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Sempre nuove tecnologie offrono nuove sempre opportunità. Ma le opportunità sono forse cogenti? Siamo forse obbligati ad accoglierle?
Le domande sono particolarmente significative se applicate al campo della Medicina.

1.1. Una antica saggezza è racchiusa nella stessa parola medicina: 'meditare per curare'.

1.2. Oggi, nell'epoca in cui sembra impossibile vivere senza macchine, la prima malattia da curare è la dipendenza dalla macchina.

Eppure si assiste all'invasione della macchina in ogni processo di cura.

Di fronte a ciò conviene ricordare che il senso della medicina si riassume nel dire: l'essere umano cura l'essere umano.

1.3. Per evitare che qualsiasi processo di cura introduca surrettiziamente la malattia: la dipendenza dalla macchina, l'uso di macchine dovrà essere subordinato a scelte, governo e controllo dell'essere umano.

Questo è necessario, ma non sufficiente. Bisogna dire con più precisione: l'uso di qualsiasi macchina in medicina dovrà essere affidato a scelte, governo e controllo del medico.

Solo se il medico mantiene il governo del processo di cura si contrastano gli effetti della presenza nelle reti di cura di ingegneri e computer scientist, e la medicina esiste ancora.

1.4. Scelte progettuali e organizzative, esternazioni pubbliche, scritti accademici e divulgativi di ingegneri e computer scientist forniscono numerosissimi ed evidenti esempi dell'orientamento a perpetuare e considerare inevitabile l'umana dipendenza dalla macchina, l'umana assimilazione alla macchina, il porre la macchina come modello dell'umano.

Basta un esempio: secondo ingegneri e computer scientist i medici dovrebbero apprendere a curare interagendo con virtual patiens sintetici. Simulazioni, imitazioni dell'umano.

1.5. Di fronte a questa deriva, conviene ricordare la scena primaria della medicina.

Un essere umano chiede a un altro essere umano: raccontami come stai. Dalla narrazione nasce la cura. Nella narrazione è implicita la cura. Il medico porta alla luce la cura, la traduce in azione.

2.1. L'affermazione: 'il medico combatte il deskilling [la perdita della capacità di svolgere il proprio ruolo] allenandosi tramite macchine che gli propongono di simulare la cura di virtual patiens', è del tutto inconsistente.

Al contrario, questo allenamento è un acceleratore di deskilling.

L'affermazione, infatti, si fonda sul preconcetto per cui la capacità di cura non è dote del medico, ma è invece proprietà emergente dall'accoppiamento strutturale medico-macchina.

2.2. Si consideri la differenza tra l'allenamento di un pilota di Formula Uno tramite simulatore e la formazione di un medico tramite la simulazione di cura di virtual patiens.

Il pilota di Formula Uno può ben allenarsi tramite un simulatore.

Ogni caratteristica della vettura, del suo sistema di guida, del singolo circuito, possono essere ben descritte in un programma.

La simulazione resterà una imitazione imperfetta dell'esperienza, perché il programma non potrà prevedere l'evento: lo sfaldamento e la frantumazione dell'asfalto in quella tal curva. Se, a evento avvenuto, la simulazione prevede all'evento, altri eventi le sfuggiranno: la caduta sulla pista di un drone, l'attraversamento della pista da parte di un elefante... Ma in ogni caso l'addestramento sarà fruttuoso, perché approssima alla conoscenza di quel percorso.

2.3. Formare un medico tramite simulazione della cura di un virtual patiens significa, nella migliore delle ipotesi, è confondere la cura con l'esecuzione di un protocollo.

Solo in questo può valere l'analogia con l'addestramento di un pilota: guidare una macchina lungo un percorso prestabilito.

2.4. Il virtual patiens progettato da ingegneri e computer scientist sarà in ogni caso abissalmente distante dalla complessità dell'essere umano.

La mediazione della macchina esclude aspetti essenziali -emotivi, verbali, gestuali, empatici, prossemici ...- della relazione tra esseri umani.

La macchina digitale impone la riduzione della conoscenza a informazione. La conoscenza è sempre parziale, ma è aperta, e mitigata dalla saggezza. L'informazione è chiusa, limitata ai dati disponibili.

L'anamnesi, l'incipit dell'esercizio della medicina, consiste nel chiedere qui ed ora all'essere umano che si ritiene bisognoso di cura: Come stai? Così conoscenza e relazione si rinnovano istante dopo istante. Macchine e protocolli restano sempre un passo indietro.

2.5. Si sostiene l'esistenza e la virtù della rete di cura. Alla rete di cura certo appartengono, oltre ai medici, i parenti della persona in cura, infermieri, terapeuti di varia specializzazione, persone operanti con qualsiasi ruolo nelle strutture di cura.

Si aggiungono ora tecnici, ingegneri, computer scientist. La novità di questa aggiunta sta nel fatto che ingegneri e computer scientist non si preoccupano di partecipare al progetto di cura. Si preoccupano di costruire, e poi gestire macchine, capaci di curare da sé.

L'affermazione pratica della necessaria presenza dell'ingegnere e del computer scientist nella rete di cura va di pari passo con una triplice affermazione teorica.

2.5.1. Ad un primo livello si assume, nel definire processi e protocolli, la vigenza del concetto di agente. Esistono azioni necessarie, le azioni sono svolte di agenti. La capacità di agire è posseduta sia da esseri umani, sia da macchine e algoritmi.

2.5.2. Ad un secondo livello si afferma quindi che la cura è frutto del lavoro sia di agenti umani e che di agenti non umani.

2.5.3. Ad un terzo livello, si afferma infine che la capacità di curare non è dote di uno o di un altro agente, ma è invece una proprietà emergente dalla rete di cura.

2.6. Così non solo è sancita la presenza di ingegneri e computer scientist a fianco del medico e di infermieri e terapeuti e parenti, è sancita la presenza a pari titolo di macchine.

Così la medicina è definitivamente disincarnata e spersonalizzata. Disumanizzata, contraddicendo il principio che dice: l'essere umano cura l'essere umano.

Perciò è conveniente aggiornare l'enunciato dicendo: L'essere umano sceglie di essere curato dall'essere umano.

2.7. La convocazione di nuovi attori -ingegneri, computer scientist, macchine stesse- nella rete di cura, va di pari passo con la scomparsa dalla scena del protagonista: l'essere umano in cerca di cura. L'essere umano in cerca di cura non è nemmeno più considerato agens. E' definitivamente retrocesso a patiens. Singolo, irripetibile, differente da ogni altro patiens la cui cura dovrà ora essere desunta dalla cura offerta ad un generico virtual patiens.

Il rifiutare questa riduzione porta a ribadire: l'essere umano sceglie di essere curato dall'essere umano.

Pubblicato il 13 giugno 2026

Francesco Varanini

Francesco Varanini / ⛵⛵ Scrittore, consulente, formatore, ricercatore - co-fondatore di STULTIFERA NAVIS

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