Leggiamo, condividiamo e interagiamo con numerosi post, articoli che parlano di IA e, implicitamente o esplicitamente, il dibattito cela sempre la stessa domanda: l’intelligenza artificiale sostituirà il lavoro? Posta così è una domanda probabilmente non pertinente.
Credo fermamente, anche se non si riscontra in tal senso alcun dibattito, giuridico o sociale. che la vera posta in gioco non sia il numero dei posti perduti, ma la sorte del ceto medio come cardine della modernità democratica. Ogni volta che si parla di intelligenza artificiale e lavoro, il dibattito pubblico si dispone lungo un asse scomodo: quanti mestieri spariranno, quanti se ne creeranno, in quale arco di tempo. È una contabilità necessaria ma insufficiente, perché misura ciò che si vede, come ad esempio l’occupazione, e trascura ciò che decide, ovvero la struttura.
La vera domanda non è se l’IA sostituirà i lavoratori, ma cosa accadrà a quella fascia intermedia della società che per tutto il Novecento ha rappresentato molto più di una categoria economica: il punto di equilibrio tra capitale e lavoro, il principale beneficiario della crescita, il serbatoio della partecipazione democratica e, insieme, il garante di una certa coesione collettiva.
Il ceto medio non è soltanto un livello di reddito; è una forma dell’esperienza, quella fascia della popolazione che rendeva credibile la promessa moderna della mobilità sociale e traduceva i conflitti in aspettative condivise. È questa forma, prima ancora dei redditi, che oggi si sta erodendo.
Questo articolo tenta di leggere il rischio della dissoluzione del ceto medio come convergenza di due forbici, quella patrimoniale descritta da Thomas Piketty e quella cognitiva, e di mostrare come dalla loro sovrapposizione nasca una forma inedita di estraneità sociale; lo farò lungo tre direttrici teoriche partendo dalla mole di dati storici senza precedenti rilevata da Thomas Piketty nel su Il capitale nel XXI secolo.
L’economista francese ha dimostrato, infatti, che la concentrazione della ricchezza nelle società capitalistiche avanzate non è un’anomalia ciclica destinata a riassorbirsi, ma una tendenza di lungo periodo: quando il rendimento del capitale cresce più rapidamente dell’economia nel suo complesso, i patrimoni si concentrano e la forbice tra chi vive di reddito e chi vive di rendita si allarga strutturalmente. Seguendo il ragionamento di Piketty del lungo periodo scaturisce una riflessione: se non ci fosse tutta questa tecnologia (IA) le concentrazioni di ricchezza si manifesterebbero lo stesso? È un punto che merita di essere sottolineato, perché smonta l’assunto più diffuso del dibattito tecnologico: la disuguaglianza non è un destino iscritto nelle macchine.
In Capitale e ideologia Piketty radicalizza la tesi sostenendo che ogni livello di disuguaglianza è, in ultima istanza, una costruzione politica e ideologica, il prodotto di scelte fiscali, giuridiche ed educative, non l’effetto meccanico di una qualche necessità tecnica. Da qui la sua diagnosi più scomoda per le democrazie occidentali: i partiti politici, un tempo portavoce delle istanze dei lavoratori sono praticamente scomparsi mentre le classi popolari si ritirano dalla competizione politica e smettono di votare.
La forbice economica, in altri termini, diventa forbice di rappresentanza. Se ci si ferma qui, però, la lezione di Piketty rischia di apparire un discorso di soli redditi e patrimoni; l’intelligenza artificiale non crea la disuguaglianza dal nulla ma si innesta su una distribuzione già deformata da quarant’anni di politiche fiscali che, invece di correggere la forbice, l’hanno sistematicamente ampliata. Come se si fosse preparato l’orizzonte macroeconomico per poi passare allo step successivo ovvero l’IA, ovvero la disuguaglianza cognitiva.
Non va confusa con il digital divide, che è questione di accesso e di alfabetizzazione strumentale. È qualcosa di più profondo: la disparità nella capacità di decodificare il presente, di comprendere le logiche del sistema in cui si è inseriti, di distinguere la conoscenza dalla manipolazione, di esercitare un giudizio autonomo dentro un ambiente informativo progettato per orientarlo. Chi progetta gli algoritmi, possiede i dati e comprende le logiche dell’automazione accumula vantaggio in modo esponenziale; chi l’automazione la subisce senza comprenderla perde terreno simultaneamente su due fronti, quello economico e quello cognitivo.
Le due forbici si sovrappongono e si alimentano a vicenda: la concentrazione del capitale e la concentrazione della competenza necessaria per abitare l’economia algoritmica seguono la medesima curva. Il risultato di questa doppia forbice non è la piramide del capitalismo industriale, con la sua ampia base operaia, ma una clessidra perché l’automazione non colpisce indistintamente: erode soprattutto le mansioni di medio livello, impiegatizie, tecniche, cognitive di routine, lasciando relativamente intatte le posizioni apicali altamente qualificate e quei servizi elementari difficilmente automatizzabili.
Il centro si assottiglia, gli estremi si allargano. In cima si condensa una ristretta élite, quella che Peter Drucker chiamava tecno-borghesia, e che Mckenzie Wark ridefinisce come classe vettoriale, una classe che non domina più attraverso la proprietà dei mezzi di produzione ma attraverso il controllo dell’informazione, dei dati e delle reti. Alla base cresce una massa di lavoro precario, frammentato, subordinato ai processi automatizzati. E il ceto medio, la middle class, storicamente collocato nel mezzo, scivola verso il basso mentre una sua porzione minoritaria riesce a riposizionarsi in alto.
C’è una ragione per cui questa dissoluzione avviene senza reazione proporzionata, ed è di natura percettiva. Le trasformazioni contemporanee non si presentano quasi mai come rotture improvvise: procedono per adattamenti graduali, ciascuno abbastanza piccolo da apparire trascurabile, finché l’accumulo produce un mutamento radicale che nessuno ha visto arrivare. È la rana bollita di Chomsky, che non percepisce l’acqua scaldarsi perché ogni nuova temperatura diventa la norma; è l’eterno presente di Ulrich Beck, in cui le crisi si susseguono senza sedimentarsi in memoria e il passato smette di offrire un orientamento per il futuro. Un ceto medio che non riesce più a confrontare il proprio presente con uno stato precedente perde la capacità stessa di narrare il proprio declino, e ciò che non si riesce a narrare non si riesce a contrastare.
A questo si aggiunge lo spostamento che Yuval Noah Harari ha reso celebre: la minaccia per l’uomo contemporaneo non è più lo sfruttamento, che presuppone comunque una relazione — qualcuno che ha bisogno di te — ma l’irrilevanza, l’assenza di relazione, l’uscita dal campo visivo del sistema. E contro l’irrilevanza è molto più difficile ribellarsi, perché non c’è un padrone da affrontare né un’ingiustizia da denunciare: c’è solo un algoritmo che ottimizza tutto senza di te.
Queste tre diagnosi, la forbice patrimoniale di Piketty, la forbice cognitiva, la de-coincidenza soggettiva, non sono spiegazioni concorrenti, ma strati sovrapposti dello stesso processo. Il ceto medio si dissolve simultaneamente come stratificazione economica, come soggetto politico e come portatore di un’esperienza condivisa della realtà.
Chi perde, in questo gioco è la democrazia rappresentativa, la fiducia nelle istituzioni, l’ascensore sociale, la classe politica come mediazione tra interessi. La sua erosione lascia un vuoto che si riempie di populismi di varia natura, capaci di offrire risposte semplici a domande che semplici non sono, e apre la strada a quella che, parafrasando Bauman, si può chiamare obbedienza fluida: una società in cui la norma si interiorizza sotto forma di preferenza individuale, il consenso non nasce più dall’argomentazione pubblica ma dalla personalizzazione continua dei contenuti, e al cittadino non si chiede di partecipare ma di confermare.
Non è un caso che diversi economisti — da Joseph Stiglitz, che descrive le tecnologie dell’IA come intrinsecamente winner-take-all, produttrici di potere monopolistico e di mercati meno competitivi, fino al filone di studi sulla polarizzazione occupazionale di Acemoglu e Autor convergano, per strade diverse, sulla medesima previsione: un’accentuazione delle disuguaglianze, piuttosto che una loro correzione spontanea.
Eppure è ancora Piketty a offrire l’unico varco praticabile. Se la disuguaglianza è una costruzione politica e ideologica, non un destino tecnologico, allora la sua traiettoria non è ineluttabile, e la risposta non può essere né soltanto tecnologica né soltanto individuale. Il mito del reskilling, l’idea che basti riqualificarsi per restare a galla, è la versione aggiornata e privatizzata della vecchia promessa meritocratica: scarica sul singolo, con le sue risorse diseguali, il compito di reggere una trasformazione strutturale.
Ma se le forbici sono due, patrimoniale e cognitiva, allora anche la risposta dovrà agire su entrambe: da un lato la ricalibratura fiscale e redistributiva che Piketty invoca, dall’altro una politica del sapere che restituisca non soltanto reddito, ma la capacità di decodificare il presente, quella coscienza critica, filosoficamente intesa, che il flusso incessante dell’informazione tende sistematicamente a erodere. Resta, in conclusione, una domanda aperta, che è insieme sociologica ed esistenziale.
Una società che sostituisce progressivamente il lavoro umano è chiamata a ridistribuire non soltanto il reddito, ma il senso, la dignità e il riconoscimento che il lavoro ha storicamente garantito. Il destino del ceto medio coinciderà, in larga misura, con il destino della democrazia nell’era dell’intelligenza artificiale. La domanda, allora, non è se il ceto medio sopravvivrà, ma se sapremo ancora riconoscerlo come soggetto o se ci limiteremo a registrarne la scomparsa come l’ennesima variazione di temperatura di un’acqua che, lentamente, arriva a bollire.
Di tutto questo ne parlo diffusamente nel mio libro Il Leviatano algoritmico. La silenziosa trasformazione del lavoro e dell’essere umano, Delos Digital, maggio 2026