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Analizzando i casi dell'Iran e della Groenlandia, il saggio decostruisce le narrazioni mediatiche dominanti, mostrando come l'ordine del discorso contemporaneo si fondi sull'amnesia dei traumi storici. La rimozione del conflitto produce un'illusione di stabilità, ma il passato riemerge violentemente come sintomo inatteso e apparentemente incomprensibile.


1. Per un'ermeneutica del rimosso geopolitico

L’arte di Gerhard Richter non appartiene alle pareti dei musei, ma ai tavoli autoptici della storia. Qui sta il suo valore ultimo. Nonostante il contenitore patinato delle grandi istituzioni globali tenti di ridurla a feticcio estetico, la sua tecnica dello sfocato rimane un atto di sabotaggio epistemologico. Sfocare l’immagine non è un vezzo: è la denuncia del fallimento di ogni memoria condivisa e la prova che la narrazione ufficiale è un trucco per nascondere un cadavere. Possiamo servirci dello sguardo di Richter per dissezionare ciò che il potere ha imparato a non inquadrare: le zone d’ombra dove la sovranità smette di essere legge e si fa mutilazione del passato.

Il suo celebre dipinto dell’iceberg entra in relazione con il concetto di inconscio geopolitico. Ciò che il discorso pubblico ci permette di scorgere è solo la punta visibile; la massa sommersa, quella che realmente sposta gli equilibri della storia, rimane congelata sotto la superficie del rimosso. Se il potere amministra l'oblio attraverso immagini nitide e rassicuranti, il compito del pensiero critico è riappropriarsi dello sfocato per scorgere la verità dei traumi che esse nascondono.

Ciò che il discorso pubblico ci permette di scorgere è solo la punta visibile; la massa sommersa, quella che realmente sposta gli equilibri della storia, rimane congelata sotto la superficie del rimosso

Operiamo qui uno scostamento della diagnosi di Byung-Chul Han. Se quest’ultimo individua nelle opere lisce di Jeff Koons l’emblema di un’estetica neoliberale che ha rimosso l'alterità, il dolore e l'urto per farsi pura superficie di consumo e like, qui rivendichiamo il valore della piega. Il potere contemporaneo cerca di trasformare la geopolitica in un oggetto di Koons: una superficie specchiante, levigata, priva di spigoli dove il trauma non può trovare appiglio. Ma noi sappiamo che la Storia è tutto fuorché liscia: è una stratificazione di detriti, ferite e resistenze. Lavorare nella piega - e nella piaga - significa rifiutare la pornografia della nitidezza per scendere nel precipizio dove la verità dei traumi ancora pulsa, coperta dallo sfocato del rimosso.

Nella psicoanalisi freudiana, il "rimosso" indica quei contenuti psichici che, essendo disturbanti per l'equilibrio del soggetto, vengono relegati nell'inconscio. Traslando questo concetto alla geopolitica, emerge quella che possiamo definire la clinica della memoria. Le nazioni, i movimenti politici e le popolazioni operano una rimozione selettiva della storia non per ignoranza, ma per necessità omeostatica: devono espellere i traumi del passato per sostenere eticamente e giustificare politicamente le azioni del presente.

Questo meccanismo lo vediamo oggi all’opera nella cancel culture: un tentativo di purificare il presente attraverso l'estirpazione chirurgica di tutto ciò che è percepito come moralmente disturbante. Come argomentato lucidamente da Frank Furedi nel recente La guerra contro il passato, siamo di fronte a un'operazione che, con il pretesto di fare giustizia, distrugge i presupposti stessi della conoscenza storica. La furia iconoclasta contemporanea non è che l'altra faccia del levigato di Han: entrambe mirano a una superficie priva di attriti, dove l'urto del passato non possa più correre il rischio di risvegliare la coscienza.

Ma se Freud ci ha insegnato che cos'è il rimosso, è Jacques Lacan a fornirci la chiave per decifrarne la persistenza geopolitica. Per Lacan, il rimosso è ciò che torna sempre sotto forma di sintomo: «il rimosso e il sintomo sono omogenei». Utilizzare Lacan in chiave geopolitica significa riconoscere che i traumi che il potere tenta di espellere dal discorso pubblico non svaniscono, ma si reinsediano nel reale come anomalie, crisi e ossessioni.

Il trauma coloniale o repressivo, non essendo stato simbolizzato, cioè riconosciuto e integrato nella storia ufficiale, torna a bussare alla porta del presente con la violenza del reale. In questa prospettiva, il simbolico — l'ordine del linguaggio e della storia ufficiale — agisce come un filtro che dovrebbe mediare l'impatto con la brutalità dell'esistenza. Tuttavia, quando un trauma coloniale o repressivo viene sistematicamente rimosso, esso non viene simbolizzato, ovvero non trova un posto nella catena dei significati che costituiscono l'identità di una nazione. Secondo il dettame lacaniano, ciò che viene precluso al simbolico torna inevitabilmente a bussare alla porta del presente con la violenza del reale. Il reale è l'impatto senza mediazione: è la ferita che non si rimargina perché non è stata mai nominata. Così, il passato non simbolizzato della Groenlandia o dell'Iran non è storia, ma un reale traumatico che continua a produrre sintomi nel nostro presente, travolgendo le rassicuranti architetture della politica liberale.

La nostra clinica, dunque, non cerca solo di ricordare, ma di decifrare la struttura di questi sintomi per rompere la catena della loro ripetizione. L'inconscio geopolitico è quel serbatoio di fatti rimossi che continuano a premere sulla superficie del discorso pubblico — del grande paradigma liberale — costringendo il potere a creare narrazioni sempre più ossimoriche per mantenere il controllo.

La ricerca spietata della violenza mitica — rintracciata soprattutto nelle pieghe delle democrazie occidentali — non risponde a una fascinazione per l'orrore, ma a un preciso mandato teorico: quello benjaminiano di guardare alla storia non come a un progresso, ma come a un'unica catastrofe che accumula macerie su macerie. Il compito del critico è operare per salvare le vittime della storia: un atto di giustizia postuma per tutti quegli innocenti i cui urli, rimossi dalle narrazioni ufficiali, continuano a vibrare sotto la superficie. Recuperare quei frammenti significa strappare le vittime all'oblio forzato per restituire loro dignità politica.

È bene chiarire: queste non sono le uniche forze che muovono le scelte politiche, ma ci interessano perché sono quasi totalmente espunte dal discorso critico. Rintracciare la continuità della violenza dove il discorso pubblico si ostina a vedere solo rotture è l’unico atto di autentico sabotaggio intellettuale rimasto. La narrazione liberale vive di cesure rassicuranti: la caduta dello Scià, la fine del colonialismo, l'avvento della democrazia. Ma queste rotture sono finzioni funzionali al mantenimento dello status quo. Come suggerito da Giorgio Agamben nel solco di Benjamin, la vera forza rivoluzionaria non sta nel cambio di regime, ma nel saper interrompere il tempo della storia. Vedere le rotture dove c’è continuità serve a impedire la sospensione della macchina: ci convince che il male sia alle spalle e che il presente sia un nuovo inizio. Al contrario, riconoscere che la SAVAK — il servizio di sicurezza e polizia segreta del regime Pahlavi, tristemente noto per i metodi sistematici di tortura e per il capillare controllo del dissenso interno tra il 1957 e il 1979 — sopravvive nelle torture dei Pasdaran, o che il trattato del 1951 è il cordone ombelicale mai reciso di un Artico colonizzato, significa paralizzare questa cronologia rassicurante. Solo se comprendiamo che la catastrofe è ininterrotta possiamo sospendere quella normalità che altro non è se non lo stato di eccezione permanente in cui vivono le vittime.

2. Il caso Iran: il ritorno del Trono del Pavone come simulacro

Il paradosso della diaspora iraniana contemporanea offre un caso di studio ideale per mettere alla prova la nostra teoria critica. In risposta alle brutali repressioni del regime degli Ayatollah, una parte significativa dell’opposizione, per lo più quella all’estero, invoca il nome di Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo Scià.

Qui la rimozione agisce su due livelli. In primis vediamo all’opera una cancellazione del trauma originario: invocare il ritorno del Trono del Pavone significa rimuovere il fatto storico che la rivoluzione del 1979 non fu un evento casuale, ma la risposta diretta alle violenze sistemiche del regime di Mohammad Reza Pahlavi, sostenuto dagli Stati Uniti.

È una posizione comprensibile: la diaspora iraniana si è costituita storicamente attorno al nucleo dei fedelissimi dello Scià, costretti all'esilio dal collasso del 1979. Per questa galassia di poteri sconfitti, l'invocazione del Trono del Pavone non è un progetto politico, ma la proiezione di un desiderio di rivalsa che mira alla restaurazione dei propri privilegi perduti. Al contempo, la desertificazione politica operata dalla repressione interna ha lasciato gli oppositori orfani di una guida reale. In questo vuoto pneumatico, il fantasma dello Scià non emerge per meriti storici, ma come l'unico collante identitario di risulta: un simulacro reazionario che diventa l'unico punto di convergenza possibile per un dissenso privo di alternative. Il passato rimosso torna così a occupare lo spazio del futuro, non come soluzione, ma come sintomo di un'impotenza politica radicale.

In questo solco si colloca l'ulteriore ossimoro di una narrazione che descrive le piazze iraniane nell'atto di invocare un intervento di Trump, ricalcando l’immediatamente già logoro modello venezuelano. Al di là dell'evidenza che le opposizioni di Caracas — dalla Machado in avanti — non siano riuscite a sostituire un sistema ormai ridotto a madurismo sclerotizzato, il rimosso qui è il fallimento sistematico del modello del regime change calato dall'alto. Si tratta di un'ingerenza che finisce per offrire al potere l'alibi perfetto per compattarsi proprio mentre vacilla, trasformando la crisi interna in una questione di sopravvivenza nazionale contro il simulacro dell’invasore.

Tuttavia, il vero motore immobile di questa stasi non è l'horror vacui che paralizza gli attori internazionali: agli attori regionali non interessa la transizione democratica, ma temono sopra ogni cosa il vuoto di potere. La democrazia è la maschera retorica; la prevenzione del caos è la sostanza geopolitica. Questo il paradosso di attori apparentemente antitetici — tra gli altri Qatar, Turchia e Israele — che hanno, almeno inizialmente, esercitato pressioni coordinate su Washington per scongiurare un attacco militare diretto o un collasso repentino della Repubblica Islamica. In questo teatro del rimosso, l'incognita di un Iran frammentato o in preda a una guerra civile è percepita come una minaccia esistenziale superiore a quella nucleare. Per Doha e Ankara, ma anche per Gerusalemme, un nemico prevedibile e strutturato è preferibile all'abisso di un'instabilità incontrollata. L'ermeneutica del presente ci rivela dunque che il potere non cerca soluzioni, ma amministra la sopravvivenza del sintomo: la dittatura della stabilità vince sulla libertà perché il sistema internazionale, nella sua essenza cinica, non sa e non vuole gestire il vuoto.

Il vero rimosso della narrazione è che per Israele, Qatar e Turchia, la sopravvivenza della Repubblica Islamica — pur nella sua ostilità — è preferibile a qualsiasi esperimento democratico o collasso disordinato. La democrazia persiana è un’incognita insostenibile per gli equilibri regionali.

Per Gerusalemme, un Iran teocratico e isolato è il perfetto catalizzatore identitario di una nazione a rischio di andare in frantumi. Come documentato da Ilan Pappé nel suo ultimo lavoro, La fine di Israele, il sionismo sta affrontando un collasso strutturale interno. La demonizzazione dell'Iran serve dunque a posticipare la resa dei conti con questo fallimento: è la creazione di un'urgenza esterna per soffocare il lacaniano reale di una crisi identitaria e politica che non può più essere risolta con i vecchi strumenti del liberalismo (post)coloniale. Israele, proprio come la diaspora iraniana, si aggrappa a un nemico — o a un fantasma — per non dover guardare dentro il proprio vuoto. Serve a giustificare la spesa militare, a mantenere compattata l'alleanza con gli Stati Uniti e a distogliere l'attenzione dalla questione palestinese attraverso la dottrina della minaccia esistenziale. Una democrazia iraniana, potenzialmente integrata nei mercati globali e con una diplomazia raffinata, sarebbe un competitore regionale molto più difficile da demonizzare e contrastare.

Ankara teme il vuoto iraniano come la peste: un collasso del regime a Teheran significherebbe un'ondata di profughi ingestibile e, soprattutto, l'esplosione definitiva della questione curda. L'Iran degli Ayatollah, pur rivale, è un partner stabile nella repressione delle aspirazioni autonomiste curde ai confini. Il caos iraniano sarebbe l'incendio della casa del vicino che brucia anche la tua.

Doha condivide con l'Iran il più grande giacimento di gas naturale del mondo, il North Dome/South Pars. La stabilità del Qatar dipende dalla capacità di Teheran di onorare gli accordi tecnici e di non trasformare il Golfo Persico in una zona di guerra permanente. Un cambio di regime violento o un'anarchia interna metterebbero a rischio il rubinetto che alimenta la ricchezza qatariota. In sintesi, la teocrazia è un sistema entropico controllato. La democrazia, invece, è un processo aperto, imprevedibile e, per questo, intollerabile per chi amministra il potere nell'area.

In questo scenario il figlio dello Scià diventa un simulacro, un'immagine svuotata della realtà storica del padre per diventare un contenitore di speranza contro il dolore presente. Così facendo, la realtà del dato — le torture della SAVAK, la polizia segreta dello Scià — viene sacrificata sull'altare della sfera del simbolico: la monarchia non è più un regime storico, ma un'icona di ordine pre-teocratico.

Eppure, dietro questa icona si nasconde la materialità di un dominio fatto di carne e capitale. Invocare il ritorno dello Scià significa operare una lobotomia della memoria che cancella la materialità del suo dominio. La sovranità di Pahlavi era fondata su una struttura estrattiva e repressiva che ha modellato l'inconscio dell'Iran moderno: la SAVAK non era solo polizia segreta; era un'industria del dolore finanziata e addestrata da CIA e Mossad. Parlare del Trono del Pavone senza citare il carcere di Evin significa fare pornografia della nostalgia. Il rimosso qui è che Evin non è un reperto del passato, ma un laboratorio di repressione che non ha mai smesso di funzionare. Se sotto lo Scià era il quartier generale della SAVAK, dove la tortura era sistematica e scientifica, oggi è il braccio operativo dei Pasdaran. Le celle di isolamento del Braccio 209 di oggi respirano la stessa aria satura di dolore delle sezioni degli anni Settanta.

La violenza degli Ayatollah non è un’anomalia, ma l’eredità raffinata di un apparato che la monarchia ha perfezionato: i carcerieri hanno cambiato divisa, ma i metodi e le mura sono rimasti i medesimi. Evin è la prova fisica che la Rivoluzione non ha interrotto la storia della violenza. Lo Scià non ha modernizzato l'Iran; ha creato un capitalismo di corte. Mentre le piazze internazionali ricordano le minigonne a Teheran, il rimosso è la povertà strutturale delle periferie e dei bazaari, schiacciati da una corruzione che vedeva la famiglia reale gestire la nazione come una proprietà privata. Il ritorno di questa galassia di poteri è fortemente improbabile perché quel tessuto economico è stato smembrato e sostituito dai Pasdaran. Oggi il potere in Iran è fatto di conglomerati industriali controllati dai militari: nessuna monarchia può restaurarsi su un terreno dove la proprietà dei mezzi di produzione è blindata dai guardiani della rivoluzione.

Il figlio dello Scià, Reza Pahlavi, è ridotto a un’icona brandizzata per il consumo occidentale. Gli attori regionali lo sanno: Israele o la Turchia non scommetterebbero mai su un fantasma che non ha presa sulla materia del paese, preferendo trattare con la solida, ancorché brutale, realtà della Repubblica Islamica. La diaspora immagina forse il Pahlavi storico e i tempi che furono, una sorta di restaurazione fuori tempo massimo, ma la piazza invoca al massimo il Pahlavi rimosso.

3. Groenlandia: colonialismo invisibile e la geopolitica dell'eccezione

Se il caso iraniano riguarda una rimozione interna, la questione della Groenlandia rivela una rimozione da parte dell’Europa liberaldemocratica e basata sull'ipocrisia di un discorso post-coloniale che si guarda bene dal mirare al cuore del passato e ritrovare le origini degli eventi.

La questione in merito alla Groenlandia ha senza dubbio dell’eccezionale: gli Stati Uniti minacciano di intervenire contro un paese membro della NATO, per di più in un territorio sul quale esercitano già un controllo militare diretto. Nel frattempo, diversi paesi europei annunciano l’invio di truppe in difesa della sovranità danese, mentre l’amministrazione Trump reagisce imponendo sanzioni contro gli stessi alleati europei. Questa apparente contraddizione si scioglie analizzando l’architettura giuridica che lega Copenaghen a Washington, in particolare il Trattato di Difesa della Groenlandia del 1951, che garantisce agli Stati Uniti ampi margini di presenza e intervento militare sull’isola, pur nel quadro formale della sovranità danese.

Il documento, siglato nel pieno della Guerra Fredda e mai sostanzialmente messo in discussione, stabilisce una sorta di carta bianca operativa per le forze statunitensi. Il trattato concede agli Stati Uniti il diritto di mantenere e operare in aree di difesa specifiche, le Defense Areas, con una giurisdizione che scavalca quella locale. Di fatto, in queste zone, il personale americano gode di immunità e libertà di movimento totale, trasformando ampie porzioni di suolo groenlandese in una exclave strategica del Pentagono.

Il perno di questo controllo è la Pituffik Space Base, ex Thule Air Base. Situata a soli 1.500 km dal Polo Nord, è la base più settentrionale delle forze armate USA. Qui si trova il sistema radar AN/FPS-132 che rappresenta una delle componenti fondamentali del sistema di allarme rapido contro i missili balistici (BMEWS). Senza questa base, l'intera architettura di difesa del Nord America (NORAD) perderebbe la capacità di intercettare minacce provenienti dal quadrante artico. Inoltre oggi la base ospita il 12° Squadrone di allarme spaziale, incaricato di monitorare i detriti orbitali e i lanci satellitari russi e cinesi.

In questo scenario, la minaccia di un intervento diretto degli USA stile Venezuela assume una luce ancora più sinistra. Non si tratta di conquistare un territorio, ma di ribadire che la Groenlandia è, nell'inconscio geopolitico americano, un'estensione organica della propria sicurezza nazionale.

Il trattato del 1951, un anno che ritroveremo più avanti, è l'incarnazione giuridica dello sfocato di Richter: una zona grigia dove la Danimarca mantiene la bandiera, ma gli Stati Uniti esercitano la forza. Se gli USA hanno già carta bianca, minacciare un intervento contro la Danimarca serve a ricordare ancora una volta all'Europa che la sua sovranità è un'illusione ottica mantenuta finché è funzionale agli interessi di Washington. L'horror vacui artico viene così riempito dal metallo e dai radar, mentre la popolazione inuit resta intrappolata tra un passato di sterilizzazioni forzate danesi e un presente di servitù militare americana.

Quando, nel 2019, l'amministrazione Trump manifestò l'interesse di acquistare la Groenlandia, il dibattito pubblico globale esplose in un urlo di indignazione contro il neo-colonialismo americano; oggi la storia si ripete elevata all’ennesima potenza e dopata dalle dichiarazioni ormai senza freno del Trump 2.0. Siamo di fronte a una rimozione massiccia e articolata: in primo luogo il paradosso per cui si accusa Washington di velleità coloniali ignorando sistematicamente che la Groenlandia è, di fatto, sotto sovranità danese dal XVIII secolo come esplicita eredità coloniale. Inoltre la rimozione terminologica per cui, sebbene la Groenlandia sia territorio autonomo dal 1979, rimane legata a Copenaghen da vincoli di sovranità che vengono raramente definiti coloniali nel linguaggio diplomatico europeo.

La narrazione mainstream si concentra ossessivamente sull'imperialismo esplicito e rumoroso degli Stati Uniti per evitare di affrontare la realtà storica di un colonialismo europeo che è diventato fondativo dell'ordine internazionale dalla fine dell’Ottocento in poi. Questo modus operandi si è interrotto solo quando gli attori europei non hanno più potuto sostenere il livello di violenza sistemica necessario al mantenimento del controllo. Il cambio di paradigma verso la narrazione delle democrazie liberali è stato, in realtà, una necessità omeostatica: l’Europa, avendo perso definitivamente il ruolo di egemone mondiale, è stata costretta a ritirarsi nell’economicismo, camuffando la propria ritirata strategica con il linguaggio dei diritti e della cooperazione. In questo teatro del rimosso, la Danimarca recita oggi la parte del custode liberale e progressista, mentre la Storia ci restituisce l’immagine di una presenza nell'Artico che è il risultato di una proiezione di violenza multisecolare.

Esempio di questa violenza è quello che viene ricordato come l’esperimento dei piccoli danesi che ebbe inizio nel maggio del 1951, lo stesso anno del trattato con gli USA. Il governo di Copenaghen, in collaborazione con Red Barnet (Save the Children Danimarca) e la Croce Rossa, selezionò 22 bambini inuit, 6 bambine e 16 bambini, tra i 6 e i 10 anni. Per giustificare l'operazione davanti all'opinione pubblica, si diffuse la narrazione che i bambini fossero orfani o provenienti da famiglie disastrate. La realtà, emersa solo molti decenni dopo, rivelò una verità molto più cinica: molti bambini avevano genitori e famiglie sane. La loro selezione non fu un atto di assistenza, ma un sequestro di Stato basato su una perizia razziale mascherata da test attitudinale. Dovevano essere i “migliori” affinché il successo del loro sradicamento fungesse da prova scientifica della superiorità del modello danese.

Per convincere i genitori fu promesso che i figli avrebbero ricevuto un'istruzione d'eccellenza e che sarebbero tornati come la nuova classe dirigente della Groenlandia. Tuttavia, una volta giunti in Danimarca, furono immersi in un isolamento linguistico e culturale totale per forzare l'adozione del danese come unica lingua del pensiero. Dopo un periodo di quarantena in una "colonia estiva", i bambini furono smistati presso famiglie affidatarie danesi accuratamente selezionate da Red Barnet. Qui subirono una pressione psicologica costante per conformarsi agli standard sociali, religiosi e comportamentali della borghesia europea. Quando i bambini tornarono in Groenlandia nel 1952, l'esperimento rivelò la sua natura più crudele. Invece di essere riconsegnati alle famiglie, furono collocati in un orfanotrofio a Nuuk. Erano diventati stranieri nella propria terra: non riuscivano più a comunicare con i genitori, provavano vergogna per le proprie origini e vivevano in una terra di nessuno identitaria. Il risultato fu una catastrofe clinica. La metà dei bambini coinvolti morì in giovane età o finì nel baratro dell'alcolismo e della depressione; nessuno di loro divenne il ponte sperato tra le due culture.

Non fu un fallimento tecnico, ma il successo di una violenza che mirava a dimostrare un assunto coloniale: che l'identità nativa fosse una superficie da piallare per far posto alla modernità europea. L'esperimento del 1951 si palesa come un atto chirurgico di ingegneria biopolitica attraverso cui la Danimarca tentò la sovrascrittura dell'identità di un intero popolo attraverso la produzione di un simulacro di élite indigena, una classe dirigente addestrata a pensare e agire secondo i protocolli del colonizzatore. Un'operazione di sostituzione ontologica presentata cinicamente come missione di civiltà.

Il ponte oscuro della vicenda risiede nel fatto che tale sradicamento non avvenne nell'ombra, ma con il pieno avallo e la partecipazione attiva di quelle organizzazioni umanitarie che oggi costituiscono il baluardo morale dell’Occidente. Save the Children (Red Barnet) non fu una spettatrice passiva, ma contribuì a garantire la cornice etica necessaria a rendere accettabile l’orrore. La gravità di questa complicità emerge nella gestione del post-trauma: nel corso degli anni, Save the Children ha ammesso che parte dei documenti relativi all'esperimento potrebbero essere stati intenzionalmente distrutti. Questa non è semplice incuria, ma un atto di rimozione documentale pianificata: il grado massimo della negazione storica, volto a rendere lo sfocato di Richter una cecità permanente. Solo nel 2015, dopo decenni di silenzi e dopo aver garantito la sparizione delle prove materiali, l'organizzazione ha presentato scuse ufficiali. Un riconoscimento tardivo che svela la natura della cura umanitaria quando questa si piega alle necessità omeostatiche del potere coloniale: prima si cancella l'identità del soggetto, poi si distrugge la memoria del crimine.

Oggi la comunità internazionale denuncia con forza la Russia per la sottrazione di migliaia di bambini ucraini. Si tratta di un atto etico non solo giusto, ma necessario. Tuttavia, isolare questo crimine in un vuoto storico, senza collegarlo alle tecniche di sostituzione che l'Occidente ha applicato fino a ieri, trasforma la giustizia in una questione di convenienza geopolitica. Dobbiamo evitare il corto circuito del benaltrismo: non citiamo l'orrore dei piccoli danesi per diminuire la gravità di ciò che accade in Ucraina, ma per sottolineare che la denuncia occidentale sarebbe immensamente più potente se fosse consapevole della propria genealogia. Se il braccio umanitario che oggi condanna il metodo russo è lo stesso che ha rimosso, e talvolta distrutto, le prove dei propri esperimenti coloniali, la sua voce rischia di scivolare nell'ipocrisia del doppio standard. La consapevolezza dei propri errori e orrori non indebolisce la condanna del presente; al contrario, la sottrae alla logica del branding morale per fondarla sulla tragica conoscenza degli effetti devastanti che tali atti producono sull'identità umana. L'autorità morale non nasce da una presunta purezza, ma dalla capacità di guardare dentro la propria piega traumatica mentre si indica quella dell'altro.

In questo scenario, la teoria della grande sostituzione, agitata dalle destre identitarie, si rivela come il ritorno del rimosso sotto forma di paranoia psicotica. La paura che una popolazione “esterna" possa sostituire quella "originaria" è la proiezione di ciò che l'Occidente ha sistematicamente inflitto al resto del mondo per secoli. L'uomo bianco, che ha costruito il proprio dominio sulla sostituzione fisica, culturale e demografica di interi continenti, dalle Americhe all'Artico, vive oggi l'ansia ontologica di subire il medesimo trattamento.

Il controllo della sovranità passa tanto dai radar di Pituffik quanto dai ventri delle donne inuit: da quella che la storia ufficiale chiama asetticamente Campagna delle Spirali (Spiralkampagnen). Tra il 1966 e l'inizio degli anni Settanta circa 4.500 donne e ragazze — metà della popolazione fertile della Groenlandia, incluse adolescenti di appena 13 anni — sono state ridotte a laboratori biologici, sottoposte all'inserimento forzato di dispositivi intrauterini senza consenso. Si trattava dell'ottimizzazione forzata di un territorio che, per restare fedele al Patto del 1951, doveva essere reso demograficamente inerte e dunque più facilmente amministrabile: un'operazione di controllo demografico pianificata. Lo Stato danese, nel pieno del suo sforzo di modernizzazione della Groenlandia, vedeva nella crescita della popolazione nativa un costo sociale insostenibile per le casse del welfare.

Qui il cerchio con l'attualità si chiude in modo violento: mentre oggi il discorso liberale europeo si erge giustamente a difesa dell'integrità del corpo e condanna i crimini riproduttivi o i rapimenti di bambini in contesti di guerra, come in Ucraina, opera una rimozione totale di questa “eugenetica soft” praticata fino a pochi decenni fa nel cuore dell'Artico. La Danimarca ha iniziato a indagare ufficialmente su questi abusi solo nel 2022, spinta non da un sussulto etico, ma dalle proteste delle sopravvissute che per cinquant'anni sono state recluse nel vuoto pneumatico della memoria istituzionale. Il ritardo è il tempo necessario affinché un crimine biopolitico si raffreddi fino a diventare storia, evitando così che le responsabilità penali dei padri ricadano sulla credibilità democratica dei figli. L'indagine attuale è l'ultimo tentativo dello Stato di gestire il reale che ritorna, cercando di trasformare una violenza sistematica in un caso di studio clinico, depotenziandone la carica rivoluzionaria.

La relazione con la teoria della grande sostituzione diventa lampante: la destra identitaria occidentale grida oggi allo sterminio demografico dei bianchi, ma tace sul fatto che l'Europa ha letteralmente sterilizzato popolazioni indigene per mantenere il proprio equilibrio economico. La paura di essere sostituiti è il riflesso speculare del senso di colpa per aver tentato di cancellare alla radice la discendenza dell'Altro. Chi ha usato la medicina come arma di controllo demografico oggi teme che la demografia stessa sia un'arma puntata contro di sé.

Il colonialismo europeo non ha solo modellato l'Artico; ha generato l'ordine del discorso che ha tracciato i confini del dolore in gran parte del globo. Molti dei conflitti etnici e politici più violenti di oggi sono eredità dirette di quella gestione coloniale che ha preferito la stabilità amministrativa alla realtà sociale locale: dalla Palestina al Sudan, da Somaliland allo Yemen. Entrare in queste contraddizioni significa riconoscere che l'attuale ordine liberale non è la fine della storia, ma la sua sfocatura: un tentativo di rendere liscia una superficie che è carica di pieghe dolorose e rimozioni che continuano a premere per tornare alla luce.

4. Oltre il binario: La contingenza come unica verità

L’analisi di questi casi ci impone di abbandonare il giudizio moralistico binario tra “colonialismo buono” e “colonialismo cattivo”. L’obiettivo dell’ermeneutica del dato è piuttosto mostrare come le narrazioni siano puramente strumentali e contingenti, non  stabilire chi sia più etico tra Copenaghen e Washington, o tra i Pahlavi e gli Ayatollah. Il potere politico riempie strategicamente i vuoti prodotti dalla cancellazione della memoria storica con miti funzionali agli interessi del momento: tanto a Teheran, dove il sogno della monarchia viene mobilitato per delegittimare la teocrazia, quanto in Groenlandia, dove il mito dell’autonomia danese serve a proteggere lo status quo artico dall’intrusione di nuovi attori. Questa contingenza, tuttavia, viene sistematicamente negata dalla narrazione dominante, poiché riconoscerla implicherebbe ammettere che un altro mondo è possibile, all’opposto del dogma liberale secondo cui non esistono alternative. Proprio per questo è necessario proseguire l’analisi genealogica: è nel passato, e non nel presente naturalizzato, che risiede lo space della possibilità.

Non lasciamoci ingannare dalla distanza geografica o dalla differenza dei regimi: tra le celle di Evin e le cliniche della Groenlandia corre lo stesso filo rosso che implica la gestione della sovranità come chirurgia del futuro. Lo Stato opera in entrambi i casi per sottrazione di corpi. In Iran, il potere agisce per eliminazione fisica del presente: il corpo del dissidente viene rimosso perché la sua voce non sporchi la narrazione del potere. In Groenlandia, la biopolitica danese ha fatto un passo ulteriore, muovendosi verso l’astrazione: il corpo non viene eliminato, viene impedito. Se la SAVAK cercava di cancellare il ricordo del trauma, la Campagna delle Spirali ha cercato di cancellare la possibilità stessa di un domani. In entrambi i casi, lo schema è anestetizzare la memoria per congelare il presente e rendere il futuro demograficamente inerte, dunque inoffensivo.

Gli esempi sopra, e che necessiterebbero tutti di un approfondimento, dimostrano che il potere è un organismo che amministra l'oblio. Il vuoto creato dalla rimozione selettiva viene saturato da nuove narrazioni che l'opinione pubblica accetta come leggi naturali. Comprendere l'inconscio geopolitico significa avere il coraggio di guardare dentro la scatola nera della Storia e riconoscere che ciò che chiamiamo analisi politica è spesso solo il tentativo di dare una forma logica a un'ossessione rimossa. Solo attraverso un sabotaggio epistemologico di queste narrazioni possiamo sperare di prendere coscienza e uscire dalla cecità indotta dal simulacro. Sforzarsi di entrare in queste contraddizioni è l'unico modo per uscire dall'azione di adattamento e passare a un'ermeneutica del presente che sia, finalmente, libera dal simulacro.

Richter dipinge gli iceberg dopo un viaggio in Groenlandia nel 1972, inabissato in una crisi personale seguita al fallimento del suo matrimonio. Ma in quella solitudine artica, il trauma privato trascolora in una metafora della freddezza della storia. Non c'è presenza umana nei suoi iceberg; c'è solo una natura monumentale e indifferente che agisce come uno specchio gelido per le nostre costruzioni politiche. Il richiamo del dipinto a Il naufragio della Speranza di Caspar David Friedrich è immediato, ma agisce per sottrazione. Dove Friedrich metteva in scena il dramma del naufragio — le lastre di ghiaccio che frantumano il legno della nave, il fallimento eroico dell'esplorazione umana — Richter opera una rimozione definitiva. Negli iceberg di Richter la nave è già scomparsa; non c'è più traccia di lotta, di speranza o di tragedia. Resta solo l'oggetto puro, sfocato e inaccessibile, che ci ricorda quanto siano contingenti e fragili le narrazioni che usiamo per sorreggere il potere quando quest'ultimo smette di interloquire con il Reale e si limita a contemplare il proprio vuoto.

La clinica della memoria ci insegna quanto il potere tema la persistenza del passato nel presente e la sua proiezione futura. Che si tratti di eliminare i corpi in Iran o di impedirne la nascita in Groenlandia, l'obiettivo rimane la creazione di una superficie liscia, un iceberg imponente e privo di naufraghi. Decodificare i conflitti significa smettere di guardare alla punta visibile del discorso sulle relazioni internazionali e iniziare a mappare la massa sommersa del rimosso. Sabotando la traduzione rassicurante della storia possiamo sperare di disarmare il bisturi di chi, in nome dell’ordine, continua ad amputare il futuro delle sue possibilità altre.


Pubblicato il 29 ottobre 2026

Alessandro Pastore

Alessandro Pastore / Docente e ricercatore