Go down

Quarant'anni a braccetto con l'informatica, e adesso arriva lei: l'intelligenza artificiale. Che non è la fine della storia. 

C'era una volta un cursore che lampeggiava nel buio.

Ricordo ancora il momento esatto in cui ho capito che la mia vita sarebbe stata per sempre diversa da quella degli altri, e non parlo di una rivelazione mistica né di uno di quegli episodi che nei film vengono accompagnati da violini commoventi e luce radente sul viso del protagonista, perché la realtà era molto più concreta, molto più rumorosa e profumava di plastica riscaldata e di quel particolare odore chimico che avevano i primi computer quando li accendevi e sembrava quasi che anche loro avessero bisogno di qualche minuto per svegliarsi, proprio come noi la mattina.


Avevo davanti a me uno schermo verde su fondo nero, e in quell'universo monocromatico che a ripensarci adesso sembra quasi un haiku tecnologico, c'era un cursore che lampeggiava con la cadenza di un metronomo paziente, come se aspettasse qualcosa da me, come se sapesse già che tra noi due sarebbe nata una storia lunga decenni. E io, che già allora ero quella strana creatura ibrida che amava Baudelaire quanto amava la logica formale, ho capito che quel cursore non stava aspettando un ingegnere: stava aspettando qualcuno capace di raccontare una storia in un linguaggio che le macchine potessero finalmente capire.

Quarant'anni fa. Quarant'anni di una relazione che è stata compagna fedele, a volte esasperante, spesso esaltante, sempre onesta, perché i computer non mentono mai: fanno esattamente quello che gli dici di fare, e se qualcosa va storto la colpa è sempre e soltanto tua, il che è una delle lezioni di umiltà più efficaci che la vita possa offrire senza bisogno di sedersi su una sedia da terapista.


Quando il mondo era analogico e io stavo già diventando digitale

C'è qualcosa di profondamente commovente, se ci penso adesso con la distanza giusta, nel fatto che io abbia imparato a programmare in un'epoca in cui la parola "digitale" non era ancora un aggettivo di moda da appendere davanti a qualsiasi cosa, un'epoca in cui non esistevano i tutorial su YouTube, non esistevano i forum dove chiedere aiuto a sconosciuti benevoli, non esistevano le community online dove qualcuno ti rispondeva in dieci minuti con la soluzione già confezionata e il codice già testato.

Esisteva il manuale, che spesso era scritto in un inglese tecnico così ostico da sembrare quasi una lingua straniera dentro una lingua straniera. E poi esisteva la logica pura, quella capacità di ragionare per cause ed effetti che ho sempre pensato fosse il dono più prezioso che l'informatica mi abbia fatto, molto più prezioso di qualsiasi certificazione o competenza tecnica specifica che oggi è già obsoleta quando il diploma non è ancora asciutto dall'inchiostro.

Mi ricordo di notti intere passate a cercare un errore in un programma che non funzionava, e non sto parlando di un errore che un debugger moderno ti evidenzia in rosso con un messaggio di spiegazione cortese: sto parlando di ore passate a rileggere righe di codice come si rilegge un testo sacro alla ricerca di un significato nascosto, con quella tensione mista a meraviglia che ti prende quando sai che la risposta è lì, da qualche parte, e che basta non mollare per trovarla. E quando la trovavi, quando finalmente il programma girava e produceva il risultato atteso, la soddisfazione era così fisica, così viscerale e immediata, che ho capito immediatamente perché certi programmatori diventano dipendenti da quel momento: è la stessa dopamina di chi risolve un rebus difficilissimo, moltiplicata per la potenza di sapere che quella soluzione era tua, completamente tua, nata dalla tua testa e tradotta in qualcosa che la macchina eseguiva con fedeltà assoluta.


L'umanista che non doveva esserci  e invece era il più utile di tutti

Ho sempre avuto una doppia identità, e per anni l'ho vissuta come una piccola contraddizione privata che cercavo di nascondere a seconda del contesto, perché nel mondo tecnico ero quello strano che citava Calvino nelle conversazioni sul codice, e nel mondo umanistico ero quello strano che spiegava la struttura di un database usando la metafora della biblioteca borgesiana, e in entrambi i casi ricevevo quello sguardo leggermente perplesso che le persone riservano a chi non si lascia classificare facilmente.

Poi ho smesso di nasconderlo. Di fatto ho cominciato a capire che quella doppiezza non era una debolezza: era esattamente il punto di forza più raro e prezioso che potessi avere in un settore che produceva strumenti per gli esseri umani senza quasi mai chiedersi cosa significasse davvero essere un essere umano che usa uno strumento. Perché il vero problema dell'informatica, quello che ho visto ripetersi in cicli implacabili per quattro decenni, non è mai stato tecnologico: è sempre stato narrativo, comunicativo, pedagogico, profondamente umano nel senso più classico e antico della parola.

Ho visto aziende fallire non perché avevano scelto il software sbagliato ma perché nessuno aveva saputo raccontare ai dipendenti perché quel software cambiava il loro modo di lavorare, e quella differenza tra installare uno strumento e raccontarne il senso è esattamente la differenza tra un tecnico e un umanista digitale, ed è anche la differenza tra una formazione che dura un pomeriggio e una trasformazione che dura anni. 


Il web è arrivato e io avevo già imparato a non stupirmi di niente

Quando Internet ha cominciato a diventare qualcosa di pubblico, di accessibile, di quotidiano per le persone comuni, io avevo già alle spalle abbastanza cicli tecnologici da riconoscere la struttura di quello che stava succedendo. Nel senso che ogni grande salto tecnologico ha sempre la stessa forma narrativa: prima c'è l'entusiasmo messianico di chi proclama che tutto cambierà, poi c'è la correzione brutale della realtà che ridimensiona le aspettative, e infine c'è la sedimentazione silenziosa in cui la tecnologia smette di essere una novità e diventa parte del paesaggio mentale delle persone, invisibile e indispensabile come l'elettricità o l'alfabeto.

Avevo visto questo ciclo con i personal computer, l'avrei poi rivisto con il web, con gli smartphone, con i social network, con il cloud, e ogni volta che qualcuno mi diceva che stavolta era diverso, che stavolta era davvero la rivoluzione finale e definitiva, io sorridevo con quella placida serenità di chi ha già attraversato abbastanza fiumi da sapere che nessun torrente è insuperabile, che basta non farsi travolgere dalla corrente e usare la testa per trovare il guado.

Ma c'era anche qualcosa che non mi stancava mai. E questa è forse la cosa più importante che quarant'anni mi abbiano insegnato, ed è che ogni ciclo tecnologico, per quanto ripetesse la stessa struttura narrativa, portava con sé qualcosa di genuinamente nuovo nella vita delle persone, qualcosa che non era prevedibile con la sola logica ma richiedeva anche immaginazione, e quella combinazione di rigore tecnico e capacità immaginativa è esattamente ciò che ho cercato di coltivare in me stesso e di trasmettere a ogni studente, adulto, piccolo imprenditore o professionista spaesato che si è seduto davanti a me chiedendo aiuto per navigare in un mare che sembrava troppo grande e troppo agitato per le loro forze. 


La morale è nell'intelligenza artificiale, e non è tutta rose e fiori

E adesso arriviamo al punto che sento vibrare più forte in questo momento della storia. Quello che mi fa venire voglia di telefonare al me stesso ventenne davanti allo schermo verde per dirgli: aspetta, aspetta ancora un po', perché sta arrivando qualcosa di enorme, e quell'enorme si chiama intelligenza artificiale generativa, e non è né la salvezza messianica che i suoi apostoli annunciano  né la catastrofe apocalittica che i profeti del terrore digitale ci vendono ogni giorno con la stessa intensità drammatica che una volta si usava per annunciare la fine del mondo con un cartello in piazza, ma è qualcosa di molto più complicato, molto più ambivalente e per certi versi molto più inquietante di entrambe le narrazioni messe insieme.

L'intelligenza artificiale è una delle forze più potenti e meno comprese che la civiltà umana abbia mai messo in moto, e io la sto vivendo con quella miscela di meraviglia lucida e preoccupazione storica che è forse il regalo più onesto che quarant'anni di informatica mi abbiano lasciato come patrimonio interiore. In quanto chi ha attraversato abbastanza cicli tecnologici impara a non innamorarsi della novità prima di averne letto le clausole in piccolo, e in questo contratto con l'AI le clausole in piccolo sono molte, sono pesanti e quasi nessuno le sta leggendo con l'attenzione che meriterebbero. 

Perché quello che sta succedendo adesso con l'AI è la prima volta nella storia della tecnologia in cui la macchina non sostituisce un gesto fisico ma entra nel territorio del linguaggio, del pensiero, della creatività, della narrazione, e questo per un umanista digitale come me non è semplicemente affascinante: è anche profondamente perturbante. Quando una macchina occupa il territorio del linguaggio non sta semplicemente automatizzando un compito, sta colonizzando lo spazio in cui da sempre costruiamo la nostra identità, formiamo i nostri giudizi, raccontiamo chi siamo a noi stessi e agli altri, e cedere quello spazio senza consapevolezza critica è un atto di ingenuità che la storia difficilmente perdona.


Quello che nessuno ti dice sull'AI e che io ho imparato a mie spese

Quanto tempo trascorso a capire che la tecnologia non è mai neutrale, che ogni strumento porta con sé una visione del mondo, un insieme di valori impliciti, una pedagogia nascosta che plasma le persone anche quando le persone pensano di stare semplicemente usando uno strumento, e l'intelligenza artificiale porta con sé tutto questo in modo amplificato, potente e spesso opaco in una misura che non ha precedenti nella storia dell'informatica che conosco. Almeno il software tradizionale faceva quello che gli dicevi di fare e quando sbagliava lo sbaglio era tracciabile, identificabile, correggibile, mentre l'AI generativa produce risultati che sembrano giusti con una sicurezza retorica che può essere inversamente proporzionale alla loro accuratezza reale, e questa è una differenza che non è tecnica: è epistemologica, è culturale, è pericolosa in modo sottile e pervasivo. 

Quello che mi preoccupa davvero, ciò che mi fa alzare la mattina non con la leggerezza entusiasta di chi scopre un nuovo giocattolo ma con il peso meditato di chi riconosce una svolta epocale carica di rischi non ancora elaborati, è che per la prima volta nella storia abbiamo uno strumento che risponde al linguaggio naturale con una fluidità così convincente da rendere invisibile la distanza tra la comprensione vera e la sua imitazione sofisticata. Questa invisibilità è il rischio più sottovalutato dell'intera conversazione pubblica sull'AI, perché abbassare la soglia di accesso alla complessità digitale è un obiettivo nobile che ho inseguito anch'io per quattro decenni, ma abbassarla fino al punto in cui l'utente smette di capire cosa sta succedendo dietro lo schermo è qualcosa di radicalmente diverso, qualcosa che assomiglia molto di più a una nuova forma di dipendenza cognitiva che a una democratizzazione del sapere.

E poi c'è il nodo che nessuno vuole davvero affrontare nelle conversazioni patinate sui grandi palchi: l'AI sta concentrando un potere informativo, economico e culturale nelle mani di pochissimi soggetti privati con una velocità e una scala che non hanno precedenti nella storia recente. E chi come me ha visto come il monopolio tecnologico distorce i mercati, manipola i comportamenti e ridisegna le gerarchie sociali sa bene che la fiducia cieca in quella concentrazione di potere è esattamente il tipo di ingenuità che le generazioni future ci rimprovereranno, con tutto il diritto che avranno di farlo. 

Ma c'è una condizione, e questa è la mia vera morale, quella che porto con me come una bussola nel mezzo della tempesta narrativa che stiamo attraversando: l'AI amplifica quello che sei, nel bene e nel male, senza sconti e senza attenuanti. Se sei curioso e critico, la amplifica nella profondità. Se sei frettoloso e superficiale, la amplifica nell'illusione della competenza, che è la forma più pericolosa di ignoranza perché non si vede, non fa rumore e si traveste da efficienza. Se hai rinunciato a pensare con la tua testa, la trasforma in una protesi cognitiva di cui non riesci più a fare a meno, e la dipendenza da una protesi cognitiva controllata da altri è una condizione che dovrebbe toglierci il sonno molto più di qualsiasi fantascienza distopica. 

E io, dopo tutto questo tempo, sono convinto con quella certezza guadagnata ciclo per ciclo, delusione per delusione, che questa volta la posta in gioco sia davvero diversa da tutte le precedenti. Non perché la tecnologia sia più potente, ma perché il territorio che occupa è più intimo, più vicino al nucleo di quello che siamo, e navigarlo senza una bussola umanistica, senza la capacità di fare domande scomode, senza la volontà di resistere all'abbraccio comodo della delega totale, significa rischiare di uscirne meno umani di come ci siamo entrati.

E questo, per un umanista digitale che ha dedicato quarant'anni a mettere le persone al centro della tecnologia, non è un rischio astratto: è la sfida più concreta, più urgente e più personale che abbia mai affrontato.


La sera, il cursore lampeggia ancora  e le domande pesano più delle risposte

E siamo arrivati alla conclusione. Qualche sera mi siedo davanti allo schermo, e penso al percorso fatto, e provo una sensazione che non è nostalgia e non è rimpianto ma è qualcosa di più complesso e più adulto di entrambi. Qualcosa che assomiglia a ciò che deve provare un vecchio marinaio quando guarda il mare sapendo esattamente cosa nasconde sotto quella superficie che ai neofiti sembra solo bella e invitante: sa dove sono le secche, conosce i fondali insidiosi, riconosce il colore dell'acqua quando la corrente sta per cambiare, e questa conoscenza non lo rende meno affascinato dal mare, ma certamente lo rende meno disposto a fidarsi di chi gli racconta che navigare non ha mai fatto male a nessuno.

Quarant'anni di informatica mi hanno lasciato esattamente questa capacità di lettura del territorio, e quando apro una finestra di dialogo con un sistema di intelligenza artificiale non sento l'eccitazione ingenua di chi scopre qualcosa di nuovo ma sento la responsabilità pesante e concreta di chi riconosce una svolta epocale e sa che le svolte epocali non sono mai innocue. Dico di più, ogni volta che la tecnologia ha cambiato il modo in cui gli esseri umani pensano, comunicano e si raccontano, ha lasciato dietro di sé non solo progresso ma anche qualcosa di perduto che spesso ci siamo accorti di avere perso troppo tardi per recuperarlo.

La grande morale di questo percorso, allora, non è un'apologia né una condanna: è una domanda che intendo continuare a fare ad alta voce, ogni giorno, finché avrò voce per farla. Stiamo davvero scrivendo la nostra storia, oppure stiamo semplicemente correggendo le bozze di qualcuno che non abbiamo eletto, che non risponde a nessuno di noi e che ha tutto l'interesse affinché continuiamo a non accorgercene? 🧭

Io ho ancora la penna in mano. Ma dopo quarant'anni so che tenerla non basta: bisogna anche avere il coraggio di usarla per scrivere cose scomode, perché è esattamente lì, in quello spazio di resistenza critica e di pensiero autonomo, che si decide se la tecnologia più potente che abbiamo mai costruito servirà gli esseri umani oppure li sostituirà, silenziosamente e con il loro entusiasta consenso.


Pubblicato il 07 giugno 2026

Franco Bagaglia

Franco Bagaglia / Docente Universitario. Umanesimo Digitale. Specialista formazione e sviluppo AI e competenze digitali presso Acsi Associazione Di Cultura Sport E Tempo Libero

https://umanesimodigitale.info