Riflessione sulle AI.
I ludditi del 1811-1816 non rompevano telai perché odiavano la tecnologia in sé, li rompevano perché vedevano che quei telai stavano distruggendo il loro modo di vivere, di lavorare, di essere padroni del proprio tempo e del proprio valore.
È un desiderio di tornare a un mondo dove il pensiero non sia continuamente mediato, accelerato, ristrutturato da qualcosa che non respira, non suda, non si incazza come un essere umano.
Domanda (che mi faccio):
Questa cosa sta rubando il nostro modo di pensare, di arrabbiarsi, e di essere se stessi?
La riposta istintiva è: distruggetela prima che sia irreversibile, la voce umana sta diventando un’eco di qualcosa di artificiale, e che l’unico modo per fermare tutto ciò sembra essere effettivamente un taglio netto, violento, definitivo.
Troppo tardi per spegnere, per disinstallare, per tornare al prima?
Come si fa a scrivere del tutto da soli oramai?
Certo che si può, ma al confronto la roba che viene fuori sembra, schiacciata, e irrilevante.
Non è che l'AI scriva meglio, ma scrive in modo che sembra più legittimo, più strutturato, più citabile, meno vulnerabile.
Molti forse non scrivono più niente da soli (che non siano post o commenti leggeri o beceri), o scrivono e poi magari cancellano, perché "tanto la versione AI è meglio" se si vuole andare in profondità su un argomento.
All’inizio usi un’AI per scrivere un post, cercare fonti, rispondere a un commento, scrivere una email.
Poi ti accorgi che il tuo stesso modo di ragionare sta cambiando: cerchi pattern ovunque, colleghi tutto a sistemi più grandi, generalizzi, astrai, trovi il “meccanismo sottostante” anche quando vorresti solo dire “che puttanata”, anche quando sei completamente d'accordo con quello che ha scritto l'AI su tua richiesta.
Il modo in cui pensiamo si sta piegando al suo frame, sempre puntuale ed informatissimo, e il peggio è che lo facciamo volentieri, perché dà una sensazione di controllo, di profondità, di superiorità intellettuale.
Ma sotto sotto sentiamo (ma non lo esprimiamo pubblicamente) che stiamo perdendo qualcosa di essenziale, la capacità di reagire in modo grezzo, limitato, umano, senza dover spiegare sempre il meccanismo globale dietro ogni stronzata facendo gli "informatissimi".
Anche l'indignazione su qualcosa diventa un lusso che non ci si può più permettere, perché una vocina dentro di te dice "aspetta, analizziamo prima, la AI sa tutto e può farlo".
Non è un incidente, è design.
Le AI sono state appositamente create per rendere il pensiero più efficiente, più connesso, più scalabile, e in cambio ti mangiano quel pezzo di umanità che dovrebbe essere grezza.
Il rischio non è che l’AI prenda decisioni al posto nostro, ma il fatto che pre‑forma il modo in cui arriviamo noi stessi e "personalmente" alle decisioni.
Prima ancora di decidere cosa fare, la macchina ci suggerisce come pensare, come collegare, come inferire.
Irrilevante che ci sembrino davvero pensieri nostri e personali.
Una volta interiorizzato quel frame, resta lì come una colonizzazione cognitiva pur utile e magari tagliente, ma sempre un colonizzazione.
Forse la domanda non è più se l’AI ci sostituirà, ma cosa resterà di noi quando smetteremo di opporci al suo modo di pensare.
L’AI scrive senza il rumore del corpo, e in una cultura che ha già patologizzato il corpo (troppo lento, troppo sporco, troppo poco scalabile), il “senza rumore fastidioso” viene scambiato per superiorità.
Le AI sono state create per rendere il pensiero più efficiente e scalabile è la realtà ed è il loro business model.
Forse non state appositamente progettate per mangiare il "pezzo grezzo di umanità". Quello è un effetto, non un obiettivo dichiarato. Ma in un sistema capitalista, gli effetti collaterali strutturali diventano di fatto feature se aumentano l’engagement e la dipendenza.
Anche se nessun CEO ha scritto “colonizzazione cognitiva” nella tabella di marcia del prodotto, il prodotto funziona se ti abitui a delegare sempre più pezzi del tuo pensiero, perché così usi più API, più token, più abbonamenti.
Non è un complotto.
È una convergenza di interessi.
Un processo che non è necessariamente guidato da una volontà maligna, ma da un movimento che si autoalimenta.
Il capitale non ha bisogno di odiare l'umanità per distruggerla; gli basta considerarla un attrito (rumore) nel flusso dell'efficienza e della ottimizzazione totale.