diventare tale.
La domanda non è se usare l'IA ma come usarla senza perdere la capacità di abitare la durata. Come delegare il meccanico preservando il trasformativo. Come essere veloci quando serve ma lenti quando importa.
E questa scelta, tra uso e delega, tra strumento e dipendenza, non è solo personale ma politica. Perché costruisce la cultura che rende poi possibili o impossibili le scelte collettive. La stanza è abitabile perché è vuota; la nostra vita è invivibile perché le "finestre" (gli schermi) sono costantemente pieni.
La scelta, tra uso e delega, tra strumento e dipendenza, non è solo personale ma politica.
Una risonanza silenziosa: Marina Abramović al MoMA
Nel 2010 Marina Abramović presenta The Artist Is Present al MoMA. La performance si svolge per tre mesi (dal 14 marzo al 31 maggio): l'artista siede durante gli orari di apertura del museo, per un totale di 736 ore e 30 minuti. I visitatori possono sedersi di fronte a lei, uno alla volta, in silenzio. Partecipano oltre 1500 persone.
Il dispositivo elimina ogni mediazione: nessuna parola, nessuna tecnologia, nessun frame interpretativo. Lo spazio tra i due corpi diventa vuoto fertile perché offre resistenza. In un mondo progettato per scivolare via senza lasciare traccia, la presenza nuda dell'altro oppone attrito. Non c'è output da consumare, solo tempo condiviso non ottimizzato dove può emergere risonanza non programmata, molti piangono, non per tristezza ma per sorpresa di scoprire che quel contatto è ancora possibile.
La performance non è modello replicabile, ma documento: mostra cosa accade quando il vuoto fertile viene protetto deliberatamente come spazio pubblico, accessibile a tutti. Basta sedersi e restare con la sola propria presenza.
Bibliografia
Fonti filosofiche e psicologiche
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Perls, F., Hefferline, R., & Goodman, P. (1951). Gestalt Therapy: Excitement and Growth in the Human Personality. New York: Julian Press.
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Arte e storia dell'arte
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Testi classici
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Economia ed energia
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Letteratura su accelerazione e tempo
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Frankfurt, H.G. (2005). On Bullshit. Princeton University Press. [Originale pubblicato 1985]
Riflessioni Stultifera sulla tecnologia
Stultifera Navis — Rivista online di riflessione critica sulla tecnologia, fondata da Carlo Mazzucchelli e Francesco Varanini. www.stultiferanavis.it
Mazzucchelli, C. Tecnoconsapevolezza e libertà di scelta (2019); Nostroverso. Pratiche umaniste per resistere al Metaverso (2023).
Varanini, F. (2019). Macchine per pensare. Un approccio umanistico all'intelligenza artificiale. Guerini e Associati.
Note
[1] Operazione necessaria poiché grazie al treno e altri mezzi di locomozione sempre più veloci, le persone si muovono e viaggiano sempre più frequentemente. Tutto ciò riguarda anche il trasporto di merci.