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Gli esseri umani hanno bisogno di navigare nella profondità oppure la semplicità (e la superficialità che ne deriva) sono il registro corretto? Sbagliano tutto coloro che nei secoli hanno detto che la dignità e il valore dell’essere umano derivano dalla sua capacità di esprimere il proprio potenziale artistico, cognitivo, emotivo, intellettuale? Il dantesco “fatti non foste per viver come bruti” è quindi una bestemmia?


Recentemente mi è capitato, pardon, mi è stato (re)capitato su YouTube un video non richiesto, il cui argomento riguardava il non dovere vergognarsi di usare l’IA. In altre parole, nel video (e nei commenti) si beatificava il fatto di poter avere a disposizione un mezzo che favoriva, non sono parole mie, il modo di fregare il tempo, il proprio datore di lavoro, l’insegnante ecc. Una vera e propria ode alla scorciatoia. Dimenticando costoro, che sono proprio le scorciatoie mentali quelle che, tra le altre cose, portano agli stereotipi, ai pregiudizi, all’odio. Inoltre nel video (e nei commenti) si assisteva al trionfo del riepilogo, che sembra essere la nuova frontiera dell’ingegno umano. Riepilogare senza assimilare: il non plus ultra dell’inebetimento. La si potrebbe definire un’umanità asintomatica.

Direi che l’IA è lo strumento perfetto per un paese come il nostro dove la truffa e la mentalità del perseguimento del proprio vantaggio personale a scapito di tutto e di tutti sono istituzionalizzate.

Avrei tuttavia voluto commentare e scrivere che avrebbero dovuto vergognarsi di non usare le abilità di cui la natura li ha dotati. Invece quel video mi ha dato lo spunto per riflettere sull’origine di tutto ciò. Perché l’umanità dovrebbe smettere di continuamente sforzarsi le meningi per trovare rimedi su rimedi, laddove dovrebbe invece andare alla fonte delle problematiche e modificare quelle. Altrimenti detto: piuttosto che capire le radici malate dei fenomeni e intervenire per estirparle, si preferisce perdere tempo a escogitare soluzioni che altro non fanno che ingarbugliare la matassa. Questo vale per tutto. Manca fondamentalmente il coraggio di riconoscere e modificare le cause: tutto ciò non è un bel segno.

Nel caso specifico, il video mi ha stimolato la seguente domanda: dove finisce la riconoscenza e comincia l’affermazione di sé?

Siamo molti grati agli americani per aver contribuito alla liberazione del paese dal nazifascismo (non compiuta peraltro da soli e questo aspetto andrebbe storicamente enfatizzato maggiormente). Ma se questa gratitudine deve comportare una schiavitù permanente per cui dobbiamo accettare e adottare qualunque peto a stelle e strisce venga sparato, anche no. 

Gli Stati Uniti, paese che conosco benissimo e dove, a scanso di equivoci, ci sono persone straordinarie e tanti aspetti positivi, sono tuttavia un paese che, istituzionalmente e politicamente, predica da sempre la semplificazione di ogni aspetto della vita umana e l’idea che ignorance is bliss. Senza ovviamente generalizzare, è un paese a cui la complessità del pensiero fa difetto. Dal cambio automatico per le automobili al tappo a vite per le bottiglie di vino, si ha l’impressione che, da quelle parti, tutto venga creato per rendere dolcissima  la vita quotidiana delle persone. Pensare ed essere creativi è faticoso. Si sospetta di chi lo fa. Soprattutto è ritenuto pericoloso, perché menti pensanti possono creare problemi. Preferibile allora vivere con la testa immersa nella bacinella della produttività e dedicarsi, a testa bassa, solo alle attività senza fronzoli. Meglio se automatizzate.

Tutto questo è un bene o un male?
Gli esseri umani hanno bisogno di navigare nella profondità oppure la semplicità (e la superficialità che ne deriva) sono il registro corretto? Sbagliano tutto coloro che nei secoli hanno detto che la dignità e il valore dell’essere umano derivano dalla sua capacità di esprimere il proprio potenziale artistico, cognitivo, emotivo, intellettuale? Il dantesco “fatti non foste per viver come bruti” è quindi una bestemmia?

Si possono avanzare molte ipotesi sul perché gli Stati Uniti abbiano puntato tutto sulla semplificazione. Una è che, politicamente e socialmente, è molto più facile controllare persone che non si fanno domande e che non si interrogano sulle cose. È infatti estremamente conveniente alimentare individui che non si chiedono cosa viene dato loro da mangiare perché sono stati indottrinati a credere di vivere nel paese migliore del mondo. E che ignorance is bliss. É meglio non sapere, o cancellare, che perdere il proprio tempo a farsi domande. Un paese che insegna a nascondere le brutture, a ubriacarsi di finta positività, a rimuovere le negatività con dosi incalcolabili di medicinali piuttosto che sforzarsi a far apprendere come affrontarle. Troppo complicato. 

Ai miei studenti dico invece che ignorance non è bliss: ignorance è ignoranza, punto.

Tornando all’IA, la teoria che avanzo è che dalla nascita di Internet all’intelligenza artificiale, passando per i vari social media e le nuove tecnologie (tutto questo non a caso Made in USA e che senza farsi nemmeno una stupida domanda, l’Italia e il resto del mondo hanno adottato senza battere ciglio) stiamo assistendo ad un drammatico e preoccupante impoverimento della nostra umanità.

Vi ricordate?

Internet era stato venduto come lo strumento più democratico mai esistito: vi sembra che da allora il livello di democrazia sia migliorato? Guardatevi intorno. I social media erano stati venduti come strumenti di grande connessione e comunicazione tra gli individui ma la realtà è che sono drammaticamente aumentati l’isolamento e la solitudine delle persone, con tutte le conseguenze del caso. L’intelligenza artificiale è stata venduta come il nuovo grande passo nello scibile umano ma stiamo già assistendo ad un rincoglionimento cognitivo imbarazzante. Quindi?

Quindi le nuove tecnologie non sono altro che la celebrazione dell’ignorance is bliss perché se vi fermate un momento a pensare, capirete che esse sono settate apposta per ridurre al minimo l’impegno cerebrale e anche per tenere le persone  in uno stato permanente di distrazione. L’élite tecno-capitalista che sta dietro a tutto questo, un pugno di avidi affaristi, ha scoperto il giochino perfetto per fare soldi e al contempo colonizzare le persone attraverso il controllo dei loro dati. Che risate si devono fare alle nostre spalle.

Non vi fa perciò storcere il naso che dietro tutto questo ci sia un paese specifico che culturalmente predica da sempre l’analfabetismo intellettivo e che oggi ha trovato i mezzi per attuarlo e per trarne incommensurabile profitto? Che lo vogliano per sé stessi mi può andare anche bene (anche se, avendoli come studenti, a cui dò l’anima per creare in loro consapevolezza su tutto questo, e vedendo esattamente gli effetti pratici di quello che vado dicendo, la prospettiva non è proprio rosea. ) ma perché gli altri, noi compresi, dobbiamo seguirli a ruota, come pecore bendate?  

L’ appiattimento del mondo è ormai un dato di fatto. Non riconoscerlo significa peccare di colpevole cecità.

Davvero volete vivere nel mondo descritto dal compianto Augé?:

“Forse stiamo imparando a cambiare il mondo prima di immaginarlo, a guardare verso l’avvenire senza proiettarvi le nostre illusioni. Elaborare delle ipotesi per testare la loro validità, spostare progressivamente e prudentemente le frontiere dell’ignoto: ecco ciò che ci insegna la scienza, ciò che dovrebbe promuovere ogni programma educativo e a cui dovrebbe ispirarsi qualunque riflessione politica. Si delinea così la sola utopia valida per i secoli a venire, le cui fondamenta andrebbero urgentemente costruite o rinforzate: l’utopia dell’istruzione per tutti, la cui realizzazione appare l’unica possibile via per frenare, se non invertire, il corso dell’utopia nera che oggi sembra in via di realizzazione: quella di una società mondiale ineguale, per la maggior parte ignorante, illetterata o analfabeta, condannata al consumo o all’esclusione, esposta ad ogni forma di proselitismo violento, di regressione ideologica e, alla fin fine, a rischio di suicidio planetario.”

Invito perciò a riprendere in mano le redini dell’umanità. Cominciando con ritrovare il desiderio di leggere, per non perdersi la sincera bellezza di ciò che conta.

Come scritto in precedenza, non pubblicherò più poesia. Ma continuo a scrivere. Per me, a questo punto. Una delle ultime è questa:

            No, grazie

Io non vengo con voi

nel vuoto emotivo

del freddo numerico

dove le relazioni spariscono

dietro la porta dell’Uguale.

Non partecipo

al collettivo suicidio cognitivo

in cui l’esistenza diventa riepilogo

non vissuto.

Preferisco l’epilogo concreto

di una biografia piena

di occasioni e tentativi

autentici seppur maldestri.

Resto qui,

a coltivare i campi fertili

delle variegate anime

di chi ancora crede

nel parmenideo noeîn.

Se non volete perdervi riflessioni, emozioni e storie stimolanti provate a leggere le mie opere.

Pubblicato il 04 marzo 2026

Leonardo Lastilla

Leonardo Lastilla / PhD, MA Intercultural Education, Professor of Italian language and literature, Food and Culture, Wine, Travel writing, History. Certified in Teaching Italian as a foreign language. Published author of literary works.

https://leonardolastilla.wordpress.com/