Con Χάος non entriamo nel vuoto, entriamo nello spalancarsi del vuoto. In ciò che si apre prima che qualcosa sia, e che restando aperto rende possibile che qualcosa sia. Chi pronuncia questa parola credendo di dire “disordine” non sa di cosa parla. Chi la pronuncia con cognizione trema, perché sta nominando il primo gesto dell’essere, che non è un gesto ma un cedere, un aprirsi, un lasciar essere per ritrazione.
Esiodo, il contadino di Ascra che udì le Muse sull’Elicona nel buio prima dell’alba, pose questa parola all’inizio di tutto. Non disse “c’era”, disse γένετο,
venne all’essere
Come se l’essere stesso avesse bisogno, prima di dispiegarsi, di una voragine che lo accogliesse. Come se la prima cosa a venire all’essere non fosse una cosa, ma un terrore, il terrore dell’apertura assoluta, senza fondo, senza limite, senza luogo dove posarsi.
Non è il disordine che precede l’ordine. È l’abisso che rende possibile ogni ordine e ogni disordine, ogni cosa e il suo contrario, ogni nome e il silenzio che lo precede. Χάος è la Potenza dello spalancamento. E come tutte le Potenze primordiali, come Ananke, come Chronos, come Nyx, non chiede di essere compresa. Chiede di essere sostenuta.
Il viaggiatore che entra in questo territorio lasci alla soglia le sue categorie moderne. Deve disimparare “caos” per reimparare Χάος. Deve dimenticare la confusione per ritrovare la voragine. Perché ciò che i Greci videro, e che noi abbiamo sepolto sotto sette secoli di fraintendimento, è qualcosa di infinitamente più tremendo del disordine, è il fatto nudo che prima di tutto c’è un’apertura, e che questa apertura non è nulla ma è la condizione di tutto.
Φιλολογία τοῦ ὀνόματος — Filologia del nome
Il nome Χάος non appartiene al vocabolario del disordine. Appartiene al vocabolario della bocca.
La radice è il verbo χαίνω, “spalancarsi”, e il suo gemello χάσκω, “sbadigliare, restare a bocca aperta”. Chantraine nel Dictionnaire étymologique de la langue grecque e Beekes nel suo Etymological Dictionary of Greek convergono sulla medesima ricostruzione, il protoindoeuropeo *ǵʰeh₂n-, “sbadigliare, spalancarsi”, genera in greco χάος attraverso la forma intermedia *ǵʰh₂-wos > *kháwos, con successiva perdita del digamma. Il significato originario è limpido, «buco, spazio vuoto, apertura spalancata»[1]. Non confusione. Non disordine. Apertura. Bocca spalancata del mondo che si apre per la prima volta.
Chi cerca conferme le trova in tutte le lingue figlie dello stesso ceppo. Il latino hiāre, che significa la stessa cosa, spalancarsi, e che dà l’italiano “iato”, la ferita tra due vocali che non si toccano. Il sanscrito vijihīte. L’antico inglese ginian, che diventerà yawn, lo sbadiglio, il gesto più umile e più cosmico che il corpo conosca, quell’aprirsi involontario della bocca che per un istante fa dell’uomo una voragine. Il tedesco gähnen, il lituano žioti, l’antico slavo zinǫti. Tutte variazioni sullo stesso tema, un aprirsi, uno spalancarsi, un fare spazio dove prima non c’era spazio.
West, nella sua edizione della Teogonia che dopo quasi sessant’anni resta il punto di riferimento della filologia esiodea, traduce Χάος con una sola parola, Chasm. Voragine[2]. Most, nell’edizione Loeb, adotta la stessa resa e nella nota 7 pronuncia una sentenza, il termine che usiamo abitualmente suggerisce «fuorviamente, un ammasso disordinato, mentre il termine esiodeo indica piuttosto uno spazio vuoto o un’apertura»[3].
Un dato filologico merita attenzione, Beekes osserva che χάος e χώρα, la “voragine” e lo “spazio” platonico, il ricettacolo del Timeo, sono «spesso confrontati ma probabilmente non correlati» sul piano etimologico[4]. L’affinità è concettuale, non linguistica. Questo è un monito prezioso, la filologia non è l’arte di trovare connessioni, ma l’arte di rispettare le discontinuità.
Un parallelo attraversa l’intero mondo indoeuropeo. Nella cosmogonia norrena, prima di ogni cosa, c’era Ginnungagap, la “voragine spalancata”, il vuoto primordiale da cui tutto emerge. La connessione con la stessa radice PIE è suggerita dalla filologia comparata ma resta discussa[5]. Se fosse confermata, significherebbe che i popoli indoeuropei, dalla Grecia alla Scandinavia, condividevano non solo una lingua ma un’intuizione cosmica: che prima di tutto c’è un aprirsi, e che questo aprirsi è tremendo.
Il significato moderno di “caos” come disordine è un’innovazione tarda. Non greca: romana. Ovidio, nelle Metamorfosi, scrive rudis indigestaque moles, una “massa grezza e indigesta”[6]. Fra Esiodo e Ovidio ci sono sette secoli. Sette secoli nei quali la voragine è diventata materia, l’apertura è diventata confusione, il terrore cosmico dello spalancarsi è diventato il problema pratico del mettere ordine. Quando l’inglese elisabettiano del tardo Cinquecento adottò chaos nel senso di “disordine totale”, la metamorfosi era compiuta. Di Esiodo non restava nulla. Di quella bocca spalancata del mondo — neppure il ricordo.
Ὁ Μῦθος — Il mito
I. La voragine esiodea
Il verso 116 della Teogonia è la prima parola pronunciata sull’origine. E come tutte le prime parole, è una parola che brucia.
ἤτοι μὲν πρώτιστα Χάος γένετ’
In verità, per primissimo, Χάος venne all’essere.
Ogni parola è un macigno. ἤτοι μέν, formula enfatica di asserzione, “in verità”, “certo”, “davvero”, che marca la certezza del parlante con forza quasi giuridica. Esiodo non riferisce un’opinione, dichiara un fatto sotto l’autorità delle Muse. πρώτιστα, il superlativo assoluto, la priorità che non ammette rivali, la precedenza che schiaccia ogni altra pretesa. γένετο, “venne all’essere”, non “era”, non “fu creato”, non “apparve”. Il verbo γίγνομαι indica un venire alla presenza che non presuppone un agente esterno. Nessun demiurgo, nessuna volontà, nessun atto deliberato. Χάος non fu fatto da qualcuno, si diede da sé. O meglio, e qui la vertigine è massima, il darsi stesso, il venire all’essere stesso, è Χάος. L’Oxford Classical Dictionary rileva che Esiodo usa γένετο e non ἦν, Χάος non esisteva dall’eternità ma accadde, come un evento, come un terremoto ontologico[7].
Ecco la Potenza. Non un’entità tra le altre, non un dio con genealogia e attributi, ma il primo accadere, lo spalancamento che rende possibile ogni successivo accadere. Prima di Χάος non c’è un “prima”, perché non c’è ancora spazio dove il prima possa collocarsi. Con Χάος comincia il “prima” stesso. L’abisso non è dentro il mondo, è ciò che permette al mondo di esserci.
Poi Gaia, poi Tartaro, poi Eros. Ma Esiodo non dice che Gaia nasce da Χάος. Il testo è limpido nella sua reticenza, dice “dopo”, non “da”. La connessione è temporale, non causale[8]. La Potenza di Χάος non è una potenza generatrice come quella di Gaia, è una potenza che fa spazio, che apre, che consente. Solo due entità nascono esplicitamente da Χάος, Erebo e Nyx, l’Oscurità e la Notte.
ἐκ Χάεος δ’ ᾼρεβός τε μέλαινά τε Νὺξ ἐγένοντο
Oscurità e Notte. La voragine primordiale genera il buio. Non la luce, non la forma, non la materia, il buio. E lo genera senza unione sessuale, il verso immediatamente successivo marca il contrasto con precisione chirurgica, perché Nyx genera Etere e Hemera φιλότητι μιγεῖσα, “unitasi in amore” con Erebo. West rileva che il contrasto è deliberato[9]. Prima della sessualità, prima di Eros operante, c’è una generazione che somiglia a una scissione, come se la voragine si dividesse in due oscurità, l’una più fitta dell’altra. Χάος è grammaticalmente neutro, τὸ Χάος. Non è lei, non è lui. Precede la distinzione stessa tra maschile e femminile[10].
Most ha messo in luce un dato strutturale che illumina l’intera Teogonia. Due stirpi, due linee genealogiche, si dipartono dall’inizio e non si incrociano mai. La stirpe di Χάος: Erebo, Notte, e poi, attraverso Notte, Morte (Thanatos), Sofferenza (Oizys), Inganno (Apate), Contesa (Eris), le Moire, le Kere. Tutto ciò che è condizione permanente dell’esistenza, divino e ineliminabile. E la stirpe di Gaia: Ouranos, i Titani, gli Dèi olimpici, gli eroi, la storia. Tutto ciò che ha forma, conflitto, narrazione, risoluzione.
La stirpe di Χάος non ha storia. I discendenti della voragine non agiscono, non combattono, non amano, non tradiscono, sono. Sono condizioni, non agenti.
Morte non decide di uccidere, Morte è.
Sofferenza non sceglie di colpire, Sofferenza è.
La stirpe di Gaia è la storia stessa, sequenza drammatica di potere, rivolta, castrazione, inganno, guerra, vittoria. Le due linee coesistono come il giorno e la notte, ma non si toccano mai. L’indifferenziato e il differenziato, il senza-forma e la forma, il silenzio e la parola, Χάος genera ciò che non entra nel racconto ma ne è la condizione permanente, l’ombra ineliminabile che nessun ordine olimpico può scacciare.
Questa è la Potenza. Non il potere di fare, ma il potere di rendere possibile. Non l’azione, ma la condizione dell’azione. Non il racconto, ma il silenzio senza il quale nessuna parola può risuonare.
Ai versi 700 e 814, la Teogonia restituisce Χάος non come entità ma come regione cosmica. Durante la Titanomachia, «un calore sbalorditivo afferrò Χάος». E dopo la vittoria di Zeus, i Titani dimorano «al di là del cupo Χάος». Lo spalancamento non è abolito dall’ordine di Zeus. Resta, sotto, dietro, al fondo, come l’abisso su cui poggia il pavimento del cosmo ordinato. Il primo è anche il permanente. Ciò che era prima della storia continua a essere sotto la storia.
II. Lo Χάος orfico: γείνατο, non γένετο
Nelle teogonie orfiche il quadro si capovolge con un gesto teologico radicale. Χάος non è il primo, il primo è Chronos, il Tempo senza età, l’Aion che non invecchia.
Il verso esametrico della Teogonia Rapsodica, conservato da Proclo, è decisivo,
Αἰθέρα μὲν Χρόνος οὗτος ἀγήραος, ἀφθιτόμητις / γείνατο καὶ μέγα χάσμα πελώριον ἔνθα καὶ ἔνθα
«Questo Chronos senza vecchiaia, dal consiglio immortale, generò Etere e una grande voragine mostruosa, di qua e di là.»
Il verbo è γείνατο, aoristo medio di γείνομαι, forma epica della stessa radice di γίγνομαι, il verbo di Esiodo[11]. Ma la costruzione sintattica è rovesciata, in Esiodo γένετο è intransitivo, senza agente, Χάος “venne all’essere” da sé, come un evento senza causa. Nell’orfismo γείνατο è transitivo-causativo, con Chronos come soggetto agente, il Tempo genera la voragine[12]. La stessa radice verbale codifica due ontologie opposte, l’emergenza spontanea dell’indifferenziato (Esiodo) e la produzione agentiva del differenziato da un principio primo (orfismo). È il passaggio dall’indifferenziato al differenziato inscritto nella grammatica stessa.
Un dettaglio ulteriore: il poeta orfico non scrive Χάος ma μέγα χάσμα πελώριον, “grande voragine mostruosa”, sinonimo omerico-esiodeo che mantiene il legame etimologico con χάσκω variando il lessico. E per l’Uovo cosmico usa un verbo diverso ancora, τεῦξε, “fabbricò”, che è demiurgico, artigianale. Due atti creativi, due verbi distinti, γείνατο per la diade Etere-Voragine (generazione biologica), τεῦξε per l’Uovo (fabbricazione). Il cosmo orfico nasce da due gesti irriducibili.
Dalla Teogonia Ieronimiana, trasmessa da Damascio, da acqua e materia primordiale viene all’essere Chronos-serpente avvolto ad Ananke, il Tempo e la Necessità intrecciati come due serpi che si stringono e non si lasciano, e da questa coppia primordiale scaturiscono «umido Etere, Χάος sconfinato (ἀπείρῳ Χάει) e, terzo, nebuloso Erebo»[13]. Damascio, ultimo diadoco dell’Accademia platonica, identificherà consapevolmente Χάος con l’ἄπειρον, l’Illimitato, ciò che non ha πέρας, ciò che non raggiunge mai il proprio limite[14]. Un’associazione neoplatonica, certo, ma che coglie qualcosa di vero nella Potenza, l’assenza di confine è la natura stessa dello spalancamento.
La tradizione più antica recuperabile, quella del Papiro di Derveni, il rotolo ritrovato presso Tessalonica nel 1962 e datato materialmente al 340-320 a.e.v., compie un terzo gesto, il più radicale[15]. Χάος non vi compare. Il ruolo di principio primo spetta a Nyx, la Notte. Ma la mossa decisiva è quella del commentatore anonimo, nella colonna XVII scrive οὐ γὰρ ἐγένετο, ἀλλὰ ἦν , «non venne all’essere, ma era»[16]. La γένεσις stessa viene negata. Il principio primo non è soggetto al venire all’essere, esisteva prima di essere nominato. Il commentatore distingue tra la genesi ontologica e l’atto di nominazione, quando il poema orfico dice «Zeus per primo venne all’essere», egli interpreta γένετο non come evento ma come attribuzione di nome a ciò che già era.
La prossimità con Parmenide è impressionante. οὐδέ ποτ’ ἦν οὐδ’ ἔσται, «non fu mai né sarà, perché è ora, tutto intero, uno, continuo» (DK 28 B8.5). Per Parmenide l’Essere non ammette γένεσις perché la generazione presupporrebbe un non-essere da cui l’essere provenga, e il non-essere non è né dicibile né pensabile. Il commentatore del Derveni applica la stessa logica al principio cosmogonico, ciò che è davvero primo non può “venire all’essere” perché non c’è nulla prima di esso da cui possa venire. Siamo davanti a una lettura filosofica del mito che anticipa, o riecheggia, la rivoluzione eleatica. Il mito non è superato dalla filosofia, è già abitato dalla stessa domanda.
Tre tradizioni, dunque. Tre modi di pensare lo spalancamento e il suo rapporto con il venire all’essere: emergenza spontanea senza agente, γένετο intransitivo (Esiodo); generazione agentiva dalla stessa radice verbale, γείνατο transitivo (orfismo rapsodico); negazione della genesi stessa, οὐκ ἐγένετο ἀλλὰ ἦν (Derveni). L’atlante le registra tutte senza gerarchizzarle, non c’è una versione “giusta” e una “sbagliata”.
I miti non sono teoremi. Sono sentieri nel bosco.
Un’immagine attraversa le teogonie orfiche come un filo d’oro, l’Uovo cosmico. In Esiodo non c’è traccia di uova, la generazione procede per spalancamento, per scissione spontanea. Nell’orfismo l’uovo è il motivo centrale. Aristofane, negli Uccelli, ne fa parodia sublime nel 414 a.e.v., «Per prima Notte dalle nere ali depose un uovo senza germe nell’infinito seno di Erebo»[17]. La parodia funziona, e faceva ridere il pubblico ateniese, solo perché la cosmogonia orfica dell’uovo era nota e riconoscibile.
III. Le voci dei sapienti
Alcmane, poeta spartano del VII secolo, in un frammento preservato su papiro pare presentare una cosmogonia dove Thetis svolge il ruolo demiurgico. Uno scoliaste ad Aristofane afferma, «Egli ha identificato Poros con il dio chiamato Χάος da Esiodo»[18]. L’onestà filologica impone una precisazione, questa identificazione non è di Alcmane ma dell’antico commentatore. West, Most e Ferrari convergono, «nessuna parte della cosmogonia che il commento delinea può essere assegnata ad Alcmane con certezza»[19].
Ferecide di Siro, nel VI secolo, presenta tre principi eterni, Zas, Chthonie, Chronos. Nella ricostruzione di Schibli il «seme» di Chronos depositato nei cinque recessi può essere considerato «un Χάος acquoso»[20]. Ferecide associava chaos al verbo cheesthai, “fluire fuori”, un’etimologia falsa ma rivelatrice, il sapiente arcaico cercava nell’acqua ciò che Esiodo aveva trovato nella voragine.
Aristotele, nella Fisica (IV.1, 208b27), compie il gesto che trasforma il mito in problema, cita Esiodo come prova che i predecessori riconoscevano il primato del luogo[21]. Platone, nel Timeo (48e-53c), con la χώρα compie un’operazione analoga. Sedley ha rilevato «un isomorfismo straordinariamente profondo» tra Teogonia e Timeo[22]. Ma χάος e χώρα non sono la stessa parola. La Potenza originaria resiste alla traduzione filosofica. Si lascia pensare ma non si lascia addomesticare.
Θεραπεία — La cura
Chi si affaccia su Χάος, non la parola, la cosa, si affaccia su un vuoto che non è assenza ma condizione. L’incubazione nel tempio di Asclepio cominciava così: il malato si stendeva nell’oscurità, smetteva di agire, smetteva di progettare, smetteva di produrre. Si consegnava al vuoto. E nel vuoto, solo nel vuoto, il sogno risanatore poteva venire.
La stirpe di Χάος, ci dice Esiodo attraverso la lettura di Most, è la stirpe di ciò che non ha forma e non ha storia. Morte, Sofferenza, Inganno, Contesa, forze che non narrano, che non progrediscono, che non si sviluppano, ma che sono dovunque, in ogni storia, in ogni vita, come la notte è in ogni giorno, come il silenzio è in ogni parola. Hillman, che dei Greci fu discepolo fedele, lo sapeva, l’oscurità non è il nemico della psiche ma la sua profondità[23]. Scacciare l’oscuro è scacciare il profondo. Illuminare tutto è rendere tutto superficie. L’anima che non conosce la propria voragine è un’anima senza fondamenta.
Perché la voragine esiodea non è solo cosmica, è psichica. Ogni vita conosce il proprio Χάος, il momento in cui il terreno cede, i punti di riferimento svaniscono, e si resta sospesi su un’apertura senza fondo. Il lutto. La malattia. La perdita di senso. L’istante in cui ciò che credevamo solido si rivela costruito sul vuoto. La reazione moderna è l’orrore, riempire, colmare, medicare, distrarre, anestetizzare. La sapienza greca dice altro, sostieni. Esiodo non racconta la chiusura di Χάος perché Χάος non si chiude. Resta aperto sotto il pavimento del cosmo ordinato, sotto i piedi degli Olimpici, sotto la vittoria stessa di Zeus. E da questa apertura permanente nascono condizioni senza le quali la vita non sarebbe vita, il buio che rende possibile la luce, la morte che rende possibile la nascita, il silenzio che rende possibile la parola.
Sorel ha colto qualcosa di profondo: il Χάος esiodeo non rappresenta una creazione ex nihilo ma «il ritrarsi incessante dell’infigurabile»[24] , ciò che non può mai essere figurato, ciò che sempre si ritrae davanti alla forma. È la polarità originaria del cosmo greco, l’indifferenziato non è il difetto del differenziato ma la sua condizione di possibilità. Lo spalancamento non si chiude perché se si chiudesse non ci sarebbe più spazio per nulla, né per il kosmos né per chi lo abita.
Le tre tradizioni che l’atlante ha attraversato offrono tre posture terapeutiche di fronte a questa polarità. Esiodo insegna a sostenere l’indifferenziato, la voragine precede tutto e resta sotto tutto, e nessun ordine può cancellarla. L’orfismo rapsodico insegna che il tempo stesso produce la propria voragine, Chronos genera Χάος, il fluire genera il proprio abisso, e ciò che il tempo produce, il tempo non può colmare. Il Derveni, con il suo gesto parmenideo, insegna che il principio primo non viene all’essere perché è già sempre, ciò che è davvero originario non può essere né generato né distrutto, non può essere riempito né colmato.
Una nota di onestà si impone. Nel nostro cammino attraverso Χάος, ci siamo imbattuti in un’immagine che non appartiene alle fonti antiche ma alla nostra meditazione: l’immagine del “mai”, lo spalancamento come soglia permanente dell’indeterminato, ciò che non si determina mai completamente, che non prende mai forma stabile, che non entra mai nella storia pur essendone condizione. Il limes tra l’indifferenziato e il differenziato, non l’uno né l’altro, ma la soglia che rende possibile la distinzione stessa tra i due. In Esiodo, questo “mai” precede il tempo stesso, è la voragine prima della successione, l’apertura prima della storia. Nelle teogonie orfiche, dove Chronos è il primo e genera Χάος, il “mai” diventa un “mai più”, il punto in cui il tempo produce il proprio limite, genera ciò che non fluisce, ciò che resta aperto dentro il fluire. Due insiemi infiniti, il prima e il dopo, e nel mezzo la voragine che li separa senza appartenere a nessuno dei due. Il “mai” esiodeo e il “mai più” orfico sono le due facce della Potenza, irriducibili l’una all’altra ma entrambe necessarie.
Questa lettura è nostra. Non è di West, non è di Most, non è di Bernabé. Nasce dall’incontro tra il dato filologico, la radice che indica un’apertura che per definizione non si chiude, la struttura delle due stirpi che non si incrociano mai, e la nostra interrogazione contemporanea sull’indifferenziato. È una proposta ermeneutica, non un dato delle fonti. Il lettore sappia che qui l’atlante esce per un istante dai sentieri tracciati dai filologi e propone un proprio passo. Se il passo fosse falso, la voragine resta.
La cura che Χάος porta, perché ogni Potenza mitica è anche un pharmakon, veleno e rimedio, è la capacità di sostare nel vuoto senza riempirlo. Di accogliere l’indeterminato senza precipitarsi a determinarlo. Di fare spazio, come lo spalancamento cosmico fece spazio, prima di riempire.
Chi entra nel mito di Χάος impara che la stirpe della Notte, Morte, Sogno, Sofferenza, non è l’errore del cosmo ma la sua metà nascosta, quella che nessun ordine olimpico potrà mai eliminare.
Asclepio lo sapeva. La cura comincia nell’oscurità. Il tempio di incubazione non aveva finestre.
C’è un vuoto nella tua vita che credevi mancanza, e che forse è ciò che rende possibile accogliere?
Sai sostare nello spalancamento, o corri a riempire ogni silenzio, ogni pausa, ogni assenza di scopo?
Παιδεία — L'educazione come spalancamento
Χάος γένετο, venne all'essere la voragine. E in quella voragine, in quello spalancarsi che non è disordine ma apertura primordiale, si rese possibile tutto ciò che sarebbe venuto dopo, Gaia, i Titani, gli dèi, gli uomini, le storie. Ma anche, e questo è ciò che la παιδεία non può ignorare, si rese possibile il soggetto. Ogni soggetto. Ogni essere umano che viene all'essere ha bisogno, prima di tutto, di uno spalancamento che lo accolga.
Χάος non è confusione, lo abbiamo visto. È il χαίνειν, l'aprirsi della bocca cosmica, lo sbadiglio dell'essere che fa spazio a ciò che ancora non c'è. E ogni trasformazione autentica del soggetto, a cinque anni come a cinquanta, nell'infanzia come nel lutto, nell'adolescenza come nella crisi del mezzo della vita, ripete quel gesto inaugurale. Qualcosa si spalanca. L'ordine che c'era non tiene più. Le categorie cedono, le certezze si incrinano, il terreno che si credeva solido si apre sotto i piedi. Non è catastrofe, è Χάος nel senso esiodeo, la condizione perché qualcosa di nuovo possa γενέσθαι, venire all'essere. Come la voragine venne all'essere prima della terra, così in ogni vita umana l'apertura precede la forma.
Se Χάος è questo, e i Greci sapevano che lo è, allora la παιδεία, l'accompagnamento dell'essere umano nel suo divenire in tutte le stagioni dell'esistenza, non è il contrario del caos ma la sua custode. Il gesto educativo autentico non è sigillare la voragine, è accompagnare chi vi è caduto dentro. Non è riempire lo spalancamento, è proteggere quello spazio aperto affinché ciò che deve emergere possa emergere. Come Esiodo non dice che Χάος fu creato da qualcuno, γένετο, venne da sé, così ciò che nasce nell'essere umano attraverso la voragine non può essere fabbricato da nessun educatore: può solo essere lasciato venire.
La voragine pedagogica è una ferita. Uno strappo nell'armatura dell'io che non è mai indolore, perché quell'armatura non è decorazione, è protezione. Il soggetto l'ha costruita giorno dopo giorno, anno dopo anno, con le identificazioni, con le risposte apprese, con le maschere che il vivere sociale insegna a indossare prima ancora che si impari a parlare, e che si continuano a indossare fino all'ultimo respiro. L'armatura tiene insieme. Permette di funzionare, di presentarsi, di dire "io" senza tremare. Ma ciò che tiene insieme, anche imprigiona. E sotto quell'armatura, sotto la crosta delle certezze di seconda mano, dei ruoli recitati senza averli mai scelti, delle paure travestite da opinioni e delle ferite travestite da carattere, giace qualcosa che preme per emergere e che l'io non conosce e spesso non vuole conoscere, il Sé, la realtà più profonda e più vasta del soggetto, quella che nessun ruolo esaurisce e nessuna età pensiona.
Come Erebo e Notte nacquero da Χάος, così il Sé emerge dalla voragine del soggetto non perché qualcuno lo produca, ma perché la breccia nell'armatura gli ha aperto il passo. E come la stirpe di Χάος non si incrocia mai con la stirpe di Gaia, l'informe non diventa mai forma, il negativo non si converte mai in positivo, così ciò che emerge dalla voragine non è mai del tutto addomesticabile, mai completamente riducibile a parole, a diagnosi, a categorie. Resta, come Χάος resta sotto il pavimento del cosmo ordinato, come sfondo ineliminabile, come abisso permanente che nessun ordine, nemmeno quello di Zeus, potrà mai chiudere.
Queste voragini non rispettano il calendario. Non si aprono solo nell'infanzia, non aspettano l'aula scolastica, non chiedono il permesso. Si aprono quando un figlio nasce e il genitore scopre di non sapere più chi è. Si aprono quando una diagnosi spacca in due la vita in "prima" e "dopo". Si aprono quando un legame si spezza e ciò che sembrava solido si rivela costruito sulla sabbia. Si aprono nella vecchiaia, quando il corpo che si credeva alleato diventa estraneo e tutto ciò che si era imparato a fare non si riesce più a fare. Si aprono, e questa è forse la voragine più temuta, nei momenti di silenzio, quando il rumore del mondo si ritira e il soggetto resta solo con ciò che ha evitato per decenni. Ogni passaggio dell'esistenza è uno spalancamento potenziale. E ogni spalancamento chiede di essere accompagnato, non riempito, non sigillato, non anestetizzato, accompagnato.
Che cosa emerge dalla voragine, quando la voragine si apre? Questo è il punto su cui ogni onestà intellettuale impone il silenzio della non-sapienza. Nessuno lo può dire in anticipo. Ciò che sale alla superficie quando l'armatura cede non è un contenuto catalogabile, è un evento, nel senso più forte della parola, qualcosa che viene, che accade, che non si lascia fabbricare. Può essere il Sé che finalmente si mostra, liberato dalla prigione delle identificazioni. Può essere il veleno, il deposito antico di dolori non detti, vergogne sepolte, paure inconfessate che il soggetto ha spinto sotto la superficie per poter funzionare. Quel veleno che non scompare perché lo si ignora, che fermenta nel buio e intossica dal basso, come acque sotterranee avvelenate che prima o poi contaminano il pozzo. La voragine è anche questo: la breccia attraverso cui il veleno può finalmente uscire, affiorare alla luce, essere visto. E nel vedere, solo nel vedere, cominciare a perdere il suo potere.
Chi ha accompagnato un essere umano attraverso una crisi vera, non chi ha somministrato consigli, non chi ha offerto soluzioni, ma chi è rimasto presente mentre l'altro crollava, conosce il momento in cui la crosta cede. L'impalcatura delle risposte pronte, delle sicurezze ereditate, dei ruoli recitati senza che il corpo li abbia mai scelti, si sgretola. E sotto appare qualcosa di nudo, di fragile, di terribilmente vero. È un momento sacro e spaventoso insieme. Sacro perché in quell'istante, e solo in quell'istante, la trasformazione sta realmente accadendo, non prima, quando si viveva per inerzia, non dopo, quando si ricostruirà una struttura nuova, ma lì, nell'abisso aperto. Spaventoso perché lo strappo è reale, nessuno si spoglia dell'armatura senza sanguinare. Il bambino che scopre che il mondo non funziona come credeva, l'adolescente che perde il dio dei propri genitori, l'adulto che si sveglia una mattina in una vita che non riconosce più come propria, l'anziano che deve lasciare andare ciò che ha tenuto stretto per una vita intera, tutti attraversano la medesima voragine, e nessuno la attraversa senza pagare il prezzo dello strappo.
Piaget, con l'occhio del biologo, vide questo processo nel bambino e lo chiamò déséquilibre, parola che nella sua sobrietà scientifica nasconde una violenza cosmica. Lo schema con cui il soggetto organizza il mondo incontra qualcosa che non riesce a contenere. Si spacca. Si apre uno spazio dove prima c'era struttura, e in quello spazio, solo in quello spazio, la ristrutturazione diventa possibile. Ma ciò che Piaget descrisse nel bambino accade a ogni età, ogni volta che la vita presenta un'esperienza che non entra negli schemi esistenti, un tradimento, una perdita, una rivelazione, una gioia insopportabile, il soggetto è gettato nel disequilibrio. Lo χαίνειν della mente non conosce anagrafe. Chi a qualunque età della vita evita quel momento, chi si protegge dalla crisi, chi fugge dalla difficoltà, chi si anestetizza per non sentire lo strappo, non cresce, si fossilizza. Sigilla la voragine prima che abbia potuto fare il suo lavoro.
Vygotskij intuì che la voragine non si attraversa da soli. Chiamò zona di sviluppo prossimale quello che in realtà è un χάσμα, dalla stessa radice di Χάος, lo spazio tra ciò che il soggetto è e ciò che può diventare.
Uno spazio che non è vuoto morto ma vuoto gravido, come il buio del tempio di Asclepio prima che il sogno venga.
E in quello spazio serve un altro. Non qualcuno che riempia la voragine al posto di chi la attraversa, questo sarebbe il gesto più violento, più castrante, ma qualcuno che la attraversi insieme. Un genitore, un maestro, un terapeuta, un amico, una guida spirituale, un estraneo che dice la parola giusta al momento in cui serviva: le figure dell'accompagnamento cambiano a seconda dell'età e della stagione, ma il gesto è lo stesso. Qualcuno che abbia già conosciuto la propria voragine e sappia che dall'altra parte si arriva. Non intatti, ma vivi.
Ciò che giace sotto la superficie, il racconto non detto, la storia sepolta, il Sé che l'io ha coperto di cemento e di rumore, non può emergere senza un'apertura che lo lasci passare. Non basta sapere che c'è qualcosa sotto. Non basta neppure volerlo. Occorre che la crosta si spacchi, per una parola giusta detta al momento giusto, per una domanda che non ammette le risposte abituali, per un silenzio che dura un istante più del sopportabile e in quell'istante in più fa crollare la finzione. Il racconto autentico del soggetto, chi è davvero, non chi ha imparato a sembrare, nasce solo da quella breccia. Prima del racconto c'è il grido. Prima della forma c'è la voragine. Prima di Gaia c'è Χάος.
Che cosa significherebbe, allora, una παιδεία dello spalancamento? Non un metodo, i metodi sono di Zeus, non di Χάος. Non un programma, i programmi appartengono alla stirpe di Gaia, alla linea della forma e della storia. Significherebbe, forse, qualcosa di più semplice e più difficile, il coraggio, da parte di chi accompagna, di non riempire. Di lasciare che la domanda resti aperta un giorno in più. Di tollerare che l'altro non sappia, non capisca, non trovi, e che in quel non-trovare faccia esperienza dello spazio che precede ogni trovare. Di ricordare che Χάος γένετο prima di Gaia, e che senza quel primo spalancarsi non ci sarebbe stata terra, né cielo, né dèi, né uomini, né storie da raccontare.
Chi sa fare spazio, non per debolezza ma per sapienza, non per ignavia ma per rispetto di ciò che deve ancora venire all'essere, compie il gesto più antico del cosmo. Lo compie ogni volta che tace quando potrebbe parlare. Ogni volta che aspetta quando potrebbe intervenire. Ogni volta che sopporta il vuoto, quel silenzio gravido che i cattivi accompagnatori riempiono di parole e i buoni custodiscono come si custodisce un fuoco appena acceso, proteggendolo dal vento con le mani aperte.
Πρώτιστα Χάος γένετο. Per primissimo venne lo spalancamento. Chi accompagna un essere umano nel suo cammino lo sa, o dovrebbe saperlo, che questa è anche la prima legge della παιδεία.
Ἐπιτάφιος λόγος
Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva.
Hölderlin scrisse questo verso nel Patmos, e noi lo incidiamo qui come epigrafe rovesciata, perché il nostro tempo ha dimenticato il pericolo, e con esso ciò che salva.
L’Occidente contemporaneo ha compiuto un gesto che nessun Greco avrebbe compreso, ha abolito Χάος. Non lo ha vinto, quello sarebbe stato un gesto eroico, titanico, forse hybristico ma almeno grandioso. Lo ha cancellato. Ha riempito ogni voragine, colmato ogni spalancamento, illuminato ogni oscurità, occupato ogni vuoto. L’accelerazione sociale, di cui Hartmut Rosa ha tracciato la diagnosi, non è solo velocità, è orrore del vuoto, horror vacui elevato a principio di civiltà[25]. Ogni pausa è tempo perso. Ogni silenzio è occasione mancata. Ogni indeterminazione è inefficienza. Ogni notte è un difetto di illuminazione.
La Potenza che Esiodo pose all’inizio di tutto, quello spalancamento tremendo senza il quale nulla può essere, è diventata per l’uomo moderno la cosa più intollerabile. Il vuoto va riempito: di merci, di informazioni, di stimoli, di connessioni, di notifiche, di luce artificiale che non si spegne mai. Il tempo vuoto, ciò che i Greci chiamavano σχολή, e che ha dato il nostro “scuola” con un rovesciamento semantico che dice tutto, è diventato tempo sprecato. L’incubazione asclepiadea, stendersi nell’oscurità, attendere, non fare nulla, consegnarsi al vuoto perché dal vuoto venga il sogno risanatore, sarebbe oggi diagnosticata come patologia, disturbo dell’adattamento, forse depressione, certamente improduttività.
Ma Esiodo sapeva ciò che noi abbiamo dimenticato, senza la stirpe di Χάος non ci sarebbe la stirpe di Gaia. Senza la linea dell’indifferenziato non ci sarebbe la linea del differenziato. Senza l’informe, non la forma. Senza l’inarrabile, non il racconto. Le due stirpi non si incrociano mai, ma coesistono come il giorno e la notte, come il respiro e la pausa tra un respiro e l’altro. Eliminare l’una non è liberare l’altra, è distruggerle entrambe.
La notte è ancora là. Erebo è ancora là. Χάος è ancora là, sotto il pavimento del mondo, al di là dei confini dell’ordine cosmico, come era là sotto i piedi dei Titani sconfitti, come era là quando il fulmine di Zeus lo attraversò senza chiuderlo. L’Occidente lo ha coperto di cemento, di schermi, di notifiche, di luci che non si spengono mai. Ma la voragine non si riempie. Non si è mai riempita. Non si riempirà.
Esiodo lo sapeva. Lo sapeva con la certezza di chi ha ascoltato le Muse sull’Elicona, nel buio, prima dell’alba.
La domanda che Χάος pone all’uomo contemporaneo non è una domanda alla quale si possa rispondere con un programma o un metodo. È una domanda anteriore a ogni programma: sei ancora capace di fare spazio? Di spalancarti, come la voragine si spalancò prima di tutto? Di accogliere il vuoto non come difetto ma come condizione? Di sostare nella notte senza accendere lo schermo?
Perché là dove il pericolo è stato cancellato, è stato cancellato anche ciò che salva.
Note
[1]P. Chantraine, Dictionnaire étymologique de la langue grecque, Klincksieck, Paris 1968-1980, s.v. χάος; R.S.P. Beekes, Etymological Dictionary of Greek, Brill, Leiden 2010, pp. 1614, 1616-17.
[2]M.L. West, Hesiod, Theogony. Edited with Prolegomena and Commentary, Clarendon Press, Oxford 1966, p. 192 ad v. 116.
[3]G.W. Most (ed. e trad.), Hesiod: Theogony. Works and Days. Testimonia, Loeb Classical Library 57, Harvard University Press, Cambridge MA 2006 (ed. riv. 2018), p. 13, n. 7; Introduzione, passim.
[4]Beekes, Etymological Dictionary of Greek, cit., s.v. χάος.
[5]Beekes, cit.; cfr. M.L. West, The Orphic Poems, Clarendon Press, Oxford 1983. La connessione attraverso proto-germanico *gin- è suggerita ma resta discussa.
[6]Ovidio, Metamorfosi I.5-7. Cfr. K. Sonik, «From Hesiod’s Abyss to Ovid’s rudis indigestaque moles», in Scurlock e Beal (edd.), Creation and Chaos, Penn State UP, 2013, pp. 1-25.
[7]Cfr. Oxford Classical Dictionary, s.v. “Chaos” (H.J. Rose). Nota che Esiodo usa γένετο e non ἦν.
[8]Cfr. T. Gantz, Early Greek Myth, Johns Hopkins UP, 1993, pp. 4-5; M. Miller, «‘First of all’: On the Semantics and Ethics of Hesiod’s Cosmogony», Ancient Philosophy, 2001.
[9]West, Hesiod, Theogony, cit., ad vv. 123-125.
[10]A. Park, «Parthenogenesis in Hesiod’s Theogony», Preternature 3.2, 2014, pp. 261-283.
[11]A. Bernabé (ed.), Poetae Epici Graeci, Pars II, fasc. 1-3, K.G. Saur / De Gruyter, 2004-2007, OF 66 (= Kern fr. 66, da Proclo, In Remp. 2.138.8 Kroll). Testo greco: Αἰθέρα μὲν Χρόνος οὗτος ἀγήραος, ἀφθιτόμητις / γείνατο καὶ μέγα χάσμα πελώριον ἔνθα καὶ ἔνθα.
[12]Il verbo γείνατο è aoristo medio di γείνομαι, forma epica della stessa radice di γίγνομαι usata da Esiodo in Teog. 116 (Χάος γένετο), ma in costruzione transitiva-causativa con Chronos come soggetto agente. La stessa radice verbale codifica due ontologie opposte: emergenza spontanea (Esiodo) e generazione agentiva (orfismo). Cfr. West, The Orphic Poems, cit., pp. 198-199.
[13]Bernabé, cit., OF 54 (= Kern fr. 54, da Damascio, De principiis 123.31-80). Damascio usa γεννᾶται, medio di γεννάω, lessico filosofico tardo-antico distinto dalla dizione esametrica originale.
[14]Damascio, Traité des premiers principes, ed. Westerink-Combès, Les Belles Lettres, Paris 1986-1991, §123.
[15]Th. Kouremenos, G.M. Parássoglou, K. Tsantsanoglou (edd.), The Derveni Papyrus, Olschki, Firenze 2006. Cfr. G. Betegh, The Derveni Papyrus, CUP, Cambridge 2004.
[16]Papiro di Derveni, col. XVII.3: οὐ γὰρ ἐγένετο, ἀλλὰ ἦν — «non venne all’essere, ma era». Cfr. Parmenide, DK 28 B8.5: οὐδέ ποτ’ ἦν οὐδ’ ἔσται.
[17]Aristofane, Uccelli 693-699. Cfr. A. Bernabé, «Una cosmogonía cómica: Aristófanes, Aves 685ss.», in De Homero a Libanio, Madrid 1995, pp. 195-211.
[18]Scoli ad Aristofane, Uccelli 14 (= P.Oxy. 2390, fr. 2 ii-iii Page/Davies; = Calame fr. 81).
[19]G. Ferrari, Alcman and the Cosmos of Sparta, Chicago 2008, p. 34. Cfr. M.L. West, «Three Presocratic Cosmologies», CQ 13, 1963; G.W. Most, «Alcman’s “Cosmogonic” Fragment», CQ 37.1, 1987.
[20]H.S. Schibli, Pherekydes of Syros, OUP, Oxford 1990.
[21]Aristotele, Fisica IV.1, 208b27-209a2.
[22]D. Sedley, «Hesiod’s Theogony and Plato’s Timaeus», in G.R. Boys-Stones e J.H. Haubold (edd.), Plato and Hesiod, OUP, Oxford 2009.
[23]J. Hillman, Il sogno e il mondo infero, trad. it. Adelphi, Milano 2003.
[24]R. Sorel, Chaos et éternité: Mythologie et philosophie grecques de l’Origine, Les Belles Lettres, Paris 2006.
[25]H. Rosa, Beschleunigung: Die Veränderung der Zeitstrukturen in der Moderne, Suhrkamp, Frankfurt 2005. Trad. it. Accelerazione e alienazione, Einaudi, Torino 2015.