Quarantatré anni fa, quando ero una giovane madre, lessi e rilessi fino a consumarlo Il mio bambino del pediatra Benjamin Spock. Tra quelle pagine trovai un suggerimento che non ho mai dimenticato.
Quando stai rimproverando tuo figlio o senti crescere la rabbia nei suoi confronti, fermati un momento e osservati. Forse hai mal di testa. Forse ti fa male la schiena. Forse sei stanco, preoccupato o frustrato e non te ne sei accorto.
Potrebbe essere quel dolore ignorato a parlare al posto tuo.
Non significa che ogni rimprovero sia ingiusto o che i comportamenti sbagliati non debbano essere corretti. Significa imparare a distinguere ciò che l’altro ha realmente fatto da ciò che noi stiamo riversando su di lui.
Questa notte, nel silenzio delle quattro, quel pensiero è riemerso dopo quarantatré anni. E mi sono chiesta se oggi non stia accadendo qualcosa di simile all’intera umanità.
Sembriamo una società che rimprovera continuamente qualcuno senza fermarsi a riconoscere il proprio dolore.
La precarietà diventa rabbia contro chi arriva da lontano. La paura diventa ostilità verso chi è diverso. La solitudine diventa disprezzo. Il senso d’impotenza cerca un volto sul quale scaricarsi.
Non si combattono più le cause del malessere: si colpisce chi capita a portata di voce.
Ed è qui che il dolore individuale diventa materia politica.
Quando una società non sa dare un nome alle proprie ferite, qualcuno può farlo al suo posto. Può indicare un colpevole, offrire un bersaglio, costruire un nemico.
La paura non viene curata: viene indirizzata. La frustrazione non viene compresa: viene utilizzata. La rabbia non viene placata: viene alimentata.
È il passaggio dalla mancata presa di coscienza al controllo delle coscienze.
E qui non siamo più davanti a una semplice incapacità di comprendere il disagio. Siamo davanti al suo sfruttamento deliberato.
C’è chi trasforma la paura in propaganda, la rabbia in audience e il rancore in voti. Chi indica gli ultimi come responsabili delle decisioni prese dai primi. Chi convince chi possiede poco che il suo nemico sia chi non possiede nulla. Chi, invece di risolvere i problemi, distribuisce colpevoli.
È un inganno antico, ma ancora terribilmente efficace: spostare lo sguardo dal potere verso il bersaglio più debole.
Così non ci si domanda più chi abbia prodotto la precarietà, impoverito i servizi, alimentato le disuguaglianze o abbandonato interi territori. Ci si accanisce contro il migrante, il povero, il diverso, chi dissente, chiunque possa essere esposto sulla pubblica piazza come causa di ogni male.
Anche una parte dell’informazione e il meccanismo dei social partecipano a questa deformazione. L’indignazione è diventata merce; più divide, più circola. La complessità richiede tempo, mentre l’odio è rapido, elementare, facilmente condivisibile.
Chi governa attraverso la paura non ha interesse a eliminare il disagio. Ha bisogno che quel disagio rimanga vivo, purché venga rivolto nella direzione desiderata. I problemi sono complessi; il colpevole offerto alla folla, invece, deve essere semplice, visibile e possibilmente indifeso.
Comprendere questo meccanismo non significa giustificare la crudeltà. Il dolore può spiegare l’odio, ma non lo rende legittimo. Altrimenti ogni persona ferita avrebbe il diritto di ferire e ogni vittima quello di trasformarsi in carnefice.
Forse il consiglio rivolto da Spock ai genitori dovrebbe essere rivolto oggi a un’intera società:
Prima di aggredire un altro essere umano, fermati e osservati.
Quella persona è davvero la causa del tuo dolore?
Oppure qualcuno ha dato al tuo dolore il volto di un innocente?