Il titolo di questo articolo potrebbe sembrare velleitario data la sua complessità e proprio questa difficoltà diventa la sfida: provare a interpretare alcune dinamiche sociali del tempo presente nel loro percorso evolutivo e con l’ausilio anche di altre discipline. Non vuole essere un mero esercizio di stile ma un contributo alla disamina della complessità sociale che stiamo vivendo.
Una premessa di metodo
C'è un modo di guardare alla società contemporanea che mi sembra oggi più utile di altri, e consiste nel chiedersi quali siano le costanti e quali le variabili del nostro stare insieme.
Per iniziare il nostro ragionamento dobbiamo scomodare la fisica: la fisica chiama costante ciò che, in un dato sistema di riferimento, conserva il proprio valore al variare delle condizioni, e variabile ciò che invece si modifica quando il sistema cambia. Non mi interessano qui le formule, che lascio volentieri ai fisici; mi interessa il concetto, perché mutuarlo in chiave sociologica ci permette di interrogare la storia con una domanda semplice e mirata: che cosa, nel secondo dopoguerra, ha funzionato come costante? E che cosa, oggi, si è fatto variabile, o, più radicalmente, ha smesso di funzionare come costante? Non si tratta di ridurre i fenomeni sociali a leggi naturali, operazione che la sociologia ha abbandonato da più di un secolo, ma di servirsi di una metafora euristica per provare a comprendere meglio.
La domanda non possiamo considerarla oziosa; nel mio Leviatano algoritmico. La silenziosa trasformazione del lavoro e dell’essere umano ho sostenuto che la trasformazione in atto non è un semplice cambiamento all'interno del quadro, ma un mutamento del quadro stesso; ed è qui che le teorie della fisica si rivelano preziose, in quanto permettono di distinguere il cambiamento, cioè la variabile che muta entro un sistema stabile, dalla metamorfosi, cioè la costante che si rivela non più tale e che il sistema non regge più. È la distinzione che Ulrich Beck aveva colto con la sua idea di metamorfosi del mondo: non il mutare delle cose dentro il mondo, ma il mutare del nostro stesso modo di essere nel mondo, che ribalta le costanti antropologiche e le certezze su cui poggiavano le nostre categorie (Beck, 2017).
Domandarsi quali siano le costanti della società, dal secondo dopoguerra in poi, significa dunque chiedersi quali dinamiche sociali hanno tenuto insieme questo mondo; chiedersi quali siano le variabili di oggi significa chiedersi che cosa lo sta disfacendo. E la risposta, come cercherò di mostrare, ha a che fare con una sola grande costante, la mediazione, e con una sola grande variabile, la sua sostituzione algoritmica.
Le costanti del secondo dopoguerra
Tra le molte provo ad individuarne quattro che, a mio avviso, mi sembrano le più solide.
1. La prima costante è il lavoro come dispositivo di integrazione sociale.
Nel periodo a partire dagli anni Cinquanta e fino agli anni Novanta del secolo scorso, il lavoro non era soltanto fonte di reddito: era lo strumento attraverso cui l'individuo costruiva identità, status, riconoscimento, appartenenza e, in questo senso, il lavoro fordista, con la sua stabilità e la sua prevedibilità, funzionava come una costante antropologica, poiché chi aveva un lavoro aveva un posto nel mondo. È quanto Thomas H. Marshall aveva colto con la nozione di cittadinanza sociale, il diritto di ogni membro della comunità politica a un tenore di vita conforme agli standard prevalenti (Marshall, 1950), e che Gøsta Esping-Andersen avrebbe poi articolato nella sua tipologia dei regimi di welfare: la de-mercificazione, cioè la capacità dei diritti sociali di affrancare l'individuo dalla dipendenza dal mercato, era la misura di quanto quella costante tenesse (Esping-Andersen, 1990).
2. La seconda costante è la famiglia come ammortizzatore sociale.
In Italia in modo particolare, ma non soltanto, la famiglia ha svolto una funzione strutturale: ha assorbito i costi della crisi, ha redistribuito risorse tra le generazioni, ha fornito cura dove il welfare sociale arrancava. Chiara Saraceno ha mostrato che questo non era un residuo premoderno destinato a dissolversi, ma un tratto costitutivo della cittadinanza sociale all'italiana (Saraceno, 2013), e Maurizio Ferrera lo ha inscritto nel più ampio modello sud-europeo di welfare (Ferrera, 1996); in tal senso, la famiglia era il tessuto connettivo che rendeva sostenibile un sistema altrimenti fragile.
3. La terza costante è la mediazione istituzionale.
Tra l'individuo e il mercato, tra il cittadino e lo Stato, stavano i corpi intermedi: sindacati, partiti, associazioni, parrocchie con i loro oratori, scuole, case del popolo, circoli; la società non era un aggregato di atomi, ma un tessuto di relazioni mediate. È il capitale sociale di cui parlava Robert Putnam, la trama di fiducia e reciprocità che rende possibile la cooperazione e senza la quale la democrazia stessa si impoverisce (Putnam, 2000). La mediazione istituzionale era la costante che rendeva pensabile la società come qualcosa di più della somma degli individui.
4. La quarta costante, la più profonda, è la mediazione simbolica.
Per questa quarta costante il discorso si complica e, prima ancora della sociologia, dobbiamo scomodare l’antropologia, perché tra noi e il mondo non c’è mai immediatezza: c’è sempre un racconto che ci dice che cosa le cose vogliono dire e che l'uomo non abiti il mondo in presa diretta, ma sempre attraverso una trama di segni; il che costituisce un dato antropologico. Se il filosofo Ernst Cassirer definiva l’uomo un animal symbolicum (Cassirer, 1944), ovvero un animale che non reagisce agli stimoli ma li interpreta, che non vede cose ma significati, l’antropologo Clifford Geertz avrebbe poi descritto la cultura come la rete di significati che l’uomo stesso ha tessuto e in cui resta sospeso (Geertz, 1973).
La società del secondo dopoguerra possedeva un universo simbolico di straordinaria compattezza, e aveva un nome: il progresso. Il domani sarebbe stato migliore dell’oggi, come l’oggi era migliore di ieri; i figli avrebbero avuto più dei padri; lo studio, il lavoro, il sacrificio erano gradini di una scala che saliva.
La narrazione appena esposta non era un orpello ideologico sovrapposto alla vita materiale, ne era la condizione perché il futuro era una promessa; allora aveva un senso risparmiare, investire nell’istruzione dei figli, rinviare la gratificazione, iscriversi a un sindacato o a un partito. La mobilità ascendente non era soltanto un fatto statistico, era un racconto in cui ci si poteva collocare e, così, si dava forma alla propria esistenza. Le altre tre costanti, il lavoro, la famiglia, la mediazione istituzionale, poggiavano tutte su questa condizione: si lavora, si fa famiglia, ci si associa perché esiste un orizzonte condiviso verso cui tutto questo tende.
Banalmente, ed è quello che sta accadendo nella grande metamorfosi della nostra società, se togliamo l’orizzonte restano i gesti che mantengono in vita una illusorietà di coesione sociale, però si smarrisce la direzione e il senso degli stessi. Si provi ad esempio a chiedere ad un ragazzo di 18 anni quale concetto ha della famiglia; sicuramente non quella dei suoi nonni e neanche gli interessa quel concetto. Si provi a chiedergli se è sua intenzione stipulare un mutuo a 30 anni oppure se pensa che una volta entrato nel mondo del lavoro resti 35 anni con la stessa azienda.
La crisi dell’orizzonte ha un nome e cognome che ancora usiamo: la fine delle grandi narrazioni. Infatti, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, la condizione postmoderna è principalmente rappresentata dall’incredulità verso i grandi racconti, verso quelle storie maestre, il progresso, l’emancipazione, la nazione, che davano un senso unitario all’esperienza collettiva. Ciò che è accaduto dopo non è la sostituzione di una grande narrazione con un’altra, ma la frammentazione del racconto condiviso in un pulviscolo di micro-racconti privati, ciascuno chiuso nella propria bolla. Il futuro, da promessa, si è rovesciato in rischio: non più l’orizzonte verso cui si cammina, ma quasi una minaccia da cui difendersi perché manca il luogo in cui riconoscersi parte di un destino condiviso; una società che non ha più un racconto comune del proprio domani non è semplicemente più povera di simboli, semplicemente non è più una società. Pensiamo per un attimo alla società senza la narrazione fin qui esposta; converremmo tutti che la società non sarebbe una società, ma soltanto un mercato.
E la differenza è tutta qui: il mercato coordina senza bisogno di senso condiviso, perché gli basta il prezzo; gli individui possono scambiare beni senza raccontarsi nulla, senza avere un domani in comune. Quello che non viene compreso è che sta venendo meno la narrazione condivisa; per la prima volta la generazione di domani sa già che starà peggio dei loro genitori e che stiamo semplicemente affidando tutto ad una mediazione sempre meno istituzionale e sempre più algoritmica.
La mediazione algoritmica rischia di darci esattamente questo: un coordinamento senza racconto, un ordine senza orizzonte. L’algoritmo sa prevedere e orientare i comportamenti senza bisogno di alcun senso condiviso, anzi moltiplicando i sensi privati, uno per ciascun profilo. Ottiene ordine dal disordine, ma è un ordine muto, che non promette nulla e non chiede di essere creduto; ci restituisce, in forma tecnicamente perfetta, ciò che la società del dopoguerra temeva come il proprio contrario: un mercato che funziona benissimo e non significa niente.
Risulta evidente che le quattro costanti brevemente descritte appartengono ad un sistema di riferimento nato dalle ceneri della Seconda guerra mondiale e che la loro validità dipendeva dal quadro complessivo entro cui operavano: lo Stato-nazione, il capitalismo industriale, la guerra fredda, il compromesso keynesiano; finché quel quadro ha tenuto, le costanti hanno tenuto.
Le variabili del tempo presente
Che cosa è cambiato? Provo a individuarne, per simmetria, quattro variabili, avvertendo fin d'ora che le assumo come linee di tendenza, non come leggi.
1. La prima variabile è lo slittamento dal lavoro alla prestazione
E’ ben precisa la terminologia: non si tratta soltanto di precarizzazione, fenomeno ormai trentennale, ma qualcosa di più profondo. Il lavoro come dispositivo di integrazione sociale cede il passo a una molteplicità di forme, dall'economia dei lavoretti al lavoro su piattaforma ai contratti atipici, che condividono un tratto: tendono a non costruire identità. Il lavoratore della piattaforma non ha, nella stessa misura di un tempo, un posto nel mondo; ha una sequenza di transazioni per cui la costante si è fatta variabile, e la variabile è instabile.
2. La seconda variabile è l'indebolimento della famiglia come ammortizzatore.
Non perché la famiglia sia scomparsa, ma perché fatica a svolgere la funzione che svolgeva per molteplici motivi, ognuno dei quali meriterebbe una trattazione a se stante: l'invecchiamento della popolazione, la denatalità, la fragilità dei legami, la mobilità geografica concorrono a renderla un ammortizzatore sempre meno capace di assorbire i colpi. E il welfare, che avrebbe dovuto prenderne il posto, è stato progressivamente ridimensionato nel suo ruolo di erogatore diretto per assumere quello di regolatore, come ho argomentato nel mio saggio (Russo, 2026): lo Stato non produce più direttamente benessere, ma disciplina un mercato al quale la produzione di benessere viene delegata.
3. La terza variabile è la dissoluzione della mediazione istituzionale.
I corpi intermedi si sono svuotati: i sindacati hanno difficoltà a rappresentare tutti i lavori atipici e mascherati, i partiti si sono fatti comitati elettorali e vengono sempre più fagocitati dai social media, l'associazionismo è in affanno. Al posto delle tradizionali forme di mediazione, una volta istituzionali, è subentrata una mediazione di nuovo tipo, algoritmica, opaca, non negoziabile. Sia chiaro che la mediazione non è scomparsa, ha cambiato natura e forma. E la differenza è decisiva, perché la mediazione istituzionale era, in linea di principio, trasparente, contestabile, democratica, mentre quella algoritmica è opaca, inappellabile, privata.
4. La quarta variabile è la sostituzione della mediazione simbolica con la mediazione algoritmica.
È qui che, parafrasando il sottotitolo del mio saggio, nasce la trasformazione silenziosa del lavoro e dell'essere umano. Abbiamo visto frantumarsi la narrazione condivisa in una molteplicità di bolle cognitive; il futuro non è più una promessa; il progresso non è più un orizzonte, ma un'incertezza. E al posto della mediazione simbolica, che era umana, collettiva, negoziata, si installa una mediazione algoritmica che seleziona, gerarchizza, orienta; non dice cosa pensare, ma cosa vedere; non impone valori, ma li rende invisibili.
È quello che Shoshana Zuboff ha descritto come capitalismo della sorveglianza, un potere che non si limita a osservare i comportamenti ma li prevede e li orienta a fini di profitto (Zuboff, 2019), e che Byung-Chul Han ha chiamato infocrazia, il dominio di un flusso informativo che disattiva la riflessione (Han, 2023).
Il concetto di entropia: ordine e disordine sociale
A questo punto conviene mutuare dalla fisica non una formula, ma un concetto, quello di entropia. Nel linguaggio comune l'entropia evoca il disordine; in termodinamica indica, più precisamente, quanto numerose siano le configurazioni in cui un sistema può trovarsi: un sistema molto ordinato ammette poche configurazioni, un sistema disordinato ne ammette moltissime. L'idea che qui interessa è una sola, e si lascia dire senza alcun apparato tecnico: lasciato a se stesso, un sistema isolato tende a disordinarsi, e l'ordine, lungi dall'essere lo stato naturale delle cose, è una conquista fragile che va prodotta e difesa di continuo.
La chiave di lettura sociologica del ragionamento fin qui descritto è che nessun ordine sociale è immutabile, nulla è dato per sempre: ogni società è un ordine improbabile, strappato al disordine e mantenuto con fatica. Risulta evidente che mutuare questo concetto in chiave sociologica significa chiedersi che cosa tenga insieme l'ordine sociale, che cosa renda relativamente prevedibile il comportamento degli individui entro l'enorme campo di ciò che potrebbero fare. La risposta della sociologica classica è: le istituzioni. La famiglia, la scuola, il lavoro, le norme, i riti restringono il ventaglio dei comportamenti possibili e, così facendo, producono ordine, cioè riducono l'incertezza del vivere associato. In questo senso, i sistemi sociali esistono in quanto riducono la complessità, selezionano cioè, entro lo sterminato spazio del possibile, un numero trattabile di aspettative e di condotte.
Il venir meno dei dispositivi che restringevano il campo del possibile produce un aumento del disordine sociale, da intendere non come caos, ma come imprevedibilità, tanto da poter affermare che la crisi delle quattro costanti del secondo dopoguerra può essere letta come una crisi entropica. In un mondo sempre più complesso e in assenza di punti di riferimento e senza dispositivi che riducano l'incertezza, il singolo resta solo davanti a una società che non riesce più a decifrare e codificare; è la metamorfosi di cui parlavo in apertura.
Ora, nel nostro quotidiano esercizio di stile, proiettiamo queste riflessioni sull’Intelligenza Artificiale: che cosa fa un sistema algoritmico, guardato con questa lente? Fa esattamente ciò che facevano le istituzioni: restringe il campo del possibile, profila, prevede, orienta, rende calcolabile il comportamento. È un nuovo produttore di ordine sociale, un nuovo dispositivo di riduzione della complessità; ma è un dispositivo di natura opposta a quello che sostituisce, perché le istituzioni del secondo dopoguerra producevano ordine in modo trasparente, collettivo e negoziabile, mentre l'algoritmo lo produce in modo opaco, privato e inappellabile. La funzione è la stessa, la forma è rovesciata; e poiché produrre ordine significa decidere quali possibilità restano aperte e quali vengono escluse, diventa dirimente comprendere chi detenga la scelta della decisione e secondo quali regole.
Una parentesi quantistica: l'osservazione e il collasso del possibile
Se dalla termodinamica passiamo alla fisica dei quanti, troviamo altri due concetti che, presi come pure metafore e non come teoremi, dicono qualcosa di preciso sul nostro tempo. Non pretendo alcuna fondazione fisica del sociale, che sarebbe un abuso; mi muovo sul terreno dell'analogia, lungo una strada che del resto il pensiero sociale ha già percorso con serietà.
L'effetto dell'osservatore
Nel mondo dei quanti l'atto di osservare non è mai neutro, perché misurare un sistema significa perturbarlo; trasferita al sociale, l'immagine coglie il cuore del capitalismo della sorveglianza: la raccolta dei dati non si limita a registrare i comportamenti, ma, osservandoli, li modifica e li orienta. L'osservazione che pretende di misurare il cittadino finisce, in parte, per produrlo, perché sapersi osservati cambia il modo in cui agiamo, scegliamo, persino desideriamo.
Il concetto di sovrapposizione
Prima della misura, un sistema quantistico non si trova in uno stato definito, ma in una sovrapposizione di stati possibili; è l'atto di misura a farlo collassare in un unico valore. Trasferita al sociale, l'immagine dice qualcosa di esatto: ogni persona, prima di essere misurata, è una sovrapposizione di possibilità, un campo aperto di ciò che potrebbe ancora diventare. L'algoritmo, misurandola, la fa collassare in un profilo, in un punteggio, in un'unica configurazione assegnata dall'esterno e ciò che si perde nel collasso è precisamente l'apertura del possibile, la parte di noi non ancora determinata, quella che le istituzioni umane, al loro meglio, lasciavano indecisa e che il calcolo invece pretende di fissare una volta per tutte.
La costante che si è fatta variabile
Vale infine, per analogia, il principio per cui fissare con precisione una grandezza comporta sempre la perdita di un'altra; la pretesa, dunque, di rendere il cittadino interamente misurabile e prevedibile perde per strada ciò che non si lascia misurare, il giudizio, l'empatia, il senso, cioè esattamente quella sfera che nel mio articolo (in nota) ho chiamato riserva di umanità. Non tutto ciò che conta è calcolabile, e il prezzo di una misura totale sarebbe la scomparsa dell'incalcolabile. Torniamo allora alla domanda iniziale: qual è la costante che si è fatta variabile? La costante, io credo, è la mediazione e di conseguenza anche le altre costanti della società del secondo dopoguerra non sono dunque semplicemente cambiate: sono diventate anch’esse variabili.
Irrilevanza e riserva di umanità
Nel mio articolo Il Welfare Algoritmico e la Riserva di Umanità. Verso un nuovo contratto sociale tra Governance, intelligenza artificiale e agency cognitiva (Russo, 2026) ho provato a concettualizzare due categorie che qui ritrovano il loro fondamento. La prima è la riserva di umanità, lo spazio di giudizio, di empatia e di interpretazione che deve restare in mani umane, perché vi sono decisioni che non possono essere interamente delegate al calcolo senza ledere la dignità di chi vi è sottoposto. La seconda è il welfare cognitivo, un orizzonte di protezione sociale che non si limiti a distribuire reddito, ma tuteli la capacità stessa dei cittadini di comprendere e interpretare il mondo in cui vivono. Entrambe sono, a ben vedere, tentativi di presidiare la mediazione umana nel momento in cui rischia di essere espropriata: di tenere acceso, accanto all'ordine prodotto dalla macchina, quel diverso principio d'ordine che è il senso condiviso, prodotto e negoziato tra esseri umani.
Una domanda aperta
Il nostro tempo è precisamente quello in cui il sistema di riferimento sta cambiando; lo possiamo impedire? Probabilmente no, per cui la domanda di riserva è: possiamo governarlo oppure saremo governati da un sistema che non abbiamo scelto e che non comprendiamo. Tra queste due possibilità corre tutta la distanza che separa una società che produce da sé il proprio ordine da una società che si limita a subirlo.
Riferimenti bibliografici
Beck U. (2016). The Metamorphosis of the World. Cambridge: Polity Press (trad. it.: La metamorfosi del mondo. Roma-Bari: Laterza, 2017).
Cassirer E. (1944). An Essay on Man (scritto e pubblicato in inglese, 1944). Saggio sull'uomo. Introduzione a una filosofia della cultura, Milano, Longanesi, 1948
Esping-Andersen G. (1990). The Three Worlds of Welfare Capitalism. Cambridge: Polity Press.
Ferrera M. (1996). Il modello sud-europeo di welfare state. Rivista Italiana di Scienza Politica, 26(1): 67-101.
Han B.-C. (2021). Infokratie. Berlin: Matthes & Seitz (trad. it.: Infocrazia. Torino: Einaudi, 2023)
Putnam R.D. (2000). Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community. New York: Simon & Schuster.
Russo L. (2026). Il Leviatano algoritmico. La silenziosa trasformazione del lavoro e dell'essere umano. Delos Digital.
Russo L. Il Welfare Algoritmico e la Riserva di Umanità. Verso un nuovo contratto sociale tra Governance, intelligenza artificiale e agency cognitiva, NEURAL NEXUS Review, Rivista scientifica ufficiale di ENIA, Ente Nazionale per l'Intelligenza Artificiale, ISSN 3103-604X,
Saraceno C. (2013). Il welfare. Modelli e dilemmi della cittadinanza sociale. Bologna: Il Mulino.
Zuboff S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism. New York: PublicAffairs (trad. it.: Il Capitalismo della sorveglianza. Roma: Luiss University Press, 2019).