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Un testo che ripercorre le ragioni dell'incontro del 25 giugno su Foucault, non come celebrazione ma come verifica critica della tenuta del suo pensiero nel presente. Dal contesto italiano delle polemiche ministeriali alle architetture algoritmiche dei social media e dell'intelligenza artificiale: il metodo genealogico come pratica di libertà e strumento per leggere una contemporaneità che Foucault non ha conosciuto, ma per cui sembra aver costruito le domande giuste.

Il pensiero ha una durata che non coincide con la vita di chi lo ha prodotto.

Foucault nasce nel 1926 e muore nel 1984: cent'anni fa e quaranta circa, rispettivamente. Eppure il suo nome circola oggi — con una frequenza che sarebbe forse risultata sorprendente allo stesso autore — nei dibattiti pubblici, nelle polemiche ministeriali, nelle aule e nei convegni. In Italia, negli ultimi mesi, lo si è visto dichiarato "cattivo maestro" in certi contesti e chiamato a testimoniare in altri, ridotto a ingombrante fantasma o a capro espiatorio di un'intera stagione culturale.

"Cento anni e ancora" porta con sé una domanda più che un omaggio. L'urgenza di tornare a Foucault si è fatta sentire proprio in questo clima, ma circoscriverla alla polemica del momento sarebbe riduttivo. Le ragioni sono più profonde e attraversano il paesaggio contemporaneo in modo più capillare: riguardano i modi in cui il potere si produce e si dissimula, le forme in cui il soggetto si costruisce e viene costruito, le pratiche con cui una cultura stabilisce chi abbia diritto di parlare e in quale forma.

Foucault stesso rifiutava l'idea di costruire un sistema. I suoi libri, amava dire, erano strumenti: congegni da usare, modificare, forzare contro situazioni che lui non aveva previsto. La cassetta degli attrezzi — immagine nata in un dialogo con Deleuze, ma che Foucault fece propria — non consegna soluzioni preconfezionate, ma un certo modo di stare di fronte ai problemi: genealogicamente. Stare di fronte ai problemi genealogicamente significa rintracciare, sotto la superficie di ciò che si dà come ovvio e necessario, la trama di contingenze, rapporti di forza e stratificazioni storiche che lo hanno prodotto; significa giungere a mostrare che le cose non sono sempre state così, che ciò che appare inevitabile è il risultato di lotte, esclusioni, scelte che avrebbero potuto andare altrimenti. La genealogia è in questo senso uno strumento critico e una pratica di libertà insieme: non libera da tutto, ma da quella specifica forma di assoggettamento che consiste nel credere che il presente sia l'unica forma possibile del reale.

La domanda che ha animato questo incontro non è cosa ci ha detto Foucault, ma cosa noi facciamo di ciò che Foucault ci ha detto.

Foucault non ha parlato di intelligenza artificiale, né di piattaforme digitali, né degli algoritmi che oggi governano la circolazione dei discorsi e la formazione delle soggettività. Eppure le lenti che ha costruito — il dispositivo come intreccio di sapere e potere, la normalizzazione che si esercita senza volto e senza decreto, le tecnologie del sé come pratiche con cui gli individui si formano obbedendo a ciò che credono di scegliere — sembrano forgiate per pensare esattamente questo presente. I social media hanno reso obbligatoria l'esibizione di sé elevandola a forma di libertà; i sistemi di intelligenza artificiale producono verità selezionando, classificando, rendendo invisibile ciò che non rientra nei parametri del rilevante; la condotta degli individui viene governata attraverso architetture che non si presentano mai come potere, ma come servizio, come personalizzazione, come cura.

Foucault non avrebbe avuto risposte pronte per tutto questo, ma avrebbe saputo fare le domande giuste, e forse è questo il lascito più prezioso: non un sistema da applicare, ma uno sguardo da riprendere.

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Referenze Stultifere

Pubblicato il 20 giugno 2026

Keren Ponzo

Keren Ponzo / Filosofa e Counselor filosofica

http://orizzontifilosofici.it/