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La crisi intorno alla verità non si sostanzia "solo" in un aumento esponenziale delle bugie pubbliche, ma come una crisi delle condizioni che rendono possibile conoscere insieme. le società democratiche hanno bisogno di una base epistemica condivisa, cioè di alcuni criteri comuni per distinguere affermazioni attendibili, opinioni, interpretazioni, propaganda e falsità. Non significa avere tutti la stessa opinione. Significa però condividere almeno alcune regole del gioco: le prove contano, le fonti vanno valutate, le contraddizioni vanno prese sul serio, la discussione pubblica deve poter correggere gli errori.


Pochi giorni fare per fare un biglietto di auguri digitale ho preso una foto e l’ho trasformata in un breve video. La foto diventava un’interazione mai esistita, eppure assolutamente credibile. Ho usato un app gratuita, dato istruzioni alla portata di qualsiasi utente. Eppure, il risultato era credibile, differenze lievi rispetto alla realtà, non tali da dubitare sull’autenticità del video.

Leggo, perchè non sono abbastanza social da vederli, di deepfake palesemente assurdi, con Trump o la Meloni che fanno cose improbabili, altri più subdoli, come il deepfake del Governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta che partecipa a note trasmissioni televisive o ad altri contesti mediatici, talvolta associati alla promozione di piattaforme di investimento e finalizzati a truffe. Altri subdoli evergognosi, che creano avatar di persone con disabilità, per commuovere e convincere le persone a comprare prodotti a loro associati. E poi morti fittizie su scivoli ad acqua, sessualizzazione, imbarazzo. Ora, senza falsa modestia penso di possedere abbastanza conoscenza e antidoti cognitivi per almeno annusare che ci sia qualcosa che non va in questi video. Ma allargando lo sguardo, i dati OCSE raccontano che in literacy il 35% dei 16-65enni ottiene un punteggio pari o inferiore al livello 1, quello che indica la capacità di comprendere testi brevi ed elenchi organizzati, quando le informazioni sono indicate chiaramente. Le persone che non raggiungono il livello 1 - più di una su tre - sono in grado di comprendere, al massimo, frasi brevi e semplici, sono in pratica in una condizione di 'analfabetismo funzionale'. Stiamo parlando di milioni di persone, solo in Italia. E dubito, con tutto il rispetto, che questo livello di literacy permetta di avere gli anticorpi necessari per non abboccare a qualche deepfake ben concepito.

E il problema è molto più grande della possibilità, pure inquitante e concreta, di truffe finanziare o manipolazioni emotive e cognitive. Il problema è che quello che abbiamo sempre pensato con realtà, si sta sgretolando sotto i nostri occhi.

In tempi analogici Hannah Arendt, in “Truth and Politics”,aveva già individuato un punto attualissimo: la verità fattuale è fragile perché dipende da testimoni, archivi, documenti, memoria pubblica. E nel suo saggio che analizzava il potere politico, sottolineava come quest’ultimo tendesse spesso a manipolare non solo le opinioni, ma anche i fatti. Già in tempi di possibilità digitali ridotte la propaganda non si limitiva a influenzare, ma a costruire attivamente un altro piano di realtà.

la menzogna politica non vuole sempre far credere una versione alternativa stabile; il suo obiettivo è spesso generare confusione, stanchezza, disorientamento

Ma l’intuizione più importante di Hannan Arendt è che la menzogna politica non vuole sempre far credere una versione alternativa stabile; il suo obiettivo è spesso generare confusione, stanchezza, disorientamento. La propaganda contemporanea non dice sempre “questa è la verità”, ma spesso suggerisce “non esiste più nessuna verità affidabile”. Questo è il punto sensibile.

Infatti tornando all’attualità, l’accessibilità diffusa dell’IA generativa può minare la fiducia nei fatti verificabili. Man mano che i contenuti generati dall’IA su Internet si normalizzano e si moltiplicano, i soggetti politici e pubblici possono facilemente mettere in dubbio anche le informazioni affidabili. Si tratta di un fenomeno studiato da Robert Chesney e Danielle Citron e noto come “dividendo del bugiardo” (liar’s dividend), in cui la diffidenza verso le diffuse falsificazioni rende le persone più scettiche nei confronti delle informazioni vere, soprattutto in tempi di crisi (e oggi la crisi pare essere permanente) o di conflitto (e pure qui…).

Il pericolo, attuale e presente, non è solo vivere in un mondo pieno di menzogne; è vivere in un mondo in cui anche la verità appare come una menzogna possibile.

Se ne è accorto pure Leone XIV, che nella sua ultima enciclica “Magnifica humanitas” si riferisce esplicitamente ai cittadini attuali come «sudditi ideali» che non fanno distinzione tra fatto e finzione, rimarcando una «crisi intorno alla verità», che invece «è un bene comune essenziale per la democrazia», non «una proprietà di chi ha potere o visibilità». Incredibile che la cosa più di sinistra che abbia letto negli ultimi 10 anni l’abbia scritta il Papa comunque.

La crisi intorno alla verità non si sostanzia "solo" in un aumento esponenziale delle bugie pubbliche, ma come una crisi delle condizioni che rendono possibile conoscere insieme. le società democratiche hanno bisogno di una base epistemica condivisa, cioè di alcuni criteri comuni per distinguere affermazioni attendibili, opinioni, interpretazioni, propaganda e falsità. Non significa avere tutti la stessa opinione. Significa però condividere almeno alcune regole del gioco: le prove contano, le fonti vanno valutate, le contraddizioni vanno prese sul serio, la discussione pubblica deve poter correggere gli errori.

Il punto non è restaurare una concezione ingenua della verità, come se esistesse uno sguardo neutro, puro, fuori dalla storia e dal potere. Molte critiche alla verità oggettiva sono fondate: ciò che chiamiamo conoscenza è spesso attraversato da interessi, gerarchie, esclusioni, linguaggi e rapporti di potere, oggi più che mai. Il problema nasce quando da questa consapevolezza si scivola verso una posizione più pericolosa: se ogni conoscenza è situata, allora tutto sarebbe solo narrazione; se tutto è narrazione, allora nessuna affermazione sarebbe più razionalmente preferibile a un’altra. Ma non può essere tutto narrazione,non possiamo affermare qualsiasi cosa in virtù di un malinteso pluralismo.

Certo, una democrazia deve accettare una pluralità di valori, esperienze, visioni del mondo e interpretazioni ma…

Ma pluralismo non significa che ogni affermazione fattuale abbia lo stesso valore. Possono esistere molte interpretazioni legittime di un evento, ma non infinite versioni arbitrarie dei fatti.

Purtroppo il problema è serio e non si risolve solo con fact-checking o debunking, peraltro spesso prezzolati e a uso e consumo di una sola verità. Questi strumenti arrivano spesso troppo tardi. Il problema è più profondo: riguarda la formazione del cittadino, dell’adulto, del lavoratore, del manager, dell’elettore.

Serve una cultura della conoscenza capace di reggere l’incertezza senza crollare nel cinismo. E siamo nel Paese ricordiamoci in cui il 35% degli adulti sono in grado di comprendere, al massimo, frasi brevi e semplici. Epistemologia, per capire di che si parla, la mettono in Google, manco in un LLM.

Ma soprattutto, credo non si senta nemmeno più l’esigenza di questo terreno comune, ognuno è interessato solo a alimentare e proteggere la propria personale verità, fondata o meno non importa, basta che stampelli una fragile personalità o sostenga qualche interesse particolare, e picchiarla sul muso a chiunque non la pensi come lui.

Come diceva Flaiano

"In questo paese che amo non esiste semplicemente la verità, perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la loro verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi."

Alla fine, pure la verità è diventata una merce e un accessorio.


Pubblicato il 26 maggio 2026

Fabio Salvi

Fabio Salvi / Team Lead People Partner Europe South presso FlixBus