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Oggi Donald Trump ha descritto la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, come qualcuno che lo avrebbe «implorato di fare una foto» e che gli avrebbe «fatto pena».

Ho riletto la notizia, ho riflettuto sulla possibilità di un errore nella traduzione dall'inglese, ma alla fine ho riconosciuto una struttura precisa: un metodo ripetuto, con gli stessi bersagli e le stesse tecniche.

Difendere la Presidente del Consiglio da un attacco straniero gratuito e inverificabile è doveroso per tutti noi italiani.

Si chiama dignità nazionale.


Donald Trump ha dichiarato in una telefonata trasmessa da La7 che la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, lo avrebbe "implorato di fare una foto durante il G7, e che, per questo, "I felt sorry for her. La telefonata è arrivata senza audio originale: precise direttive dello staff presidenziale. La frase è stata resa in italiano da un interprete.

Quel piccolo dettaglio conta. "I felt sorry for her" può essere tradotto con "mi ha fatto pena o con "mi sono dispiaciuto per lei. Tra le due versioni la distanza è sensibile. Il fatto che nelle prime ore abbia prevalso la traduzione più aspra dice già qualcosa sul registro in cui siamo stati trascinati a discutere.

La sostanza, in ogni caso, regge all'esame. Trump racconta una storia inverificabile, costruita intorno all'immagine di una leader che supplica. È una tecnica che ha un nome preciso nella letteratura sul potere: la svalutazione simbolica dell'avversario attraverso la degradazione narrativa. Si attribuisce all'interlocutore un gesto di debolezza, si fissa quell'immagine nel dibattito pubblico prima che possa essere smentita, e si lascia che il contesto faccia il resto.

L'episodio odierno si colloca in una serie che vale la pena di leggere per intero. Papa Leone XIV, primo pontefice americano della storia, è stato definito da Trump "debole in materia di criminalità e pessimo in politica estera; su Truth il presidente ha poi aggiunto che "non era in lista per diventare Papa, è stato inserito perché pensavano fosse il modo migliore per gestire me. Keir Starmer ha ricevuto il verdetto "non è Winston Churchill, in marzo 2026, dopo il rifiuto del governo di Londra di concedere basi militari per l'operazione americana in Iran; a distanza di poche settimane, Trump ha aggiunto che "gli inglesi non c'erano quando avevamo bisogno di loro. Friedrich Merz "non sa di cosa parla quando si esprime sullo stesso conflitto. Macron "sbaglia sempre e, in un video poi rimosso, è stato deriso pubblicamente per una vicenda personale.

Il caso di Volodymyr Zelensky merita un paragrafo a sé, perché là il metodo si rivela nella sua forma più nitida. Il 28 febbraio 2025, Zelensky arriva alla Casa Bianca in uniforme militare: la stessa che porta dal 24 febbraio 2022, il giorno in cui la Russia ha invaso il suo paese, come forma di solidarietà con il popolo ucraino in guerra. Trump lo accoglie con: "Sei vestito di tutto punto oggi. Nello Studio Ovale, mentre Trump e Vance incalzano Zelensky chiedendogli di mostrarsi più grato degli aiuti americani, un giornalista interrompe la riunione con la domanda: "Perché non indossi un completo? Ti trovi nell'ufficio più importante del paese e rifiuti di indossare un abito. Zelensky risponde: "Lo indosserò dopo la fine di questa guerra. Lo storico Timothy Snyder ha ricordato che Winston Churchill si presentò alla Casa Bianca in uniforme militare durante la Seconda Guerra Mondiale. Nessuno gli chiese di cambiarsi.

La Presidente del Consiglio è l'ultima di questa serie. Gli alleati vengono promossi o degradati in base a criteri instabili, comunicati con la stessa disinvoltura con cui un conduttore di reality annuncia l'eliminazione di un concorrente.

La risposta italiana è stata compatta. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha telefonato alla Presidente del Consiglio per esprimerle solidarietà. La Presidente del Consiglio si è dichiarata "allibita: "Non so perché si comporti così con gli alleati. "Io e l'Italia non imploriamo mai. Antonio Tajani ha annullato la visita programmata negli Stati Uniti.

Qui mi fermo un momento, perché la precisione è necessaria. Difendere la Presidente del Consiglio della Repubblica italiana dagli attacchi di un capo di stato straniero non equivale a sottoscrivere le sue politiche. Le preferenze personali restano dove stanno. Ciò che vale, invece, è la forma: la Presidenza del Consiglio è la più alta carica esecutiva del paese, e quando un governo straniero la umilia con accuse inverificabili, la risposta pertinente è quella istituzionale. Lo stesso Mattarella, che non ha mai nascosto le proprie distanze dall'esecutivo in carica, ha risposto senza esitazione. Esiste una differenza tra la critica fondata di un avversario e il discredito gratuito di un alleato che esegue la propria performance davanti alle telecamere. Ogni italiano che abbia una postura eretta, a prescindere da dove si collochi nello spettro politico, riconosce quella differenza.

Poi c'è il paradosso al centro di tutto questo. L'uomo che dice "mi ha fatto pena è lo stesso che, nel febbraio 2025, ha firmato un ordine esecutivo per sanzionare la Corte Penale Internazionale, dopo che questa aveva emesso un mandato d'arresto contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu per crimini di guerra e crimini contro l'umanità. La Corte ha confermato quel mandato nel dicembre 2025. Netanyahu era stato il primo ospite straniero ricevuto alla Casa Bianca dopo l'insediamento di Trump. L'ordine esecutivo ha congelato i beni dei funzionari della CPI e ristretto i loro visti: un atto di forza contro il principale tribunale internazionale per crimini di guerra, giustificato con la necessità di "difendere il nostro stretto alleato Israele, come ha dichiarato Trump stesso.

La domanda è semplice. Chi chiede a un alleato di implorare una fotografia? Chi giudica un pontefice, un premier in guerra, una cancelleria, un governo alleato come un impresario televisivo valuta i candidati a un talent show? O chi protegge politicamente, con sanzioni contro una corte internazionale, un premier colpito da un mandato d'arresto per crimini contro l'umanità?

Questa domanda non richiede risposta. La risposta è già nella domanda.

La stanchezza che sento è quella di chi riconosce un limite. Un uomo che usa la commiserazione come strumento di dominio, che costruisce la propria statura umiliando i propri alleati, che sanziona i giudici internazionali per proteggere chi è accusato di crimini contro l'umanità, ha scelto di governare attraverso lo spettacolo. La responsabilità storica del momento, la complessità delle relazioni tra democrazie mature, lo sforzo di tenere insieme interessi divergenti: tutto questo cede il passo al bisogno di produrre un titolo.

Gli italiani che hanno contribuito a costruire la storia di quel paese, i milioni di emigrati che l'America l'hanno fatta con le mani e con il sacrificio, meritano qualcosa di diverso dal ruolo di comparse nel monologo di un conduttore che ha trovato la strada per la Casa Bianca. E questa rimane, a dispetto di tutto, una posizione politica: riconoscere il limite, nominarlo con precisione, rifiutarsi di fingere che sia normale.


StultiferaBiblio

  • Curzio Malaparte, La pelle Adelphi, 2010,

Referenze Stultifere

Pubblicato il 19 giugno 2026