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Mio racconto di fantascienza


Da quando era stato colpito da un fulmine, a bordo della navicella che lo riportava in città, attraversando l'oceano in tempesta sul pianeta Ezelott, Geremia non aveva avuto più amici se non i libri e i testi da leggere sull'interfaccia del computer dello studio.

Di anno in anno, aveva allontanato da sé le persone di una vita, come brani di un fiore che si sfaldava al vento della solitudine, nell'ampolla di quel buio microcosmo di grammatiche antiche da ricostruire.

Quanto tempo era passato dacché aveva trascorso una serata in compagnia?

Aveva perso l'uso della lingua parlata. Leggeva e scriveva solamente: messaggi ed e-mail. La voce era una questione privata, troppo intima per essere condivisa. Non più. Con nessuno.

Fu solo quando lei iniziò ad apparire nel varco del crepuscolo che Geremia disse qualcosa. Una parola. Il suo nome.

Sua madre tornava dopo una lunga assenza. Le visite erano come pulsazioni di luce nella confraternita ombrosa delle lingue morte che il figlio aveva continuato a studiare.

Un pomeriggio la trovò nell'abisso. E anche se Geremia non capiva la sua lingua, che lui non aveva fatto in tempo a imparare da bambino, prima che lei morisse, ascoltava incantato quella voce mentre insieme camminavano.

Sua madre si dissolse all'estinguersi del sole all'orizzonte, poco dopo gli ultimi passi del loro tempo a disposizione, così come al termine delle successive epifanie: passeggiate fra le montagne, sulla spiaggia, lungo il torrente e nei boschi di quel pianeta di quarzo grezzo.

La fede aiutava Geremia. La madre era fra le pagine dei testi sacri, le sue intuizioni preziose, un dono di Dio.

Giunse poi il giorno in cui tornare dai medici per il controllo dei parametri vitali, a distanza di 3 anni dalla prigionia nella tempesta nell'oceano. Finalmente parlò.

 Lo animava un entusiasmo che fu però presto smorzato venendo a sapere che sua madre era stata un'allucinazione elaborata dall'intelligenza artificiale, grazie alla scheggia di materiale biomeccanico che gli si irradiava nel cervello e che attingeva dai ricordi, per ricostruire il desiderio di vivere.

Geremia avrebbe voluto non saperlo, forse. Non avrebbe dovuto parlare, ma piuttosto perpetuare il proprio mutismo, fingere.

- Te lo avremmo detto prima o poi, comunque, gli dissero.

Geremia era guarito e la scheggia, pur se disattivata, sarebbe rimasta per sempre dentro di lui, come gli incontri con la madre, nella nuova memoria.

A casa, al computer, scrisse con scioltezza parole e frasi nella lingua che si rese conto di aver imparato e le pronunciò ad alta voce.

Era fuori dell'abisso, ormai. Sua madre non c'era nel varco, ma poteva immaginarla. Tecnologia o Dio, nessuno dei due o entrambi, o l'una o l'altro, sapeva cosa fare.

Come con i medici, la sua voce non sarebbe più stata una questione privata: chiamò i vecchi amici e il buio microcosmo di grammatiche antiche da ricostruire si illuminò.


Pubblicato il 06 giugno 2026

Marco Mazzanti

Marco Mazzanti / Linguista specializzato in processi cognitivi Strutture morfosintattiche e pattern ambientali Etologia e Intelligenza Artificiale