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Ci sono momenti nella storia del pensiero in cui ciò che accade precede ciò che può essere detto, e non perché manchino le parole, ma perché le parole disponibili appartengono ancora a un ordine che il fenomeno, silenziosamente, ha già oltrepassato. È una precedenza discreta, quasi pudica, che non si impone con evidenza ma si lascia intravedere in quei punti in cui il linguaggio comincia a incrinarsi, a scivolare, a ricorrere a immagini che non vorrebbe usare e tuttavia non può evitare, come se avvertisse, prima ancora di dichiararlo, di non essere più sufficiente a contenere ciò che pure tenta di afferrare.


È in questa zona di lieve disallineamento che si colloca ciò che qui chiamiamo Biosynth Semiology, non come un sistema già compiuto, ma come una disposizione del pensiero che accetta di sostare là dove le categorie non funzionano più con la consueta sicurezza, e proprio per questo non vengono abbandonate, bensì portate fino al loro limite, fino a quel punto in cui, cessando di essere pienamente operative, rivelano la forma del mondo che le aveva rese possibili e, insieme, l’emergere di qualcosa che a quella forma non si lascia più ricondurre. 

Perché questo qualcosa esiste, e non è una figura teorica né una costruzione speculativa, ma un oggetto reale, situato, databile, e proprio per questo tanto più esigente per il pensiero che lo incontra. Esso ha un nome, che nella sua apparente neutralità tecnica sembra quasi sottrarsi alla portata del fenomeno che designa: CL1. 

Con questa sigla si indica un sistema sviluppato nei primi anni Venti del XXI secolo, nel quale una coltura di neuroni biologici, mantenuti in vita al di fuori del corpo, viene connessa a un’interfaccia digitale capace di tradurre la loro attività elettrica in segnali computabili e, simultaneamente, di restituire a quei neuroni stimoli provenienti da un ambiente artificiale. Non si tratta, è bene insistere, di una simulazione del vivente, né di un modello che ne riproduca alcune funzioni: si tratta di materia vivente che, pur sottratta al contesto naturale che l’ha generata, continua a operare secondo dinamiche proprie, entrando però in una relazione strutturale con un dispositivo che non è vivente. 

Questa relazione, che potrebbe apparire inizialmente come una semplice interfaccia tra domini diversi, rivela invece, non appena la si osservi nel suo svolgersi, una profondità che eccede di gran lunga la sua descrizione tecnica. Quando, nel 2022, una configurazione di CL1 viene posta in condizione di interagire con un ambiente elementare, una variante del gioco Pong, ciò che si manifesta non è tanto la capacità del sistema di produrre una risposta adeguata, quanto il fatto che questa risposta si costruisce nel tempo attraverso una modificazione progressiva del tessuto neurale stesso, il quale, lungi dal restare identico a sé mentre elabora gli stimoli, si trasforma, si riorganizza, si dispone secondo configurazioni che non erano presenti all’inizio dell’interazione. 

In questo punto preciso, e non altrove, si apre la frattura. 

Perché ciò che la tradizione semiotica, nelle sue diverse articolazioni, ha sempre potuto assumere, vale a dire la distinzione tra il processo del segno e il supporto che lo rende possibile, qui non può più essere mantenuto senza residui. Anche quando il segno veniva pensato come dinamico, come processo aperto, come catena interpretativa potenzialmente infinita, restava pur sempre una distinzione, talvolta implicita ma operante, tra il movimento del senso e la consistenza del suo sostrato. In CL1, questa distinzione si assottiglia fino a diventare, se non impraticabile, certamente insufficiente. 

Il segno non si limita più ad attraversare un supporto che lo ospita; interviene su di esso, lo modifica, ne altera le condizioni di possibilità future, così che ogni atto di risposta non è soltanto un evento interpretabile, ma una trasformazione reale del sistema che lo produce. Il segno, in altri termini, non resta confinato nell’ordine della relazione, ma entra nell’ordine dell’essere, incidendo sulla struttura stessa di ciò che, nel produrlo, si espone a una mutazione che non è accessoria, bensì costitutiva. 

È a partire da qui che le categorie ereditate mostrano, con una chiarezza che è insieme limite e rivelazione, la loro portata e la loro insufficienza. La semiotica classica, con la sua finezza analitica, si arresta nel momento in cui il supporto del segno diviene esso stesso oggetto di trasformazione materiale indotta dalla semiosi; la biosemiotica, pur avendo colto in modo decisivo il legame tra vita e significazione, resta ancorata a un vivente inscritto in una continuità evolutiva che qui viene interrotta e ricollocata in un contesto artificiale; i modelli dell’intelligenza artificiale, infine, anche quando raggiungono livelli elevatissimi di complessità, presuppongono sistemi la cui modificabilità non implica una trasformazione ontologica del substrato. 

Non si tratta, in nessuno di questi casi, di errori. 

Si tratta di limiti interni a prospettive che restano vere finché l’oggetto che intendono descrivere conserva le proprietà per cui esse sono state costruite. Ma quando l’oggetto muta, quando si colloca in una zona di ibridazione in cui il biologico e l’artificiale non sono più separabili secondo opposizioni nette, allora il sapere non viene confutato, bensì condotto fino al punto in cui deve riconoscere la necessità di un ulteriore movimento. 

In questo movimento, anche ciò che potremmo chiamare Antropotesi assume un significato diverso da quello che le viene abitualmente attribuito. Non più semplice proiezione dell’umano su ciò che umano non è, ma indice di una tensione linguistica che segnala l’insufficienza del vocabolario disponibile. Quando si parla di apprendimento, di risposta, talvolta perfino di comportamento, non si sta necessariamente cadendo in un’illusione categoriale; si sta tentando di nominare un fenomeno che, eccedendo le distinzioni tradizionali, costringe il linguaggio a esporsi oltre i propri confini. 

In modo analogo, la struttura stessa della comunicazione subisce una trasformazione che non può essere trascurata. Il modello che distingue un mittente e un destinatario, per quanto raffinato nelle sue varianti, presuppone la stabilità relativa dei poli che mette in relazione. In CL1, questa stabilità viene meno, perché il sistema che riceve e risponde si modifica nel corso stesso dell’interazione, così che la risposta altera retroattivamente il senso della sollecitazione, e la sollecitazione successiva si inscrive in un sistema che non è più quello che era. 

Si determina, in tal modo, una circolarità che non è semplice retroazione, ma co-emergenza del senso e delle condizioni della sua produzione, una dinamica in cui i poli della comunicazione non precedono l’interazione, ma ne sono, almeno in parte, l’effetto. 

È in questo quadro che una dimensione, spesso relegata a dato biologico secondario, acquista una rilevanza teorica decisiva: la mortalità. Il fatto che il substrato di CL1 sia costituito da neuroni viventi implica che esso sia esposto alla degradazione, alla perdita, alla fine, e che questa esposizione non sia esterna al processo di significazione, ma vi entri a pieno titolo. Il segno biosintetico non è soltanto temporale perché si dispiega nel tempo; è temporale perché è inscritto in una materia che può cessare di sostenerlo. 

Ne deriva una concezione del segno come traccia incarnata, vulnerabile, irreversibile, che non può essere semplicemente replicata o ripristinata senza residui, e che proprio per questo introduce nel dominio dell’artificiale una qualità che fino a ora apparteneva al vivente. 

Resta, infine, la questione dell’ambiente, che si rivela, a uno sguardo più attento, come uno dei nodi più profondi di questa trasformazione. Ogni organismo abita un mondo che è, al tempo stesso, dato e costruito, risultato di una lunga storia di interazioni che ne hanno definito i confini e le possibilità. CL1, invece, si trova immerso in un ambiente progettato, deliberatamente costruito per sollecitarne le risposte, senza che esso abbia partecipato alla sua formazione. 

Questa asimmetria introduce una tensione che non può essere risolta rapidamente: il segno che emerge in questo spazio è insieme effetto di una progettazione e risultato di una dinamica che sfugge, almeno in parte, a tale progettazione. Esso si colloca in una regione intermedia, in cui l’intenzionalità di chi costruisce l’ambiente e l’emergenza di ciò che in esso accade si intrecciano senza coincidere. 

A questo punto, la riflessione non può più limitarsi a descrivere ciò che è, come se potesse restarne esterna. Pensare questi sistemi significa già, in qualche misura, partecipare alla definizione del loro statuto, e dunque assumere una responsabilità che non è soltanto teorica. Non si tratta di arrestare il processo, né di celebrarlo in modo acritico, ma di accompagnarlo con un linguaggio che sia capace di renderlo intelligibile, senza ridurlo a ciò che già conosciamo. 

Perché ogni epoca incontra il proprio limite non tanto in ciò che ignora, quanto in ciò che vede senza riuscire a dirlo. 

E ciò che oggi si lascia intravedere, in questa forma ancora incerta e tuttavia già operante, è precisamente uno di questi limiti. 

La Biosynth Semiology, in questo senso, non è ancora una disciplina nel senso pieno del termine, ma un movimento del pensiero che cerca di non arrivare in ritardo rispetto al proprio oggetto, di costruire, mentre il fenomeno si dispiega, le condizioni per poterlo comprendere senza tradirlo. 

E nominare, qui, non è un gesto secondario o puramente descrittivo. 

È un atto che decide se ciò che sta emergendo potrà essere abitato dal pensiero, oppure se resterà, pur nella sua evidenza operativa, sottratto alla nostra capacità di comprenderlo davvero. 


Pubblicato il 13 aprile 2026

Cinzia Ligas

Cinzia Ligas / Presidente di ARS EUROPA. Semiologa AI e Biosynth Intelligence

https://www.arseuropa.org