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La cucina, il caffè, il pollice.

Il caffè era pronto da pochi minuti e già non era più caldo. Lo ricordo perché, quando l’ho ripreso in mano, sulla superficie c’era quella pellicola opaca che compare solo dopo un piccolo abbandono. Sul tavolo avevo una fetta di pane a metà, alla finestra una luce pallida di mattina, in cucina il ronzio basso del frigorifero. Avevo preso il telefono per una cosa innocua, controllare l’ora prima di uscire.


Poi è arrivato un messaggio. Ho risposto. Sotto, una notizia. Sotto la notizia, un commento spiritoso. Poi un volto conosciuto, una ricetta che forse avrei salvato, un animale buffo, un titolo che mi ha lasciato addosso una vaga inquietudine. Il mio pollice faceva il suo lavoro con una precisione quasi tenera, sempre lo stesso gesto, verso l’alto.

Quando ho alzato gli occhi, la stanza era identica eppure io ero tornato da lontano. Non era accaduto nulla di drammatico. Erano passati venticinque minuti, forse trenta. Non saprei raccontare davvero dove fossero stati. E mi è venuta una domanda senza rabbia, quasi sottovoce: a chi li avevo dati, quei minuti?

La frase che ci accompagna tutti

“Non ho tempo” è una delle frasi che pronuncio più spesso. La dico mentre guardo l’agenda, mentre rimando una telefonata a una persona che mi manca, mentre prometto a me stesso che leggerò quel libro nel fine settimana. Non è una frase falsa. Ci sono lavori che allungano le giornate, figli, genitori, commissioni, stanchezze che non si risolvono con un consiglio benintenzionato. Inoltre ci sono tempi che non controlliamo e preoccupazioni che occupano spazio anche quando restiamo fermi.

Ma accanto a questa verità ce n’è un’altra, più piccola e perciò difficile da vedere: tra una cosa e l’altra, nei bordi della giornata, lascio scivolare minuti senza volto. In attesa dell’autobus, nella pausa prima di cominciare, a letto quando avrei già voglia di dormire. Non sempre qualcuno me li strappa di mano, spesso li consegno io, quasi senza accorgermene, a un flusso che sa presentarsi come una pausa e finire per diventare una stanza in cui rimango troppo a lungo.

Seneca entra nella stanza

Qualche tempo fa ho riaperto il De brevitate vitae di Seneca. Non l’ho incontrato come si incontrano certe frasi da calendario, rigide e pronte a giudicare. Me lo sono immaginato seduto al tavolo della cucina, non scandalizzato dal mio telefono, ma abbastanza calmo da farmi guardare meglio il caffè freddo.

"Non abbiamo poco tempo, ma ne abbiamo perso molto" (De brevitate vitae, 1.3). Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus.

La frase non mi consola facilmente, e forse per questo mi è utile. Non aggiunge un’ora alle mie giornate, non pretende che io diventi un amministratore impeccabile di ogni secondo. Sposta soltanto la domanda: se il tempo non è sempre così scarso come sembra, dove finisce quello che già ho?

Nel passaggio successivo Seneca insiste: non riceviamo una vita breve, siamo noi a renderla breve, non ne siamo poveri ma prodighi. È un’immagine forte, quella di un patrimonio affidato a chi non sa custodirlo. Io provo a sentirla senza farne un processo. Non perché ogni minuto debba produrre qualcosa, e nemmeno perché il riposo sia uno spreco. Piuttosto perché ciò che è prezioso merita di essere guardato con cura. Anche un quarto d’ora.

Gli occupati di ieri, i richiami di oggi

Seneca parla degli “occupati”, di chi è assorbito da affari, ambizioni, doveri, desideri, aspettative degli altri. Il bersaglio non è il lavoro in sé e non sta dicendo che una vita buona debba essere vuota. Sta descrivendo qualcosa che riconosco bene: il momento in cui smetto di appartenere a me stesso, perché ogni richiesta arriva prima della mia capacità di scegliere.

Oggi quella richiesta può stare in tasca. Può essere un suono, un piccolo segnalino rosso, una vibrazione sul tavolo. Può anche non chiamarmi affatto, basta che io sappia che lo schermo è lì. Le piattaforme digitali non sono tutte uguali, né sono soltanto luoghi ostili. Mi hanno permesso di vedere persone lontane, trovare informazioni utili, sentirmi meno solo in alcune giornate. Sarebbe sciocco fingere il contrario.

Ma col tempo quella presenza è diventata più continua, e a volte più frettolosa. Un messaggio sembra chiedere risposta subito, anche quando non la chiede davvero. Il lavoro può attraversare la sera con una mail o una chat che resta accesa in fondo alla mente. Mi capita di sentirmi disponibile prima ancora di decidere se lo sono, come se un piccolo ritardo dovesse per forza significare disinteresse o inefficienza. Non sempre è così, naturalmente, ma l’abitudine alla reperibilità può farci vivere ogni pausa con un orecchio teso.

Eppure molti ambienti digitali sembrano costruiti per rendere il passaggio da un contenuto al successivo il più facile possibile. Non serve un comando esplicito. Basta una sequenza di inviti, discreti e continui, che promettono il prossimo frammento interessante. L’attenzione è una risorsa che ha valore economico, e la permanenza può diventare un obiettivo del progetto. Io posso aver accettato condizioni e notifiche con un clic, senza aver davvero scelto, una per una, tutte le interruzioni che sarebbero entrate nella mia giornata.

Negli ultimi tempi a questo flusso si è aggiunta l’intelligenza artificiale, con una velocità che a volte mi incuriosisce e a volte mi lascia un po’ senza appoggio. Mi offre una bozza, riassume una pagina, suggerisce una risposta, propone immagini e idee in pochi istanti. Può essere un aiuto concreto, soprattutto quando il tempo è poco o una porta sembra chiusa. Ma rende anche il futuro più vicino e meno prevedibile: ciò che ieri sembrava lontano, oggi entra in una conversazione, in una ricerca di lavoro, nel modo in cui una scuola o un ufficio organizzano le proprie giornate.

Quando il presente diventa anticamera

Il punto più seducente è sempre il prossimo: ancora un contenuto, ancora una notizia, ancora un messaggio. Il presente diventa una specie di anticamera, il luogo in cui si aspetta che arrivi qualcosa di più degno di attenzione e intanto può arrivare una voce dalla stanza accanto, il cane può posare il muso vicino alla porta, la pioggia può battere contro il vetro. Io annuisco senza ascoltare fino in fondo.

Con l’IA, quel “prossimo” sembra spesso arrivare prima di essere formulato. Una piattaforma anticipa una scelta, un programma ordina le priorità, una risposta già pronta mi risparmia la fatica di cercare le parole. A volte ne sono grato. Altre volte mi domando se, per guadagnare pochi minuti, sto delegando anche piccoli atti di pensiero o di creatività che avrei voluto attraversare io. Non perché ogni cosa debba essere fatta lentamente, né perché l’aiuto sia una colpa, ma perché anche l’esitazione può contenere qualcosa di mio.

Forse è qui che cresce l’ansia di restare indietro. C’è sempre un nuovo strumento da capire, un aggiornamento, una competenza da aggiungere alla lista, e insieme domande molto concrete su quali lavori cambieranno e su quali capacità conteranno domani. Non ho risposte semplici. So soltanto che l’incertezza, quando si somma alla fretta, tende a occupare più spazio del necessario. E che non voglio trasformare ogni novità in una gara contro gli altri o contro una versione più efficiente di me stesso.

Seneca diffida della vita rinviata a un futuro in cui finalmente saremo liberi. Quel futuro è incerto, mentre il presente, per quanto breve, è l’unico punto da cui possiamo abitare la nostra esistenza. Anche il passato, dice, può essere nostro, se abbiamo la quiete per ricordarlo. Le giornate troppo spezzate, invece, mi lasciano una memoria sfocata, come se avessi attraversato molte immagini senza essere davvero in nessuna.

Non si tratta allora di riempire meglio ogni minuto. Un minuto non è una casella da ottimizzare. È già una parte di vita.

Un gesto piccolo, una presenza restituita

La mia soluzione non è eroica. Alcune sere metto il telefono in un’altra stanza per la durata della cena, altre volte disattivo notifiche che non mi servono davvero, oppure scelgo un tragitto breve senza schermo. Non è una fuga dalla tecnologia, che resta utile, necessaria e spesso piacevole. Non è nemmeno una prova di virtù. Ci sono giorni in cui ricado nell’automatismo prima ancora di accorgermene.

Mi accorgo che lo stesso vale per gli strumenti che fanno tante cose al posto mio. Posso usarli, e a volte lo faccio volentieri, senza consegnare loro ogni domanda, ogni messaggio delicato, ogni pagina bianca. Posso fermarmi prima di inviare una risposta suggerita e chiedermi se mi somiglia. Posso provare a risolvere un piccolo problema prima di cercare subito la scorciatoia. Non è un rifiuto del nuovo. È un modo imperfetto per non perdere del tutto la pratica di scegliere, immaginare, imparare.

Ma quando funziona, all’inizio sento un piccolo vuoto. Le mani cercano qualcosa, l’attesa sembra più lunga. Poi emergono le stoviglie, il rumore dell’acqua nel lavello, il volto di chi ho davanti. Mi sorprende quanto possa essere denso un silenzio non riempito subito. Forse è vicino a ciò che Seneca chiamerebbe otium: non pigrizia, non produttività travestita, ma disponibilità interiore. Uno spazio in cui tornare presenti a sé, agli altri, a ciò che decidiamo di amare.

Se devo suggerire un gesto, lo suggerisco prima di tutto a me stesso: scegliere oggi una soglia piccola e precisa. Dieci minuti, un pasto, una telefonata, il tratto tra casa e la fermata. Non per dimostrare di saper vivere senza schermi, ma per ascoltare qualcuno fino alla fine, compresi noi stessi.

Non più tempo, ma tempo mio

La mattina dopo il caffè freddo, la cucina non era diventata un monastero, il telefono era ancora lì, con le sue utilità e le sue tentazioni. Ma per qualche minuto è rimasto capovolto sul tavolo. Ho bevuto il caffè caldo, questa volta. Ho guardato fuori e non avevo risolto la questione del tempo, né avevo cancellato gli impegni che mi aspettavano.

Seneca direbbe che la vita può essere abbastanza lunga quando viene ben collocata. Io la capisco così: non come una promessa di controllo assoluto, ma come la possibilità di restituire qualche tratto della giornata alla mia presenza. Anche in un tempo che corre e cambia più in fretta di quanto riesca a capire, posso fermarmi un momento prima di rispondere, prima di delegare, prima di inseguire ciò che viene dopo. Non avevo trovato un’ora in più, avevo smesso di lasciar fuggire quella che avevo.


Riferimenti: Seneca, De brevitate vitae, I; testo latino, Perseus Digital Library.

Pubblicato il 03 settembre 2026

Franco Bagaglia

Franco Bagaglia / Docente Universitario. Umanesimo Digitale. Specialista formazione e sviluppo AI e competenze digitali presso Acsi Associazione Di Cultura Sport E Tempo Libero

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