L’ho incontrato una mattina piena di sole in una calle a Venezia. La giornata era splendida, i colori del cielo e il profumo dei fiori indelebili.
Ho risposto al suo appello. Da allora lo considero un’anima vicina, un amico.
È forse il modo più onesto per presentare Lorenzo Mullon: non attraverso una scheda biografica, ma attraverso ciò che accade quando lo si incontra. Perché lui è questo, un incontro. Un triestino formato al Conservatorio che gira da anni tra piazze e giardini con fascicoli scritti a mano, e che pone ai passanti una domanda disarmante: «Vi piace la poesia?»
Stultifera Navis si occupa di ciò che resiste alla velocità, alla semplificazione, all’automazione del pensiero. E Lorenzo Mullon non è semplicemente un poeta: è una domanda filosofica che cammina.
In un’epoca in cui i contenuti si generano da soli e le parole si moltiplicano senza che nessuno le abbia davvero pensate, il suo gesto — offrire a uno sconosciuto un verso fatto a mano, in cambio di un’offerta libera — è un atto quasi anarchico.
La sua raccolta Da una trincea di vento (2018) porta nel titolo una condizione esistenziale: la poesia come rifugio che non ripara, come resistenza che non si impone. È anche l’autore di quello che viene considerato il componimento più breve del mondo: un apostrofo tra due spazi bianchi.
Tra le persone che ha incontrato nella sua vita c’è stata Alda Merini, che gli ha dedicato dei versi nella silloge postuma “Furibonda cresce la notte”, un riconoscimento che dice qualcosa sulla qualità dell’inopportunità:
quella del poeta che si presenta dove non è stato invitato, e che proprio per questo è necessario.
Lo abbiamo incontrato per capire cosa rimane dell’umano quando si toglie tutto tranne il segno.
Keren: Lorenzo, tu porti la poesia a chi non l’ha richiesta. In filosofia, il dono non sollecitato — da Marcel Mauss a Derrida — è il gesto che rompe l’economia dello scambio: non si può ricambiare, non si può ignorare del tutto. Cosa accade in quel momento in cui un passante si ferma? È un atto poetico, o è qualcosa di più antico e più urgente?
Lorenzo: Premetto che il poeta dovrebbe sempre rispondere a una domanda con una poesia. Oppure con il silenzio.
Il silenzio è la più elevata forma di risposta.
Il poeta trascrive l'ispirazione che riceve. È uno che prende nota di ciò che gli arriva e gli capita grazie a una regia occulta.
Non c'è quindi nessun merito nell'essere poeta, salvo la scelta di dedicare il tempo a questa fonte misteriosa.
Forse il poeta non dovrebbe avere nemmeno un nome proprio. Dovrebbe chiamarsi a seconda della poesia che sta annotando, in questo preciso istante. Dell'animale che passa, del vento che soffia, dell'astro che si manifesta ora in cielo, dell'albero che sta fiorendo adesso.
La mia attività in strada non è regolata dalla volontà. Mi sembra di essere in una bolla di sogno, e sono felice. In questo senso la poesia è davvero una via di liberazione, spirituale e materiale insieme.
Le persone si fermano e scattano una foto al tabellone con la poesia che appendo agli alberi. In inverno lo appendo all'ingresso di una galleria d'arte riscaldata che mi ospita. Mi avvicino alle persone che si fermano, e chiedo loro se desiderano un libretto. È una modalità semplicissima. Se accettano, chiedo loro di raccontarmi un sogno, un frammento di un sogno, qualcosa di strano che è capitato. Di dirmi una parola, o un desiderio, un augurio, un auspicio. Sulla base di ciò che esprimono, scrivo una dedica. Questa è la parte che mi piace di più. Nell'interazione con le persone succedono cose fantastiche. Mi sento davvero in presa diretta con me stesso, con gli altri e con la realtà tutta. È un miracolo. Poi mi danno qualcosa. I libretti li distribuisco a prezzo poetico, decidono le persone. Devo dire che in ventitré anni non mi è mancato mai niente. Durante il Covid le persone mi spedivano dei soldi per mangiare e vivere. Davvero carmina dant panem, la poesia dà il pane. Però bisogna affidarsi completamente, e non avere aspettative.
Keren: Il tuo libricino ha richiesto mani, tempo, scelta materiale. Byung-Chul Han parla di “scomparsa dei rituali” come perdita di quegli oggetti che mediavano tra noi e il senso. Il tuo fascicolo è un oggetto-soglia: si attraversa fisicamente prima ancora di essere letto. Come pensi il rapporto tra la fisicità della cosa e la verità del verso, e cosa si perde quando quella fisicità sparisce?
Lorenzo: La poesia deve unire spiritualità e materialità, altrimenti secondo me rimane incompleta. La poesia è formata solo apparentemente da parole, e comunque le parole sono solo simboli. C'è una profonda differenza tra il testo e la poesia. Per me la poesia è vita. Quindi i libretti fanno parte della vita vera, sono poesia, un ponte tra me e le persone, tra me e la realtà. Mi permettono di vivere concretamente.
Anche la fabbricazione dei libretti è poesia. E tutto avviene in una specie di ritualità, che mi dà gioia. Ogni fase della mia attività deve darmi gioia.
Keren: Il tuo componimento più noto è un apostrofo tra due spazi bianchi. Wittgenstein scrisse che di ciò di cui non si può parlare si deve tacere, ma tu hai scelto di rappresentare il silenzio con un segno, non di scomparire. C’è una differenza tra il tacere e il segnare il silenzio? Cosa fa quell’apostrofo che la pagina vuota non potrebbe fare?
Lorenzo: L'apostrofo offre una direzione alla pagina vuota. Quel testo è una specie di gioco, l'ho scritto osservando lo sbuffo di una nuvola, che disegnava appunto un apostrofo. Ma un mese fa ero sdraiato su un'amaca, pienamente rilassato, e mi è venuta una variante che mi piace ancora di più: tre spazi vuoti, «Una pausa tra due silenzi».
Il componimento più noto è però «Sono l'oceano», che viene insegnato da due anni nelle scuole, da due gruppi editoriali. È bellissimo quando si ferma uno studente, declamo «Sono l'oceano» e mi risponde che conosce la poesia, gliel'hanno insegnata in aula. È un'emozione fortissima. Ringrazio il cielo e la terra per questa fortuna. Tanti poeti giganteschi non l'hanno avuta in vita, non so come mai a me è capitata. Grazie.
Keren: Alda Merini ha vissuto la poesia come necessità assoluta — non come scelta, ma come condizione di sopravvivenza. Tu l’hai incontrata. Cosa rimane di quell’incontro? C’è qualcosa nella sua opera, o nella sua persona, che continua a lavorarti dentro — una domanda che non si è ancora chiusa?
Lorenzo: Una volta, a casa sua, sui Navigli, mi sono voltato verso di lei, e ho esclamato: «Ah mi scusi signora, forse ho le traveggole, forse non ho mangiato abbastanza, forse mi sta venendo l'influenza… Girandomi non ho visto lei, ma un'ombra e un filo brillante.» E la Merini: «Era ora Mullon, che lei vedesse la luce interiore!»
Con la Merini era sempre un cinema, paradossale divertente e profondo insieme. Avrei tantissimi episodi da raccontare.
sono al piú estremo che si può
tra il dentro e il fuori
su di una lama sottilissima
che separa il giardino del corpo dal mare
esattamente al centro
con il vetro degli occhi
a picco sull'anima