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Un’analisi critica delle parole che hanno segnato il discorso pubblico anglofono tra il 2024 e il 2025, da brain rot a rage bait. Il testo ricostruisce il passaggio da una parola che nominava un disagio cognitivo diffuso a termini che rendono leggibili i dispositivi emotivi, relazionali e comunicativi della cultura digitale contemporanea, mostrando come il linguaggio non si limiti a descrivere il mondo, ma contribuisca a strutturarne l’esperienza.


Nel 2024 Oxford University Press ha scelto brain rot come parola dell’anno per la lingua inglese, riconoscendo ufficialmente un termine che aveva già assunto un ruolo centrale nel discorso pubblico anglofono. La grafia adottata è separata, brain rot, e la definizione proposta insiste sul deterioramento percepito delle capacità cognitive e attentive associato al consumo prolungato di contenuti digitali considerati poveri, ripetitivi o scarsamente articolati. Non si tratta di una categoria clinica, ma di una valutazione culturale, e proprio questa distanza dal linguaggio specialistico spiega la sua diffusione e la sua efficacia.

Il termine non nasce nel contesto dei media digitali. Brain rot compare già in Henry David Thoreau, in Walden, dove viene utilizzato in senso critico per indicare l’impoverimento del pensiero prodotto da abitudini culturali che privilegiano l’accumulo di informazioni a scapito della riflessione e della profondità. In Thoreau, il problema non è l’assenza di stimoli, ma la loro qualità: una circolazione di contenuti che non nutre il pensiero, ma lo rende inerte. Il riuso contemporaneo del termine riprende questa intuizione e la colloca all’interno dell’ecosistema digitale, dove la quantità e la velocità dei contenuti non coincidono con un’intensificazione dell’esperienza mentale.

Nel suo uso attuale, brain rot rimanda a qualcosa che dà forma all’esperienza di una mente svuotata attraverso la ripetizione, indebolita dalla brevità continua, privata di gerarchia e continuità. Il deterioramento evocato non riguarda la quantità di input, ma la perdita di profondità, di articolazione e di durata dell’attenzione. Brain rot non descrive semplicemente uno stato individuale, ma costituisce una pratica condivisa di percezione e valutazione della vita mentale nell’ambiente digitale, rendendo intelligibile un disagio diffuso che altrimenti resterebbe frammentario e difficilmente nominabile.

La forza culturale del termine risiede proprio in questo: brain rot non si limita a indicare un fenomeno, ma contribuisce a stabilire che cosa venga riconosciuto come problema, quali pratiche vengano messe implicitamente sotto accusa e quale idea di mente venga difesa. La sua elezione da parte di Oxford University Press va quindi letta come il riconoscimento istituzionale di una lettura critica della contemporaneità, non come la semplice registrazione di una moda linguistica.

Nel 2025, il quadro muta sensibilmente. Le parole dell’anno individuate dalle principali istituzioni lessicografiche non si concentrano più in primo luogo su una condizione mentale vissuta interiormente, ma su forme di relazione, meccanismi comunicativi e pratiche culturali che strutturano l’esperienza collettiva.

Dictionary.com ha scelto 6-7, una sequenza numerica divenuta virale sui social e utilizzata per esprimere ambiguità, sospensione del senso o una risposta che non chiarisce. 6-7 non rinvia a un contenuto concettuale stabile, ma funziona come segnale di appartenenza a un contesto comunicativo condiviso. Il suo significato non precede l’uso, ma emerge interamente dalla situazione in cui viene impiegata, indicando una modalità di interazione più che un referente. Non è importante il messaggio, ma la vibe che produce.

Il Cambridge Dictionary ha indicato parasocial come parola dell’anno, portando al centro dell’attenzione relazioni unilaterali in cui il senso di vicinanza emotiva non è accompagnato da una reciprocità reale. Il termine consente di rendere dicibile una forma di esperienza affettiva che nell’ambiente digitale assume un’estensione inedita, collocandosi in una zona ambigua tra relazione, proiezione e consumo simbolico. E così si trovano "cuoricini" in risposta a messaggi di persone sconosciute e non conoscibili, come fossero veramente presenti nella vita, o conversazioni intime scambiate con il chatbot.

Oxford University Press, per il 2025, ha scelto rage bait, una locuzione che indica contenuti progettati per suscitare rabbia o indignazione allo scopo di massimizzare visibilità e interazioni. Qui la parola rende esplicita una logica strutturale delle piattaforme: l’emozione non è un effetto collaterale, ma una risorsa organizzata e sfruttata. Rage bait non nomina un semplice tipo di contenuto, ma un dispositivo di produzione dell’attenzione, creando un ambiente in cui la reazione precede la comprensione.

Infine, Merriam-Webster ha selezionato slop, termine che giudica la proliferazione di contenuti digitali prodotti in massa come qualitativamente scadenti. Anche qui il linguaggio non è neutro: slop introduce una valutazione culturale sulla produzione simbolica contemporanea, mettendo in questione il rapporto tra quantità, automazione e senso.

Se brain rot condensava l’esperienza di una mente impoverita da un eccesso qualitativamente povero, le parole del 2025 spostano l’attenzione sull’ambiente che organizza tale esperienza. In particolare, rage bait segna un passaggio decisivo: dall’immagine di un deterioramento che colpisce la mente a quella di un ecosistema che attiva, orienta e sfrutta sistematicamente le reazioni emotive. Non è più soltanto il soggetto a subire un logoramento, ma un insieme di dispositivi a modellare comportamenti, relazioni e forme di partecipazione.

Il tragitto da brain rot a rage bait restituisce così un’immagine nitida del presente.

All’inizio, una parola che dava voce a un disagio cognitivo diffuso; alla fine, una parola che rende leggibile una strategia comunicativa. Il linguaggio passa dal nominare un impoverimento vissuto al rendere visibili le infrastrutture emotive e relazionali che strutturano lo spazio digitale.

In questo passaggio non cambia soltanto il lessico, ma il modo in cui il mondo contemporaneo viene compreso, abitato e criticato. E il modo in cui le emozioni vengono manipolate, sfruttate, rese vere e proprie esche da dare in pasto al digitale. 

Il linguaggio, ancora una volta, descrive il mondo: quale parola ci sarà per il 2026? 

Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi, Rizzoli 1988.

Pubblicato il 04 gennaio 2026