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Nel guardare alla figura dell'autore, si considera inevitabile ripartire da ciò che scrivevano Foucault e Barthes. Ma conviene invece far riferimento al modo in cui Cervantes mostrò al mondo il suo 'essere autore'. E conviene ricordare come Julio Cortázar nel racconto 'El perseguidor' risponde in anticipo alle affermazioni di Barthes e Foucault. L'autore non è né morto né assente.
Chi oggi, seguendo Barthes e Foucault, celebra la capacità dell''intelligenza artificiale' di essere autore, non è che la moderna incarnazione di una antica figura: censore, accademico, 'esperto', autorità che tenta di imporre il proprio controllo alla libera espressione di conoscenza.
L'incapacità di essere liberi autori spinge a ritagliarsi il ruolo di 'esperti' che pretendono di incasellare e giudicare il modo altrui di essere autore.
Questa incapacità di essere autori porta oggi fino a dire: l'autore è la macchina.
Dite invece, diciamo invece: l'autore sono io, siamo noi. Abbiamo il diritto-dovere di prendersi la giustissima libertà di scrivere. Ci si assume così la fatica di dire senza ricicciare, rimescolare, ripetere luoghi comuni; cercando invece di parlare dei proprio dolori, di ciò che è tanto intimo da essere difficile da dire, di ciò che fa soffrire, perché vediamo intorno a noi un mondo che soffre. E' difficile e faticoso; ma è questo l'essere autori.

Qui sulla Stultifera Navis Carlo Mazzucchelli ha pubblicato tre racconti, tre avventure di Sherlock Holmes. Non sono testi scritti da Watson, il medico amico e seguace e narratore delle inchieste del noto investigatore. Non sono testi scritti da Sir Arthur Ignatius Conan Doyle. Tantomeno sono testi scritti da una qualche cosiddetta 'intelligenza artificiale'. Sono testi scritti da Carlo Mazzucchelli.

L'autore nello scrivere un romanzo, una poesia, usa i mezzi che vuole.

Così come un artista visivo sceglie se usare la pittura tramite un pennello o una spatola;

sceglie di incidere una lastra o usare una macchina per scattare foto o di incollare qualcosa su un supporto; o sceglie di plasmare qualsiasi materiale in scultura, o sceglie di usare qualcosa 'già pronto': una scopa o un orinatoio..

Allo stesso modo l'autore di un romanzo, una poesia, un racconto, sceglie di scrivere a mano, con una macchina da scrivere, tramite programma di scrittura, dettando ad un assistente umano a un registratore...

Cosa cambia se usa una macchina a cui viene dato il nome di 'intelligenza artificiale'?

Proprio nulla.

E' sempre l'autore che 'scrive'. In un modo o in un altro.

E' lui che sceglie, crea, decide il processo. E firma l'opera con un nome d'autore.

Perché allora tanto parlare oggi di macchine che si vorrebbero artiste e scrittrici in proprio? Perché questo continuo straparlare di radicale novità nella creazione artistica e letteraria?

Meglio porre la domanda in un altro modo: Chi è che sostiene che con l'avvento dell'AI l'autore umano è sconfitto dalla macchina, si trasforma lo spazio modale della letteratura sfidando le nozioni tradizionali di autorialità, creatività e produzione letteraria?

A sostenere queste baggianate sono 'esperti di AI', teorici dell''agentività'... Filosofi e massmediologi e computer scientist. Che non sanno nulla del processo creativo del poeta, del romanziere, del poeta, dell'artista in genere.

L'autore è chi firma come autore

Fuorviati dalle elucubrazioni di questi 'esperti di un certo tipo di macchina finiamo per credere che sia opera di questa macchina ciò che invece è opera nostra.

L'autore è chi firma l'opera.

L'artista che è veramente artista crea con qualsiasi mezzo vecchio o nuovo.

L'intelligenza artificiale è un mezzo nelle mani dell'artista come lo è la penna o il pennello.

L'autore sono io, siamo noi. Abbiamo il diritto-dovere di prendersi la giustissima libertà di scrivere. Ci si assume così la fatica di dire senza ricicciare, rimescolare, ripetere luoghi comuni; cercando invece di parlare dei proprio dolori, di ciò che è tanto intimo da essere difficile da dire, di ciò che fa soffrire, perché vediamo intorno a noi un mondo che soffre. E' difficile e faticoso; ma è questo l'essere autori.

La grande lezione di Cervantes

El ingenioso hidalgo don Quixote de la Mancha, edito da Francisco de Robles, è stampato a Madrid presso Juan de la Cuesta il 16 gennaio 1605.

Il romanzo -lo si può proprio considerare il primo romanzo della storia- ebbe un grande e anche inatteso successo.

Accadde così che un ignoto autore -nascosto dietro il nome di un inesistente Alonso Fernández de Avellaneda- pubblicò una continuazione delle avventure di Don Chisciotte.

Che fece allora Cervantes? Esistevano anche a quei tempi i Tribunali. Esisteva anche l'Inquisizione.

Cervantes però scelse di non ricorrere a nessuna autorità esterna.

Scelse di difendere il suo 'diritto d'autore' nella maniera più degna e coraggiosa.

Nonostante non ne avesse voglia, scrisse una Seconda Parte delle avventure del Don Chisciotte. La pubblicò nel 1615.

Oggi pochi lo ricordano. Ci limitiamo ad osservare che il 'Don Chisciotte' è un romanzo composto di due parti.

E' importante invece tener presente che la Seconda Parte fu scritta per dimostrare ad 'Avellaneda' e al mondo chi era il vero autore del 'Don Chisciotte'.

Il vero autore, consapevole del suo valore, non ricorre a leggi, a tribunali, a dispute legali; e nemmeno si affida ad editori ed al giudizio di critici e filologi.

Sceglie di mostrare al mondo che la sua opera è migliore di quella di ogni imitatore.

Si afferma e si difende da sé, con la sua arte.

Oggi, nei tempi in cui meschini 'esperti' sostengono che -avendo qualche tecnico costruito una macchina detta 'intelligenza artificiale'- l'autore (umano) è morto, la lezione di Cervantes è un monito.

Ogni autore può dire: il mio modo di essere è differente da ogni altro. E quindi la mia opera è differente da ogni altra. Nessun umano, nessuna macchina può scrivere opera uguale.

Cerchiamo di essere 'autori'. Evitiamo di cedere a qualche 'autorità' il diritto di diri chi siamo, quanto valiamo.

Barthes, Foucault... Meglio Perec, e ancor più Cortázar

Se si scrive oggi, come tento di fare, sul ruolo dell'autore, subito qualcuno chiede: come sta quello che scrivi in rapporto con La morte dell'autore di Barthes?

Rispondo che La morte dell'autore di Barthes è un testo abbastanza ridicolo, farcito di luoghi comuni, pubblicato in prima battuta da Barthes nel 1967 in inglese su una rivista americana per cercare un proprio posizionamento distintivo in patria rispetto a Foucault, Queneau ecc.

Lí Barthes esprime la pretesa del critico di imporre all'autore il proprio dominio. (Lo dimostrerò in modo preciso in un circostanziato articolo che pubblicherò appena possibile su Stultifera Navis).

La posizione di Foucault, espressa meglio nelle Parole e le cose, 1966, che nei successivi saggetti più specificamente dedicati alla figura dell'autore, non è poi così diversa da quella di Barthes.

Foucault sostiene che l'autore non è una persona reale preesistente all'opera, ma una funzione variabile che serve a classificare, raggruppare e dare uno status particolare a certi testi in una data cultura.

Il succo è questo: critici, filosofi, combattono con gli autori-persone-reali, tentando di imporre loro la loro autorità. Tu, scrittore, sei qualcuno solo perché io 'esperto' dico che la tua opera ha un valore.

E' l'eterno confronto tra l'autorità, che l'esperto si attribuisce, e la libertà, che l'autore incarna.

Se seguiamo la via di un certo tipo di critici e filosofi, arriviamo fino ad oggi. Per questi critici e filosofi odierni, l'intelligenza artificiale è la nuova prova che conferma Barthes e Foucault: l'autore non esiste.

Ma ovviamente l'autore, l'uomo libero che scrive romanzi o poesie, che crea opere d'arte visiva, che compone musica, esiste.

Sta a noi piantarla, smettendo di dar credito a questi critici e filosofi. Scoprendo e mettendo in campo il nostro essere autori.

La risposta a Barthes e a Foucault la danno i liberi narratori di quegli anni.

Basta leggere Les choses di Giorges Perec, 1965.

E sopratutto aveva risposto in anticipo Julio Cortázar.

Quindi lasciate perdere Foucault e Barthes e leggete un racconto di Julio Cortázar - che pur scrivendo in spagnolo può ben essere considerato uno scrittore francese, profondamente interno alla cultura francese di quegli anni.

Il racconto è intitolato El perseguidor, 1959. Si trova in italiano con il titolo Il persecutore. Titolo nella nostra lingua abbastanza fuorviante. Il senso complessivo è: inseguitore, molestatore, sfruttatore, seguace.

Così è -un po' seguace e inseguitore, un po' sfruttatore- il critico o interprete o recensore che costruisce la propria fama nel fare da mediatore tra un autore e il grande pubblico.

Cortázar mostra l'ambigua relazione. Se vuole raggiungere fama e successo, l'autore ha bisogno di scendere a patti con il critico. Questa è la realtà consueta. Il patto tra autore e critico sembra necessario o almeno inevitabile.

Eppure Cortázar sta dalla parte dell'autore, che scrive innanzitutto per sé, per cercare sé stesso. La fedeltà alle motivazioni che spingono ad essere artista cozza con la ricerca del successo di critica e di pubblico. E' una via difficile, fatta di stenti e di solitudine. Ma resta questa la vita che vale la pena di vivere.

Ogni autore può dire: il mio modo di essere è differente da ogni altro. E quindi la mia opera è differente da ogni altra. Nessun umano, nessuna macchina può scrivere opera uguale. Cerchiamo di essere 'autori'. Evitiamo di cedere a qualche 'autorità' il diritto di diri chi siamo, quanto valiamo.

Ultimo approdo: fuga da sé stessi o sintonia con sé stessi

Chi oggi, seguendo Barthes e Foucault, celebra la capacità dell''intelligenza artificiale' di essere autore, non è che la moderna incarnazione di una antica figura: censore, accademico, 'esperto', autorità che tenta di imporre il proprio controllo alla libera espressione di conoscenza.

E' l'incapacità di essere liberi autori che spinge a ritagliarsi il ruolo di 'esperti' che pretendono di incasellare e giudicare le opere altrui.

Questa incapacità di essere autori porta oggi fino a dire: l'autore è la macchina.

Dite invece, diciamo invece: l'autore sono io, siamo noi. Abbiamo il diritto-dovere di prendersi la giustissima libertà di scrivere. Ci si assume così la fatica di dire senza ricicciare, rimescolare, ripetere luoghi comuni; cercando invece di parlare dei proprio dolori, di ciò che è tanto intimo da essere difficile da dire, di ciò che fa soffrire, perché vediamo intorno a noi un mondo che soffre. E' difficile e faticoso; ma è questo l'essere autori.

Pubblicato il 10 gennaio 2026

Francesco Varanini

Francesco Varanini / ⛵⛵ Scrittore, consulente, formatore, ricercatore - co-fondatore di STULTIFERA NAVIS

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