Milano, le nuove generazioni e il prezzo della prossimità.
La questione non è solo chi può permettersi di abitare Milano, ma a quali condizioni una generazione può ancora entrarvi.
Milano è raccontata come la città italiana che funziona: corre, innova, attrae talenti, connette finanza, moda, design, università, cultura e tecnologia. In un Paese dal passo incerto, è l'eccezione virtuosa: più europea, più dinamica, più competitiva. C'è del vero: concentra opportunità, reti formative, capitale relazionale, sedi, fondazioni, incubatori. Ma proprio per questo lascia osservare con nitidezza una trasformazione meno celebrata: il disallineamento crescente tra la città che produce lavoro e la città che consente a chi quel lavoro lo comincia adesso di restarci.
Il punto non è solo il costo dell'abitare. È che la città trasforma l'accesso al lavoro urbano in una questione patrimoniale, un tratto che Andrea Fumagalli colloca al cuore del capitalismo cognitivo, dove conta meno ciò che produci e più ciò che già possiedi. Per chi entra ora non bastano competenze, motivazione, adattabilità e quella curiosa dote contemporanea che consiste nel sorridere mentre si risponde ai messaggi di lavoro alle 22. Serve poter sostenere il costo materiale della prossimità e abitare in posizione compatibile con il lavoro è una risorsa sempre più selettiva: non tutti i lavori pagano abbastanza da permettere la città che rendono possibile.
Qui la gentrificazione smette di essere solo un fenomeno immobiliare. La parola la coniò Ruth Glass negli anni Sessanta osservando Londra; Neil Smith ne ha poi mostrato il motore economico, la frontiera urbana che riconquista i quartieri al capitale. Ma il suo effetto più interessante è diventare un dispositivo di selezione del lavoro e, generazionalmente, un filtro all'ingresso. Di solito la parola evoca quartieri che cambiano volto: case popolari trasformate in investimenti, bar convertiti in luoghi dove il cappuccino sembra aver frequentato un master in comunicazione visiva, aree marginali rese desiderabili e perfette per i rendering. È la parte fotografabile. Quella decisiva è meno estetica: la gentrificazione non cambia solo gli edifici, cambia chi può restare, chi deve spostarsi, chi può entrare. Milano non chiude le porte. Le alza di prezzo.
E le alza in modo generazionalmente orientato. Il dato più solido degli studi urbani recenti, lo documenta Cody Hochstenbach analizzando le città europee. Non è soltanto che i redditi alti stanno al centro e i bassi in periferia, ma che la possibilità dei giovani di accedere alle aree centrali dipende sempre più dal patrimonio dei genitori. La casa di proprietà di famiglia, il sostegno economico, la rete che anticipa l'affitto: sono questi a decidere chi, tra i ventenni e i trentenni, può abitare la città in cui lavora. La disuguaglianza, mostra Hochstenbach, non corre più solo tra classi: corre tra generazioni e dentro la stessa generazione, separando chi parte con un patrimonio alle spalle da chi parte senza.
Il filtro, per giunta, agisce prima ancora dell'assunzione. Stage sottopagati, tirocini-ponte, dottorati precari, debito formativo e mesi di lavoro gratuito "per fare esperienza" presuppongono che qualcuno copra il vuoto. Quel qualcuno, di norma, è la famiglia. Così l'accesso alle professioni urbane qualificate viene deciso a monte: non da chi è più preparato, ma da chi può permettersi la fase in cui la preparazione non è ancora pagata. È il meccanismo con cui, avvertiva Guy Standing, si fabbrica un precariato, qui anagraficamente giovane e spesso molto istruito.
La città, in apparenza, seleziona per merito. In pratica seleziona anche per resistenza economica, negando quella che Nancy Fraser chiama parità di partecipazione: la possibilità reale, e non solo formale, di prendere parte alla vita sociale. Due ventottenni possono ricevere la stessa offerta a Milano e trovarsi davanti a realtà opposte: per chi ha casa e famiglia di supporto è un'occasione di crescita; per chi ha un contratto fragile e un affitto insostenibile è un invito elegante all'indebitamento o alla pendolarità estrema, con la necessità di calcolare se una pizza con amici rientri ancora nella pianificazione finanziaria trimestrale. È la lezione di Bourdieu: a contare non è solo il capitale economico, ma l'intreccio tra capitale economico, culturale e sociale che alcuni ereditano e altri devono costruirsi da zero. Non significa negare merito e impegno: significa evitare la meritocrazia ingenua, quella per cui il mercato urbano sarebbe una gara aperta su un terreno piano. Il terreno è già inclinato, e lo è soprattutto per chi comincia.
La psicologia del lavoro può leggere questa dinamica, a condizione di non ridursi a psicologia dell'adattamento individuale. La prospettiva che David Blustein chiama psychology of working insiste proprio su questo: il lavoro non è solo realizzazione personale, ma accesso a sopravvivenza, relazione e dignità, condizionato da vincoli materiali. Se il problema è formulato solo come stress, resilienza o work-life balance, una questione strutturale diventa una faccenda di coping personale. Una operazione particolarmente insidiosa con i più giovani, ai quali si chiede di compensare con la regolazione emotiva ciò che è un trasferimento di rischio. È la posta del Manifesto con cui Matthijs Bal e colleghi hanno chiamato la disciplina a guardare le condizioni materiali del lavoro, collegando mercato, organizzazione, territorio, abitazione e reddito; e a distinguere autonomia da abbandono, flessibilità da scarico del rischio, mobilità da impossibilità di radicarsi.
Il tema non riguarda solo i lavori meno pagati. Riguarda quella fascia ampia di lavoro giovane qualificato ma non ricco (consulenti junior, ricercatori, neo impiegati, professionisti dei servizi, operatori sociali e culturali) abbastanza qualificata da essere richiesta, non abbastanza remunerata da vivere senza pressione costante. È il lavoro culturale e creativo che Rosalind Gill e Andy Pratt hanno descritto come prestigioso e precario insieme. La città lo celebra come classe creativa, la categoria con cui Richard Florida due decenni fa promise rinascite urbane, e che lo stesso Florida ha poi ridimensionato riconoscendone i costi, ma spesso lo tratta come classe in attesa di diventare sostenibile.
Così il pendolarismo non è solo logistica: è regolazione sociale. Chi non può abitare la città la raggiunge, la serve, la attraversa, poi se ne va. Milano diventa una città che lavora altrove: altrove dormono molti dei suoi giovani lavoratori, altrove ricostruiscono le energie consumate in centro, altrove cercano costi compatibili. E cambia anche l'appartenenza, perché abitare, ricordava Henri Lefebvre rivendicando un diritto alla città poi ripreso da David Harvey, non è possedere un indirizzo, ma poter sviluppare routine, legami, partecipazione, memoria. Una città troppo cara produce appartenenze intermittenti: una generazione che usa la città e ne è usata, che la desidera e la subisce.
Per le organizzazioni la conseguenza è precisa. Non basta più pensare il lavoro come relazione tra persona e organizzazione: va pensato come relazione tra persona, organizzazione e territorio. Le imprese milanesi non competono solo sul salario nominale, ma sul costo reale della vita che i loro lavoratori, i più giovani in particolare, devono sostenere. E' il nodo che Rosalind Searle e Ishbel McWha-Hermann hanno posto al centro della ricerca sul living wage, il salario che permette davvero di vivere e non solo di sopravvivere. Un'offerta adeguata in astratto diventa debole dentro un ecosistema urbano costoso. Attrarre e trattenere i giovani non dipende solo da employer branding, purpose e belle pagine careers, ma da una domanda più semplice: con quello stipendio, quella persona può vivere in modo decente dove le chiediamo di lavorare? L'art. 36 della Costituzione, che lega la retribuzione a un'esistenza libera e dignitosa, suona qui meno astratto del previsto.
È una domanda scomoda perché riporta il discorso manageriale alla sua materialità, la stessa che Martin Parker rimprovera a una cultura d'impresa più a suo agio con l'engagement che con gli affitti, con la talent attraction che con il pendolarismo. Ma la realtà torna, di solito sotto forma di turnover, difficoltà di reclutamento, cinismo organizzativo o quiet quitting: tutte espressioni di quel lavoro polarizzato e precario che Arne Kalleberg ha documentato. Modi diversi per dire che le persone fanno i conti, anche quando le aziende preferirebbero che facessero storytelling.
Anche le politiche pubbliche dovrebbero evitare la lettura che oppone sviluppo e tutela, innovazione e nostalgia. Il tema è concreto: impedire che la città attrattiva diventi una macchina di espulsione progressiva del lavoro giovane e ordinario. Servono politiche abitative, trasporti, salari, welfare territoriale, regolazione degli affitti, negoziazione tra amministrazioni, imprese, università e parti sociali: il repertorio che la sociologia urbana europea, da Yuri Kazepov agli studi italiani di Nico Bazzoli sulle città di media dimensione, indica come terreno di governo possibile. Non per rendere Milano meno dinamica, ma per evitare che il suo dinamismo funzioni come una centrifuga.
Milano non va demonizzata: va presa sul serio proprio perché funziona abbastanza da mostrare dove il funzionamento diventa esclusione. La città attrattiva è una conquista, ma una città che non si interroga sui propri meccanismi di espulsione trasforma la forza in fragilità. Una città matura non si misura solo dal prezzo al metro quadro o dalla densità di locali informalmente sofisticati, ma dalla possibilità che un lavoratore all'inizio del percorso possa abitare, muoversi, formarsi e costruire relazioni senza vivere in perenne rincorsa.
Alla fine la domanda resta semplice, ed è ancora quella di Standing: chi può permettersi di lavorare nella città che ha bisogno del suo lavoro? Se la risposta dipende sempre più dal patrimonio familiare, dalla distanza sopportabile e dalla capacità di reggere la precarietà, allora Milano non sta solo cambiando volto: sta decidendo a quali condizioni una generazione possa entrarvi. Non espelle tutti, non allo stesso modo, non sempre in modo visibile. Ma seleziona. E quando una città seleziona troppo, prima o poi smette di essere solo una città cara. Diventa una città che chiede ai suoi giovani di renderla possibile, restando però un po' più lontani.
Riferimenti bibliografici
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Fonte normativa citata nel testo: art. 36 Costituzione della Repubblica Italiana.