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Jonathan Crary vs Tristan Harris: Se il potere si costruisce oggi attraverso la progettazione dei comportamenti, quale spazio resta per una soggettività politica autonoma?

Chi decide cosa entra nel nostro campo visivo riguarda oggi le infrastrutture che organizzano la circolazione delle immagini. I contenuti passano attraverso sistemi che classificano e stabiliscono in anticipo cosa può emergere come rilevante e cosa resta fuori campo.
Anche il tempo davanti agli schermi viene progettato. I ritmi dell’attenzione, la sequenza degli stimoli, la possibilità di interrompere sono modulati da interfacce che costruiscono un flusso continuo. La scelta individuale rimane, ma si esercita dentro un ambiente già orientato.



Con l’intelligenza artificiale questa dinamica si intensifica. I sistemi producono e interpretano contenuti, prevedono comportamenti, ridefiniscono ciò che può essere visto e detto. Percezione, decisione e memoria tendono a intrecciarsi in un processo che anticipa le azioni prima che diventino consapevoli.
La regolazione non può limitarsi ai contenuti. Riguarda le condizioni stesse dell’esperienza, le infrastrutture che determinano accesso, visibilità, priorità.
In questo senso, il confronto tra Jonathan Crary e Tristan Harris tiene insieme due piani. Crary ricostruisce la storia dell’attenzione come dispositivo della modernità; Harris mostra come oggi venga progettata e sfruttata dalle piattaforme.
Per chi lavora sulle immagini, questo implica un passaggio ulteriore. La visibilità è già organizzata. Restituire complessità significa intervenire sui dispositivi che rendono possibile vedere, non solo su ciò che viene mostrato.


1. L’attenzione come campo di battaglia

Se l’attenzione è oggi organizzata su scala industriale, la sua relazione con la libertà individuale si complica; diventa difficile considerarla un presupposto stabile dell’autonomia, perché le condizioni in cui si esercita sono già modellate da dispositivi economici e tecnici.

Per Jonathan Crary la questione affonda nella lunga durata della modernità. In Suspensions of Perception l’attenzione emerge come una funzione instabile, continuamente sollecitata e disciplinata; non è una capacità naturale da preservare, ma un campo di tensione tra forze che la organizzano e la sfruttano. Con 24/7 questa dinamica si radicalizza: il capitalismo contemporaneo tende a saturare ogni interstizio temporale, fino a considerare il sonno come un’anomalia da ridurre. L’attenzione si inserisce così in un regime di continuità operativa in cui la distinzione tra attività e riposo perde consistenza. La sua analisi mostra come il problema preceda l’ambiente digitale e riguardi la trasformazione storica della percezione stessa.

Tristan Harris affronta lo stesso nodo a partire dall’interno dell’industria tecnologica. Il suo lavoro rende esplicita la dimensione progettuale di questa cattura dell’attenzione. Le interfacce, le notifiche, i sistemi di raccomandazione sono costruiti per attivare meccanismi cognitivi prevedibili, mantenendo l’utente in uno stato di coinvolgimento continuo. L’attenzione viene trattata come una risorsa da estrarre e ottimizzare; il riferimento al “downgrading umano” indica un processo cumulativo in cui distrazione, dipendenza e polarizzazione si rafforzano reciprocamente, incidendo sulla qualità delle relazioni e sulla capacità di giudizio.

Le due prospettive operano su piani differenti. Crary individua una logica sistemica che attraversa la modernità e trova nel capitalismo 24/7 la sua forma più compiuta; Harris isola i dispositivi concreti attraverso cui questa logica diventa operativa nelle piattaforme contemporanee. In un caso prevale la genealogia, nell’altro l’intervento.

L’attenzione non può più essere pensata come una facoltà interna al soggetto, disponibile in modo neutro. È uno spazio conteso, in cui si incrociano interessi economici, tecniche di persuasione e forme di governo dell’esperienza.

2. Infrastrutture tecniche e modelli economici

È possibile concepire un’economia digitale che non trasformi l’attenzione in una materia prima da estrarre, misurare e rivendere? La domanda chiama in causa il rapporto tra architetture tecniche e forme di valorizzazione; due dimensioni che tendono a essere trattate separatamente, mentre operano in modo strettamente intrecciato.

Per Jonathan Crary, il punto di partenza è il regime temporale del capitalismo avanzato. In 24/7, la continuità operativa appare come un principio organizzativo che tende a espandersi fino a saturare ogni intervallo. Le tecnologie digitali rendono praticabile questa estensione, permettendo una sincronizzazione costante tra produzione, consumo e circolazione delle informazioni. L’attenzione diventa così una variabile integrata nei processi di valorizzazione; il suo sfruttamento non è un effetto collaterale, ma una condizione di funzionamento.

Tristan Harris osserva lo stesso assetto da una prospettiva interna all’industria. Il modello della pubblicità comportamentale richiede permanenza, frequenza, ripetizione. Le piattaforme competono per il tempo degli utenti perché quel tempo si traduce direttamente in valore economico. Le interfacce vengono progettate per facilitare micro-decisioni rapide. L’architettura tecnica incorpora così una logica economica precisa; l’engagement è la misura operativa della redditività.

La divergenza riguarda il livello di astrazione e, di conseguenza, il tipo di intervento immaginabile. Crary legge le tecnologie come espressione di una razionalità economica più ampia, che tende a inglobare ogni dimensione dell’esperienza; in questo quadro, le piattaforme rappresentano una configurazione storicamente determinata di un processo più profondo. Harris individua margini di azione all’interno del sistema; propone modifiche di design, nuove metriche di successo, forme di regolazione capaci di riallineare gli incentivi.

Queste due prospettive possono essere considerate complementari se si assume che il problema operi su più livelli. Intervenire sulle interfacce o sulle pratiche di progettazione può ridurre alcuni effetti più evidenti; senza una revisione dei modelli di monetizzazione, tuttavia, tali interventi tendono a essere riassorbiti. Allo stesso tempo, una critica puramente strutturale rischia di lasciare scoperto il terreno delle decisioni operative, dove si definiscono concretamente le condizioni d’uso.

3. Percezione, realtà e costruzione del mondo

Se la percezione è mediata da sistemi proprietari, la questione della sfera pubblica si sposta dal piano dei contenuti a quello delle condizioni di possibilità. Non si tratta soltanto di stabilire quali informazioni circolano, ma di comprendere come vengono rese visibili e gerarchizzate. La condivisione di uno spazio comune presuppone un minimo di stabilità percettiva; quando questa stabilità viene sostituita da ambienti informativi differenziati e continuamente adattivi, l’idea stessa di realtà condivisa entra in tensione.

Nei lavori di Jonathan Crary sulla modernità, la visione emerge come un campo di trasformazioni tecniche e culturali che ridefiniscono ciò che può essere visto e ciò che può essere ritenuto attendibile. L’osservatore non precede i dispositivi che lo rendono possibile; prende forma al loro interno. In questo senso, ogni mutamento nelle tecnologie della visione comporta una ridefinizione delle condizioni di realtà. L’attenzione, già individuata come oggetto centrale della modernità, diventa il punto di articolazione tra percezione e potere.

Tristan Harris affronta la stessa questione nel contesto attuale delle piattaforme digitali. La personalizzazione dei contenuti, sostenuta da sistemi di raccomandazione e modelli predittivi, produce ambienti informativi che tendono a divergere tra loro. Ciò che ciascun utente vede è il risultato di una negoziazione continua tra dati comportamentali e obiettivi di ingaggio. Questo processo contribuisce a rafforzare dinamiche di polarizzazione, a favorire la circolazione di informazioni distorte e a rendere instabile il terreno su cui si formano opinioni e decisioni collettive.

La convergenza tra queste due prospettive è significativa. La crisi della verità non può essere ridotta a una questione di verifica dei fatti o di qualità dell’informazione; investe le infrastrutture che determinano come il mondo appare e come viene esperito. Quando le condizioni percettive sono differenziate e continuamente modulate, la possibilità di un confronto pubblico si indebolisce, perché manca un piano comune su cui esercitarlo.

4. Autonomia, manipolazione e responsabilità

Attribuire responsabilità a singoli soggetti implica riconoscere margini di scelta e di intervento all’interno delle piattaforme; considerare il problema su scala sistemica significa interrogare le condizioni che rendono possibili quelle stesse scelte. In gioco c’è la definizione di autonomia, intesa come capacità di orientare il proprio comportamento in un ambiente che tende a pre-strutturarlo.

Tristan Harris sviluppa una critica che nasce dall’interno dell’industria tecnologica e utilizza un lessico operativo. Le piattaforme vengono descritte come sistemi di persuasione che sfruttano bias cognitivi, vulnerabilità attentive, dinamiche di ricompensa. Il punto centrale è l’asimmetria informativa; gli utenti interagiscono con interfacce progettate per orientare il comportamento senza che i meccanismi sottostanti siano pienamente visibili o comprensibili. Da qui la richiesta di responsabilità rivolta a chi progetta e gestisce questi sistemi, insieme alla proposta di riforme che riguardano il design, i modelli di business, la regolazione pubblica. L’idea di fondo è che l’autonomia possa essere parzialmente recuperata intervenendo sulle condizioni tecniche che la limitano.

La posizione di Jonathan Crary si muove su un piano diverso. Nei suoi lavori sull’attenzione e sulla temporalità del capitalismo avanzato, la manipolazione appare come una funzione ordinaria dei dispositivi che organizzano l’esperienza. L’attenzione viene catturata, modulata, resa produttiva; la percezione stessa è storicamente costruita e continuamente riorganizzata. In questa prospettiva, l’appello all’etica del design rischia di circoscrivere il problema a un ambito tecnico, lasciando intatto il quadro economico e culturale che lo sostiene. La soggettività non precede i dispositivi; prende forma al loro interno, secondo logiche che eccedono la volontà dei singoli progettisti.

La tensione tra queste due letture è evidente. Da un lato, la ricerca di leve di intervento immediate, capaci di incidere sulle pratiche industriali; dall’altro, una critica che mette in discussione la possibilità stessa di una riforma limitata, insistendo sulla necessità di interrogare le strutture che governano attenzione, tempo e desiderio.

Un punto di convergenza emerge comunque con chiarezza. Entrambi riconoscono che l’autonomia individuale si riduce in un ambiente progettato per anticipare e orientare il comportamento, e che questa riduzione ha conseguenze politiche dirette. La questione non riguarda soltanto il benessere degli utenti o la qualità dell’informazione; investe la capacità di partecipare a processi decisionali, di formare opinioni, di costruire uno spazio pubblico condiviso.

5. Democrazia e possibilità di intervento

Le piattaforme non sono semplici intermediari; funzionano come ambienti in cui si formano opinioni, si stabiliscono gerarchie di visibilità, si definiscono le condizioni della partecipazione. Intervenire su questo livello implica confrontarsi con un potere che agisce insieme sul piano economico, tecnico e simbolico.

Per Tristan Harris, esiste ancora uno spazio operativo. La sua proposta si colloca sul terreno della riforma istituzionale e del design. Trasparenza algoritmica, accountability delle piattaforme, ridefinizione degli incentivi economici; sono strumenti pensati per riallineare l’innovazione tecnologica con interessi collettivi più ampi. L’idea di fondo è che le architetture digitali possano essere riprogettate; il modo in cui catturano l’attenzione non è inevitabile, ma il risultato di scelte modificabili. In questa prospettiva, la democrazia conserva una capacità di intervento, anche se richiede nuove competenze e forme di regolazione più sofisticate.

La posizione di Jonathan Crary si muove su un altro piano. Nei suoi lavori, e in particolare in 24/7, la questione non riguarda soltanto gli strumenti, ma il regime complessivo in cui questi strumenti operano. La continuità operativa che caratterizza il capitalismo contemporaneo tende a saturare il tempo e a comprimere gli spazi di distanza critica; condizioni come l’attenzione prolungata, la riflessione, la pausa, che storicamente hanno reso possibile la partecipazione politica, vengono progressivamente erose. In questo scenario, l’idea di una correzione interna al sistema incontra un limite strutturale; ogni tentativo di opposizione rischia di essere riassorbito nelle stesse logiche che intende contrastare.

La distanza tra queste due posizioni è evidente, ma non del tutto inconciliabile. Harris individua leve concrete di trasformazione e insiste sulla responsabilità delle istituzioni e dei progettisti; Crary richiama l’attenzione sulle condizioni profonde che rendono queste leve efficaci o inefficaci. Il primo lavora sul piano delle politiche e delle pratiche; il secondo su quello delle forme storiche della percezione e del tempo.

Per chi lavora sul terreno delle immagini, della documentazione e della contro-inchiesta, questa tensione apre una questione strategica. Intervenire significa decidere se agire sulle regole del sistema, tentando di modificarne i comportamenti, oppure lavorare sulle condizioni percettive che rendono visibili o invisibili determinati eventi. Le due dimensioni possono coesistere, ma richiedono strumenti diversi; da un lato pratiche di regolazione e advocacy, dall’altro dispositivi capaci di interrompere la continuità percettiva e restituire complessità.

Brevi biografie

Jonathan Crary (1951) Critico d’arte e teorico statunitense, docente alla Columbia University, dove occupa la cattedra Meyer Schapiro di Arte Moderna e Teoria. Il suo lavoro si concentra sulla storia della visione e sulla costruzione culturale dell’attenzione, indagate come dispositivi centrali della modernità. In Techniques of the Observer (1990) ricostruisce la trasformazione dell’osservatore tra XIX e XX secolo; in Suspensions of Perception (2000) analizza l’emergere dell’attenzione come oggetto instabile e conteso; in 24/7: Late Capitalism and the End of Sleep (2013) descrive un regime temporale continuo, in cui l’esperienza viene assorbita da logiche di produzione e consumo senza interruzione .
Profilo accademico: https://arthistory.columbia.edu/content/jonathan-crary

Tristan Harris (1984) Informatico e imprenditore statunitense, cofondatore e presidente del Center for Humane Technology, già design ethicist in Google. Il suo percorso si colloca all’interno dell’industria tecnologica, da cui ha sviluppato una critica articolata ai modelli di persuasione delle piattaforme digitali. Ha contribuito a portare all’attenzione pubblica il funzionamento dell’economia dell’attenzione, evidenziando come le interfacce e gli algoritmi siano progettati per orientare comportamenti e massimizzare il tempo di permanenza. Il suo lavoro si concentra sulla responsabilità delle aziende tecnologiche e sulla necessità di una governance che tenga conto degli effetti cognitivi e sociali di questi sistemi.

Sito ufficiale: https://www.tristanharris.com

Center for Humane Technology: https://www.humanetech.com

 


POV nasce dall’idea di mettere a confronto due autori viventi, provenienti da ambiti diversi - filosofia, tecnologia, arte, politica - che esprimono posizioni divergenti o complementari su un tema specifico legato all’intelligenza artificiale.

Si tratta di autori che ho letto e approfondito, di cui ho caricato i testi in PDF su NotebookLM. A partire da queste fonti ho costruito una scaletta di argomenti e, con l’ausilio di GPT, ho sviluppato un confronto articolato in forma di articolo.

L’obiettivo non è giungere a una sintesi, ma realizzare una messa a fuoco tematica, far emergere i nodi conflittuali, perché è proprio nella differenza delle visioni che nascono nuove domande e strumenti utili a orientare la nostra ricerca di senso.

 

Pubblicato il 26 marzo 2026

Carlo Augusto Bachschmidt

Carlo Augusto Bachschmidt / Architect | Director | Image-Video Forensic Consultant

https://independent.academia.edu/CABachschmidt