Go down

E' di due giorni fa la agghiacciante approvazione del DDL che vieta o rende difficile e mediata la educazione sessuale e affettiva dei nostri bambini, giovani e ragazzi.
Sto cercando di superare la rabbia e lo schifo attraverso la scrittura di una fiaba allegorica.
Buona lettura.


C'era una volta, in un tempo che potrebbe essere questo, una valle stretta e profonda che si chiamava Val di Tara. Era una valle così chiusa che le nuvole, per entrarci, dovevano chiedere il permesso, e il vento ci arrivava sempre in ritardo, portando notizie vecchie di cent'anni.

Nella Val di Tara governava un Consiglio di Saggi che saggi non erano, ma che nessuno aveva mai osato chiamare diversamente, perché nella valle le parole si usavano con molta parsimonia, e certe parole non si usavano affatto.

I Saggi avevano stabilito, in un giorno ormai lontano che nessuno ricordava con esattezza, la Legge Fondamentale della Valle, che recitava così:

"Ciò che non viene nominato non esiste. Ciò che non viene insegnato non accade. Ciò che non viene spiegato non può fare danno."

Era una legge bellissima, nella sua simmetria. I Saggi ne andavano molto fieri.

In base a questa legge, i bambini della Val di Tara crescevano in un mondo attentamente incompleto. Conoscevano i nomi degli alberi ma non quelli delle emozioni. Sapevano contare le pecore ma non i battiti del proprio cuore. Imparavano la geografia dei fiumi e dei monti, ma del paesaggio del proprio corpo non possedevano mappa alcuna: sotto il collo e sopra le ginocchia c'era una regione senza nome, una terra di nessuno che apparteneva ai genitori e che i genitori, a loro volta, avevano ricevuto senza nome dai propri.

La maestra della valle, che si chiamava Prudenza e portava il nome come una condanna, aveva il compito più delicato: insegnare tutto senza insegnare niente. Era bravissima. Aveva sviluppato l'arte del silenzio selettivo fino a livelli che un diplomatico le avrebbe invidiato. Quando i bambini chiedevano da dove venissero i neonati, rispondeva: "Dall'amore dei genitori," il che tecnicamente non era falso ma praticamente non spiegava nulla, come dire che il pane viene dalla bontà del fornaio.

Quando chiedevano perché Marco e Lucia si tenessero per mano, rispondeva: "Perché sono amici," e nessuno poteva contraddirla, perché la parola che mancava non era mai stata pronunciata in quella classe, e quindi non esisteva.

Nella Val di Tara le parole funzionavano così: non c'era censura, c'era assenza. Non c'era divieto, c'era vuoto. Nessuno aveva mai proibito nulla, tecnicamente. Semplicemente, certe cose non erano mai state dette, e siccome non erano mai state dette, era come se non ci fossero. I Saggi avevano capito una cosa fondamentale del potere: non serve bruciare i libri, basta non scriverli.

I genitori della Val di Tara avevano ciascuno un Libretto delle Autorizzazioni, un quaderno con la copertina verde in cui annotavano le cose che i loro figli potevano sapere. La maggior parte dei libretti era quasi vuota. Alcune pagine erano state strappate col tempo, perché certi genitori, crescendo, si erano accorti di aver autorizzato qualcosa di troppo e avevano corretto in corso d'opera. Il libretto della famiglia Chiavistello, la più rispettata del paese, conteneva una sola voce autorizzata: "Le tabelline." Sotto, una nota a margine precisava: "Solo quelle pari."

La cosa straordinaria era che i bambini, nonostante tutto, scoprivano ugualmente. Scoprivano nel modo peggiore: per incidente, per vergogna, per imitazione di chi ne sapeva meno di loro, per frammenti rubati a conversazioni interrotte, per immagini trovate in luoghi in cui nessun adulto aveva pensato di guardare. Scoprivano senza parole, e quindi senza strumenti. Scoprivano senza adulti, e quindi senza protezione. Scoprivano nel buio, e nel buio le cose hanno sempre forme più spaventose di quelle che hanno alla luce.

Ma i Saggi non sapevano nulla di tutto questo, perché nessuno glielo diceva, e ciò che non viene detto, nella Val di Tara, non esiste.

C'era, nella valle, un vecchio che tutti chiamavano il Matto. Il Matto aveva una caratteristica che lo rendeva insopportabile: diceva le cose come stavano. Un giorno, durante la festa del patrono, il Matto si alzò dalla panchina dove passava le giornate e disse ad alta voce: "Voi credete che non insegnare sia proteggere. Ma il silenzio non è uno scudo: è una buca. E i vostri figli ci stanno cadendo dentro."

I Saggi si consultarono brevemente e stabilirono che il Matto era, appunto, matto. La piazza tornò tranquilla. I bambini continuarono a non sapere. I genitori continuarono a non dire. E il silenzio, che nella Val di Tara era la forma più alta di educazione, continuò a crescere come cresce l'erba sulle cose abbandonate.

Si narra che un giorno, molti anni dopo, un ragazzo della Val di Tara salì in cima alla montagna più alta e guardò oltre il crinale. Vide le valli vicine, dove i bambini imparavano le parole per ciò che sentivano, dove i corpi avevano nomi e i nomi non facevano paura, dove sapere non era una colpa e chiedere non era una vergogna.

Tornò giù e provò a raccontare quello che aveva visto.

Ma nella Val di Tara non c'erano parole per dirlo. Gliele avevano tolte tutte, una per una, con il consenso informato dei genitori.

Pubblicato il 06 giugno 2026

Martino Pirella

Martino Pirella / Consulente e formatore AI

https://martinopirella.com