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Perché la transizione geopolitica ci restituisce, volenti o nolenti, le responsabilità che per anni avevamo affidato ad altri


Per ottant’anni l’Europa ha potuto permettersi il lusso di delegare la propria sicurezza a Washington, la propria prosperità al mercato globale e la propria politica a leader da tifare o da fischiare. Quel lusso è finito, e la domanda che resta è che cosa faremo della responsabilità che ci viene restituita.

In un mio precedente articolo qui sulla Stultifera, https://www.stultiferanavis.it/la-rivista/breve-anatomia-di-una-transizione-storica, scrivevo che prima o poi avremmo dovuto assumerci la responsabilità, specialmente come Europa, e fare i conti con il fatto che la globalizzazione era il prodotto di una particolare configurazione geopolitica. Nell’articolo dedicato a Kant invece, https://www.stultiferanavis.it/la-rivista/perche-la-geopolitica-globale-non-riconosce-la-liberta-di-kant, mi chiedevo invece che cosa accada alla libertà quando la si trasferisce in un sistema internazionale privo di un arbitro sovrano. Rileggendoli a distanza di qualche tempo, mi accorgo che le due riflessioni convergono su un punto che merita di essere chiamato con il suo nome: la fine della delega passiva.

Che cos’è la delega passiva?

La delega è il fondamento di ogni società complessa; Thomas Hobbes la poneva all’origine dello Stato dove gli individui cedono al Leviatano una parte della propria libertà in cambio di protezione. Max Weber vi vedeva il cuore della moderna amministrazione burocratica e la democrazia rappresentativa l’ha trasformata in istituzione.

Un esempio pratico? Nessuno di noi produce la propria energia, presidia i propri confini o scrive le proprie leggi, e va bene così. La delega diventa passiva quando chi delega dimentica di averlo fatto. Il soggetto, l’individuo o la comunità sociale, trasferisce ad altri una funzione vitale e smette di chiedersi come venga esercitata, a quali condizioni e fino a quando. A quel punto la delega cessa di apparire come una scelta e comincia ad apparire come un dato naturale, al pari del clima o della geografia.

L’Europa del secondo dopoguerra, e ancor più quella uscita dal 1989, ha costruito il proprio benessere su almeno quattro deleghe di questo tipo; 1) la sicurezza affidata all’ombrello atlantico; 2) l’approvvigionamento di energia e di merci affidato al mercato globale e a rotte marittime presidiate da altri; 3) la decisione politica affidata a leader e tecnocrazie, con il cittadino ridotto a spettatore, quando non a tifoso. La quarta, la più recente, il giudizio stesso sulla realtà affidato a piattaforme e algoritmi che selezionano per noi cosa vedere e cosa ignorare; Colin Crouch ha chiamato post-democrazia questa condizione dove le procedure restano formalmente intatte, le elezioni si svolgono regolarmente, ma la partecipazione si svuota e le decisioni rilevanti migrano altrove.

Protego ergo obligo

Carl Schmitt, giurista e filosofo certamente scomodo, ha scritto che il protego ergo obligo è il cogito ergo sum dello Stato: l’obbedienza dura finché dura la protezione e, per assioma, questa formula vale anche per le alleanze. Il patto atlantico ha funzionato per decenni perché Washington proteggeva e l’Europa, in cambio, accettava una sovranità strategica limitata.

Oggi il protettore ha cambiato le condizioni del contratto senza chiedere il parere del protetto e la strategia di sicurezza nazionale americana pubblicata nel dicembre 2025 ha descritto un’Europa a rischio di “cancellazione della civiltà”; inoltre, secondo quanto riportato da Reuters, funzionari del Pentagono hanno chiesto agli alleati europei di farsi carico entro il 2027 della maggior parte delle capacità convenzionali della NATO. Al vertice dell’Aia del 2025 i membri dell’Alleanza si erano già impegnati a portare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035. Il messaggio uscito da Monaco nel febbraio scorso è stato coerente: gli Stati Uniti restano nella NATO, ma non torneranno a essere il protettore principale del continente.

La seconda delega è caduta con lo Stretto di Hormuz; dopo gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran del 28 febbraio, Teheran ha di fatto chiuso il passaggio da cui transita circa un quinto del petrolio trasportato via mare; l’8 marzo il Brent ha superato i cento dollari al barile per la prima volta in quattro anni e ancora a settembre il traffico restava ridotto a poche navi al giorno. Il mercato globale, che avevamo imparato a considerare una forza impersonale, si è rivelato per ciò che era: un sistema di flussi che funziona finché qualcuno ne garantisce le rotte.

Nel frattempo le cronache si sono appassionate ai vari tweet del Presidente degli Stati Uniti con una molteplicità di interpretazioni fantasiose. È la personalizzazione di cui scrivevo in Breve anatomia: guardiamo i protagonisti e perdiamo di vista la struttura. Persino le critiche rivolte a Leone XIV dalla Casa Bianca, nella primavera scorsa, dicono qualcosa di strutturale: in un sistema privo di arbitro, anche l’autorità morale diventa una parte in causa.

L’irresponsabilità organizzata

Il sociologo tedesco Ulrich Beck aveva un’espressione precisa per descrivere le società che delegano senza vigilare: irresponsabilità organizzata. Nei sistemi complessi le decisioni vengono distribuite lungo catene così lunghe che, quando qualcosa si rompe, nessuno ne risponde. La delega passiva produce esattamente questo: per decenni il costo reale della nostra sicurezza e della nostra energia è rimasto fuori dal bilancio, pagato da altri o rinviato nel tempo. Ora il conto sta tornando al delegante, e torna tutto insieme.

Qui ritrovo Kant, questa volta il Kant del 1784. Nella Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? scriveva che l’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso, e definiva la minorità come l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Ne indicava anche le cause, pigrizia e viltà, e aggiungeva con un’ironia che suona attualissima: «È così comodo essere minorenni!».

L’Europa ha vissuto a lungo in una minorità strategica confortevole; la fine della delega passiva ci riconsegna l’uso del nostro intelletto politico, con una differenza sostanziale rispetto all’appello kantiano: l’uscita dalla minorità, questa volta, ci viene imposta dagli eventi anziché conquistata. E una libertà ricevuta per necessità è sempre la più difficile da esercitare.

La tentazione della fuga

Nel 1941 Erich Fromm pubblicava Fuga dalla libertà, un libro scritto per capire come società moderne e istruite avessero potuto consegnarsi ai totalitarismi. La sua risposta era che la libertà, quando si presenta come isolamento e incertezza, diventa un peso, e il peso spinge a cercare un’autorità a cui restituirla. Ecco il grande rischio che corriamo; l’eccesso di delega passiva che abbiamo finora vissuto può sfociare in una deriva che chiamerei fideistica: l’affidamento al leader forte, alla promessa di semplificazione. Davanti a un mondo che si complica, si cerca qualcuno che lo renda di nuovo semplice, e gli si consegna ciò che resta della propria autonomia.

Uscire dalla delega passiva vuol dire continuare a delegare, perché in una società complessa non esiste alternativa, restando però presenti: sapere che cosa si affida, a chi, a quali condizioni, e mantenere la competenza necessaria per revocare la fiducia quando le condizioni cambiano.

Anche la nefasta scelta del riarmo ha un significato preciso per l’Europa perché sostituisce una delega passiva con un’altra: affidare alla deterrenza ciò che si è smesso di affidare all’America e, in un sistema fondato esclusivamente sulla paura reciproca, questa azione può impedire temporaneamente lo scontro, ma non produce convivenza. La delega sull’autonomia strategica, per meritare il nome, deve comprendere la capacità di decidere quali rotte presidiare, quali dipendenze ridurre, quali relazioni costruire ma tutto questo, oggi, è assente dal dibattito politico e sociale.

Per i cittadini la posta è ancora più alta, perché la quarta delega, quella del giudizio, è la più intima e la meno visibile; abbiamo affidato agli algoritmi la scelta di cosa leggere, ai talk show il compito di dirci cosa pensare, ai politici il ruolo di squadre per cui tifare. Uscire dalla delega passiva, sul piano individuale, significa riportare lo sguardo dai personaggi alle strutture: chiedersi chi controlla le rotte, quali relazioni stiamo costruendo per il futuro, perché questa scelta piuttosto che un’altra sono tutte azioni di una delega attiva, consapevole e partecipata. È un lavoro faticoso, e lo è sempre stato.

Tralasciando le tante riflessioni storico – politiche, sociali, economiche possibili e per capire che cosa ci resta può aiutarci l’economista Albert Hirschman; nel 1970, in un libro diventato un classico, Exit, Voice and Loyalty, si chiedeva come reagiamo quando un’organizzazione a cui apparteniamo comincia a funzionare male, che sia un’azienda, un partito o uno Stato. Le strade possibili sono tre: andarsene, cioè cambiare fornitore, partito o paese; protestare, facendo sentire la propria voce per cambiare le cose dall’interno; oppure restare fedeli e aspettare che tutto si sistemi da sé.

La storia ci dice che, per ottant’anni, l’Europa ha scelto la terza strada; è rimasta fedele all’alleato americano, al mercato globale, ai propri rappresentanti, senza mai discutere davvero le condizioni di quella fedeltà. Quando la delega è stata messa in discussione (vedi il Sessantotto studentesco e l’Autunno caldo) il sistema si è dovuto adattare.

Oggi la terza strada, quella della fedeltà, non è più disponibile perché l’alleato americano ha cambiato le regole e il mercato ha mostrato i suoi limiti. Nemmeno andarsene è possibile: in un mondo multipolare non esiste un altrove sicuro in cui rifugiarsi. Resta la voce, cioè partecipare, discutere, decidere e assumersi le conseguenze delle proprie scelte, come Stati e come cittadini. Delle tre strade è l’unica che nessuno può percorrere al posto nostro. Le epoche storiche cambiano quando mutano le strutture che sostengono il potere; oggi possiamo aggiungere che la struttura in trasformazione è proprio quella che per decenni ci ha permesso di non decidere.

Kant apriva il suo saggio sull’Illuminismo con un motto preso da Orazio, sapere aude: abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza. Per ottant’anni ne abbiamo fatto a meno, lasciando ad altri la voce e la decisione. Adesso tocca a noi.


Pubblicato il 22 ottobre 2026

Luigi Russo

Luigi Russo / Autore, Saggista - Etica dell’AI - Gruppo BNP Paribas