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Dalla contesa degli dèi alla rovina dei popoli


Il pomo e la sentenza

Dalla contesa degli Dèi alla rovina dei popoli

I. La voce dell'asino

Perché allora vi meravigliate, gente vilissima, anzi animali forensi, o meglio avvoltoi in toga, se ora tutti i giudici fan mercato delle loro sentenze? Già al principio del mondo in un giudizio trattato tra dèi e uomini il giudice campagnolo e pastore scelto dalla saggezza del gran Giove si lasciò corrompere dai favori, e vendette la prima sentenza per guadagnar il suo piacere, e in più la rovina di tutta la sua gente.

Per Ercole! altrettanto fu il processo che seguì tra i famosi capi Achei: sia quando con false accuse Palamede, che eccelleva per sapienza e saggezza, venne condannato per tradimento, sia quando il modesto Ulisse venne preferito al grandissimo Aiace, superiore per forza e marzio valore. E quel processo che si tenne presso gli Ateniesi, quei saggi legislatori maestri di tutte le scienze? Il vecchio saggio come un dio, che il dio di Delfi aveva preferito per la sua sapienza a tutti i mortali, venne circuito con gli inganni e l'invidia di una pessima fazione, e come fosse un corruttore di adolescenti, ch'egli invece teneva a freno, fu ucciso col mortale succo d'un'erba letale, lasciando ai suoi concittadini la macchia d'una perpetua vergogna.

Ma qualcuno potrebbe rimproverarmi questo sdegno violento pensando: «Ecco, ora tollereremo anche che un asino ci insegni la filosofia», perciò torno di nuovo al racconto che ho lasciato.

— Apuleio, Metamorfosi X, 33

Così parla l'asino. Chi meglio di una bestia, trasformato, esiliato dalla condizione umana, può vedere con chiarezza ciò che gli uomini non vogliono vedere? Apuleio affida a Lucio, il protagonista delle sue Metamorfosi, lo sguardo che penetra la maschera della civiltà. E quello sguardo risale indietro, fino al «principio del mondo», fino alla «prima sentenza» , il giudizio che inaugurò la lunga storia della giustizia corrotta.

Ma l'asino non si ferma a Paride. Nomina Palamede, il più sapiente dei Greci, condannato per tradimento su accuse fabbricate da Odisseo. Nomina Aiace, eroe superiore per forza, scavalcato dall'astuzia. Nomina Socrate, «il vecchio saggio come un dio», avvelenato dalla cicuta per decreto di una città che si vantava di essere maestra di sapienza. È una genealogia: dalla scelta di un pastore sul monte Ida fino ai tribunali di Atene, la stessa logica opera, la stessa corruzione si ripete.

E l'ironia finale — «tollereremo anche che un asino ci insegni la filosofia?» — apre la domanda che attraverserà queste pagine: chi ha il diritto di giudicare? Chi può vedere la verità, quando i sapienti sono accecati dalla loro stessa sapienza?

 

II. Le nozze — L'ordine e la sua ombra

Prima del giudizio, le nozze. Prima della contesa, la festa. È sempre così: il disordine nasce dall'ordine che tenta di escluderlo.

I Cypria — il poema perduto del Ciclo Epico, di cui ci resta il sommario tramandato da Proclo — raccontano che Zeus, insieme a Themis, pianificò la guerra di Troia. La terra gemeva sotto il peso di troppi uomini; bisognava alleggerirla. Ma per scatenare una guerra serviva una scintilla. E la scintilla fu accesa a un banchetto.

«Zeus, insieme a Themis, progetta la guerra troiana. Eris, intervenuta al banchetto degli dèi per le nozze di Peleo, suscita una contesa sulla bellezza tra Atena, Era e Afrodite.» — Proclo, Chrestomathia, sommario dei Cypria

Peleo, mortale, sposa Teti, dea marina, ninfa dalle forme cangianti. È un'unione che oltrepassa i confini: il terrestre e il divino, il finito e l'immortale. Tutti gli dèi sono invitati. Zeus presiede. L'Olimpo intero discende a celebrare.

Ma una dea non è invitata: Eris, la Contesa, la Discordia. Igino, nelle Fabulae, precisa: «Si dice che Giove abbia invitato alle nozze di Peleo e Teti tutti gli dèi tranne Eris, ovvero la Discordia. Quando essa giunse più tardi e non fu ammessa al banchetto, gettò dalla porta un pomo dicendo che lo prendesse la più bella.»

Ecco il primo nodo: si può costruire un ordine escludendo il disordine? O l'esclusione stessa è già il primo atto di guerra? Eris non porta armi al banchetto. Porta un dono — un pomo d'oro, con un'iscrizione: καλλίστῃ, «alla più bella». Nulla di più innocente, in apparenza. Nulla di più devastante, nella sostanza.

Tre dee reclamano il pomo: Era, regina degli dèi, signora del potere; Atena, dea della sapienza e della guerra; Afrodite, dea dell'amore e del desiderio. Ciascuna si ritiene la più bella. Ciascuna esige il riconoscimento. E il banchetto — che doveva celebrare l'unione — diventa il teatro della divisione.

Il dono di Eris non è un'arma. È qualcosa di più insidioso: è una domanda. «Chi è la più bella?» significa «Chi merita di più?», «Chi deve prevalere?». La domanda costringe a scegliere. E ogni scelta, tra potenze, genera nemici.

III. Il giudizio — Il pastore e le dee

Zeus rifiuta di giudicare. Il re degli dèi — che tutto può, che tutto sa — sa anche questo: qualunque scelta genererà neikos, contesa senza fine. Due dee saranno offese. Due dee cercheranno vendetta. Meglio delegare.

La scelta cade su Paride, detto anche Alessandro, figlio di Priamo re di Troia. Ma Paride non vive a corte. Un oracolo aveva predetto che avrebbe causato la rovina della città, e il padre lo aveva fatto esporre sul monte Ida. Salvato da pastori, Paride era cresciuto tra le greggi, lontano dagli intrighi, ignaro del proprio sangue regale.

Proclo riporta: «Per ordine di Zeus, sono condotte da Hermes sul monte Ida per il giudizio di Alessandro. Alessandro giudica in favore di Afrodite, attratto dalla promessa di Elena in sposa.»

Perché proprio Paride? Perché un pastore? La risposta sta nel paradosso che Apuleio coglie: il «giudice campagnolo» è scelto dalla «saggezza del gran Giove» proprio perché è fuori — fuori dalla corte, fuori dagli interessi, fuori dalla rete di alleanze e inimicizie che lega gli dèi tra loro. Dovrebbe essere neutrale. Dovrebbe essere incorruttibile.

Ma è esattamente la sua posizione «fuori» a renderlo vulnerabile. Chi non ha potere proprio, quando è chiamato a giudicare tra potenti, diventa il punto di rottura del sistema. Le tre dee lo sanno. E ciascuna offre il suo dono.

Igino enumera le promesse: «Era gli promise che, se avesse giudicato in suo favore, avrebbe regnato su tutte le terre e sarebbe stato superiore a tutti in ricchezza. Atena gli promise che, se fosse uscita vincitrice, sarebbe stato il più forte tra i mortali e avrebbe conosciuto ogni arte. Afrodite invece gli promise che avrebbe sposato Elena, figlia di Tindaro, la donna più bella del mondo.»

Potere politico, potenza strategica, desiderio. Tre doni. Ma che cos'è un dono offerto in cambio di un verdetto, se non una corruzione? Paride non sceglie tra giustizia e corruzione. Sceglie quale corruzione accettare. Non c'è offerta innocente. Ogni dono è avvelenato.

Paride sceglie Afrodite. Sceglie Elena. Sceglie il piacere. È la scelta che Apuleio chiama «la prima sentenza venduta».

IV. La catena — Il fuoco che divampa

Da una scelta, la catastrofe. Da un pomo, l'incendio.

Afrodite mantiene la promessa. Paride salpa per Sparta, ospite di Menelao. Elena — la donna più bella, moglie del re — lo segue a Troia. Proclo annota: «Afrodite unisce Elena e Alessandro. Dopo l'unione, caricano una grande quantità di beni e salpano di notte.»

Menelao invoca vendetta. Agamennone raduna i re di Grecia. Mille navi salpano. Dieci anni di assedio. E poi: Troia brucia.

Omero, nell'Iliade, fa dire a Era: «Tre città mi sono carissime sopra tutte: Argo e Sparta e Micene dalle ampie strade. Distruggile, quando ti saranno odiose nel cuore: io non le difendo, né te lo vieto.» Era non dimentica. Atena non dimentica. Il giudizio di Paride le ha offese, e l'offesa esige la distruzione di un'intera città.

Ettore cade. Priamo cade. I figli di Priamo cadono. Paride stesso cade, trafitto da una freccia. E Apuleio lo dice con precisione: «e in più la rovina di tutta la sua gente». Il piacere individuale produce la devastazione collettiva.

Ma ecco il primo ritorno della spirale: la rovina non colpisce solo Troia. Anche i vincitori sono devastati. Agamennone torna e muore, ucciso dalla moglie. Aiace impazzisce e si uccide. Odisseo erra dieci anni prima di rivedere Itaca. La scelta di Paride incendia entrambe le parti. Il pomo era destinato a dividere; ma chi raccoglie i frutti della divisione?

Eris, dopo aver lanciato il pomo, scompare dal racconto. Non combatte. Non vince. Non perde. Osserva.

 

V. Il testimone — Tucidide e la causa vera

I Greci non raccontavano il mito come favola. Lo raccontavano come specchio. Nel riflesso del giudizio di Paride, videro la propria storia.

Cinque secoli dopo la caduta di Troia — se mai cadde, se mai esistette nel modo in cui il mito la racconta — la Grecia visse una guerra che ne replicò il pattern. Non tra dèi, ma tra città. Non per un pomo d'oro, ma per l'egemonia sul mondo greco. La guerra del Peloponneso.

Tucidide, ateniese, generale, esiliato, scrisse la storia di quella guerra mentre ancora infuriava. E nel primo libro pose la domanda che Apuleio avrebbe ripreso sei secoli dopo: qual è la causa vera?

«La causa più vera, benché meno dichiarata a parole, fu a mio giudizio la crescita della potenza ateniese e la paura che essa incuteva agli Spartani, che li costrinse alla guerra.» Tucidide, I, 23, 6

Τὴν μὲν γὰρ ἀληθεστάτην πρόφασιν, ἀφανεστάτην δὲ λόγῳ — «la causa più vera, ma più nascosta nel discorso». La stessa struttura di Apuleio: c'è sempre una causa dichiarata, un pretesto, e una causa vera, mascherata. Per Paride, il pretesto era la bellezza; la causa vera, il desiderio. Per Atene e Sparta, i pretesti erano Corcira, Potidea, il decreto contro Megara; la causa vera, la crescita di una potenza e la paura dell'altra.

Atene aveva costruito un impero marittimo dopo aver guidato i Greci contro l'invasione persiana. La Lega di Delo, nata per difendere la libertà, era diventata strumento di dominio. Le città alleate pagavano tributi; chi si ribellava veniva sottomesso con la forza. Sparta, potenza terrestre, custode delle tradizioni oligarchiche, vedeva crescere l'ombra ateniese e temeva.

Due potenze, due visioni del mondo. Atene offriva commercio, democrazia, apertura — ma anche il giogo dell'impero. Sparta offriva ordine, stabilità, tradizione — ma anche la rigidità dell'oligarchia. Due dee che porgono i loro doni. E le città minori, costrette a scegliere, erano altrettanti Paridi chiamati a giudicare.

Ma c'era un terzo. Un terzo che osservava, che finanziava ora l'uno ora l'altro, che aspettava. La Persia.

 

VI. I Melii — Il giudizio rovesciato

416 avanti Cristo. Sedicesimo anno di guerra. Atene, ancora potente, invia una flotta contro Melo — piccola isola nel cuore dell'Egeo, colonia di Sparta ma neutrale nel conflitto. I Melii non avevano fatto nulla contro Atene. Semplicemente, esistevano. Ed esistere, senza sottomettersi, era già un'offesa.

Tucidide riporta il dialogo tra gli ambasciatori ateniesi e i magistrati di Melo. È un testo che non somiglia a nulla di ciò che lo precede nella storiografia antica. Non discorsi solenni, non appelli agli dèi: un negoziato freddo, spietato, dove ogni maschera cade.

«Sapete quanto noi che il diritto, nel ragionamento umano, entra in questione quando la forza è pari da entrambe le parti; altrimenti, i più forti fanno tutto ciò che è in loro potere, e i deboli cedono.» Tucidide, V, 89

Il diritto esiste solo tra pari. Tra chi è forte e chi è debole, esiste solo il fatto: il forte fa ciò che può, il debole subisce ciò che deve. Gli Ateniesi non si nascondono dietro pretesti. Non invocano torti subiti, offese da vendicare. Dicono semplicemente: vi vogliamo sottomessi, perché la vostra indipendenza ci fa sembrare deboli.

I Melii rispondono: ma non vi abbiamo fatto nulla. Siamo neutrali. Perché non lasciarci in pace?

Gli Ateniesi: «La vostra ostilità non ci danneggia quanto la vostra amicizia: questa, agli occhi dei nostri sudditi, sarebbe prova di debolezza; il vostro odio, invece, è prova di potenza.»

Ecco il giudizio rovesciato. Nel mito, Paride era chiamato a giudicare tra le dee, e la sua corruzione causava la rovina. Qui i Melii sono chiamati a «giudicare» — ad accettare o rifiutare l'ultimatum — ma il giudizio è già stato pronunciato. Non sono giudici; sono accusati. Non scelgono tra doni; scelgono tra schiavitù e morte.

I Melii sperano in Sparta. Sparta non viene. Melo cade. Gli uomini adulti vengono uccisi, le donne e i bambini venduti come schiavi. L'isola viene ripopolata con coloni ateniesi.

Apuleio denunciava il giudice corrotto dai doni. Tucidide mostra qualcosa di peggiore: il giudice annientato perché non ha nulla da offrire. La stessa logica, due esiti. O ti lasci corrompere, o vieni distrutto. Il debole non ha scelta: il pomo non gli viene nemmeno offerto.

VII. Il terzo — La Persia che aspetta

La guerra si trascina. Ventisette anni. Due generazioni. Atene lancia la spedizione in Sicilia — hybris suprema, tentativo di conquistare l'Occidente mentre l'Oriente ancora resiste. Fallisce. La flotta è distrutta, l'esercito massacrato. Tucidide scrive: «Di tutti gli eventi di questa guerra, questo fu il più grande, e, a mio giudizio, il più grande tra quelli di cui abbiamo notizia nella storia greca: per i vincitori, il più glorioso; per i vinti, il più rovinoso.»

Atene non si riprende. Ma nemmeno Sparta vince davvero. Per sconfiggere la flotta ateniese, gli Spartani hanno bisogno di navi. E le navi costano. Chi paga?

La Persia. Il gran Re, nemico storico dei Greci, finanzia Sparta. Fornisce l'oro per costruire la flotta che distruggerà Atene. Tucidide documenta gli accordi nel libro VIII: ambasciatori spartani alla corte persiana, trattati firmati, promesse scambiate. Il prezzo: le città greche d'Asia, liberate dai Persiani un secolo prima a Maratona e Salamina, torneranno sotto il dominio del Re.

404 avanti Cristo. Atene capitola. Le Lunghe Mura vengono abbattute al suono dei flauti. Sparta è egemone. Ma è un'egemonia stremata, costruita sull'oro persiano. E nel 386, la «Pace del Re» — dettata dal sovrano persiano Artaserse II — sancisce ciò che le guerre greco-persiane avevano impedito: il dominio del Re sulle città greche d'Asia.

La spirale si chiude sul mito. Eris lancia il pomo e osserva. Non combatte. Non vince. Ma alla fine, la contesa che ha generato devasta i contendenti. Chi è Eris, nella storia? Chi è il terzo che aspetta?

La Persia non aveva lanciato nessun pomo. Ma aveva osservato, finanziato, aspettato. E quando le due potenze greche si erano dissanguate a vicenda, aveva raccolto il frutto. I Greci avevano combattuto tra loro per l'egemonia, e l'egemonia era finita al terzo — a chi non aveva partecipato alla contesa.

 

VIII. Il fuoco — Prometeo e la scelta ultima

C'è un altro dono, prima del pomo. Un dono più antico, più ambiguo.

Esiodo, nella Teogonia, racconta: Zeus aveva nascosto il fuoco ai mortali. Prometeo lo trafugò, celato nel cavo di una ferula, e lo portò agli uomini. Per questo crimine — o per questo dono — fu incatenato a una rupe, e un'aquila gli divorava il fegato che ogni notte rinasceva.

«Nascose il fuoco. Ma il figlio di Giapeto, il nobile Prometeo, lo rubò per gli uomini a Zeus dalle sapienti decisioni, in una cava ferula, eludendo Zeus che si compiace del fulmine.» Esiodo, Teogonia, 565-567

Ma il fuoco — τὸ πῦρ — cos'è? Eschilo, nel Prometeo incatenato, fa elencare al Titano i doni che ha fatto agli uomini: l'astronomia, il calcolo, la scrittura, l'addomesticamento degli animali, la navigazione, la medicina, la divinazione, la metallurgia. Tutte le arti derivano dal fuoco. Il fuoco è la tecnica stessa — il potere di trasformare, di dominare la materia, di strappare alla natura i suoi segreti.

Ecco il filo che si annoda: prima del pomo di Eris, c'è il fuoco di Prometeo. Entrambi sono doni. Entrambi portano conseguenze terribili. Il pomo scatenò la guerra di Troia. Il fuoco, dice Esiodo nelle Opere e giorni, fu seguito dall'apertura del vaso di Pandora — e dal vaso uscirono tutti i mali.

Ma c'è una differenza. Il pomo era destinato a dividere, a generare contesa. Il fuoco era destinato a elevare. Prometeo ama gli uomini — è φιλάνθρωπος, dice Eschilo. Il suo dono è autentico, non avvelenato. Eppure Zeus sa che quel dono contiene la possibilità dell'annientamento. Il fuoco può scaldare una casa o incenerire una città. Può forgiare un aratro o una spada.

Hölderlin, nelle Anmerkungen zur Antigonä, scrisse che i Greci dovettero imparare a dominare il «fuoco celeste» — das Feuer vom Himmel — l'eccesso divino che brucia chi non sa incanalarlo. Il tragico greco è la storia di questo apprendimento: come maneggiare una potenza che può elevare o distruggere.

Il giudizio di Paride è fuoco non dominato — desiderio che incendia due civiltà. Il dialogo dei Melii è fuoco che divora — potenza che non conosce limite, che dice apertamente «il forte fa ciò che può». In entrambi i casi, il fuoco sfugge al controllo.

Ma il dono di Prometeo resta nelle mani degli uomini. Il fuoco non si spegne. Millenni dopo i Greci, quel fuoco ha trovato un nome nuovo: si chiama nucleare. E tre potenze lo custodiscono.

Tre potenze. Tre dee che si contendono il primato. Ciascuna con i propri doni da offrire, ciascuna con le proprie promesse. L'America offre democrazia e mercato — e bombarda Caracas, minaccia Colombia, Cuba, Messico. La Russia offre ordine e tradizione — e da tre anni dissangua l'Ucraina. La Cina offre sviluppo e prosperità — e le sue navi circondano Taiwan, le sue esercitazioni simulano blocchi navali e invasioni.

Era, Atena, Afrodite. Potere, forza, desiderio. I nomi cambiano, la struttura resta. E il pomo — il primato sul mondo — giace tra loro, conteso.

Chi è Paride, oggi? Chi è chiamato a giudicare? Forse il Sud del mondo, corteggiato da tutti, costretto a scegliere tra sfere d'influenza. Forse le istituzioni internazionali, paralizzate dai veti incrociati. Forse l'uomo comune — il cittadino di qualunque nazione — che guarda le notizie e cerca di capire da che parte stia la giustizia.

Ma il pastore sul monte Ida non trovò giustizia. Trovò tre corruzioni diverse, tre doni avvelenati. E scelse quella che lo attraeva di più — innescando la catastrofe.

Chi è Eris, oggi? Chi ha lanciato il pomo? Forse nessuno. Forse la contesa è nella natura stessa delle potenze: non c'è bisogno di una dea che la susciti. L'esclusione genera rancore, la crescita genera paura, la paura genera guerra. Tucidide lo sapeva. I Greci lo sapevano. Noi sembriamo averlo dimenticato.

E il fuoco — il fuoco nucleare — arde nei silos, pronto. Prometeo lo ha donato agli uomini perché li amava. Ma Prometeo non poteva sapere che quel dono, millenni dopo, avrebbe preso la forma di testate capaci di cancellare civiltà intere. Il Titano resta incatenato. L'aquila continua a divorargli il fegato. E noi, i beneficiari del suo dono, teniamo in mano un fuoco che può illuminare o incenerire.

I Melii speravano in Sparta. Sparta non venne. Melo fu distrutta. Ma la distruzione di Melo non era nucleare: le donne e i bambini furono venduti, non vaporizzati. Il fuoco di oggi è di un altro ordine. Non lascia schiavi. Non lascia nulla.


L'asino di Apuleio concludeva: «Torno di nuovo al racconto che ho lasciato.»

Anche noi torniamo. Al banchetto dove Eris non fu invitata. Al monte Ida dove un pastore scelse. Alle mura di Troia che bruciarono. Ai Melii che speravano in una giustizia che non venne. Alla Persia che aspettò e raccolse.

Il racconto non finisce. Il fuoco non si spegne. Prometeo resta incatenato — ma il suo dono è ancora nelle mani degli uomini. Terribile. Splendido. In attesa.

La domanda resta sospesa, come il volo dell'aquila prima di calare sulla rupe:

Come giudicheremo?


 

Nota sulle fonti

Le fonti primarie impiegate in questo saggio sono:

Per il mito delle nozze di Peleo e Teti e il giudizio di Paride: Cypria (VII-VI sec. a.C.), poema perduto del Ciclo Epico, nella sintesi di Proclo trasmessa da Fozio (Chrestomathia); Pseudo-Apollodoro, Bibliotheca, Epitome III, 1-2 (I-II sec. d.C.); Igino, Fabulae 92 (II sec. d.C.); Omero, Iliade XXIV, 25-30.

Per la guerra del Peloponneso: Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso, in particolare I, 23, 6 (la «causa più vera») e V, 84-116 (il dialogo dei Melii).

Per il mito di Prometeo: Esiodo, Teogonia 507-616 e Opere e giorni 42-105; Eschilo, Prometeo incatenato.

Per la ricezione filosofica: Apuleio, Metamorfosi X, 33 (II sec. d.C.); Friedrich Hölderlin, Anmerkungen zum Ödipus e Anmerkungen zur Antigonä (1804).

Pubblicato il 04 gennaio 2026

Giuseppe Massimiliano Salamone

Giuseppe Massimiliano Salamone / Passo il tempo presso domus.LAB INTERIOR & DESIGN