Proclami, esecrazioni, anatemi, correzioni, condanne, esortazioni, auspici, indicazioni: anche stavolta la guerra ha sollevato un’onda di voci sdegnose.
Sembra che il mondo sia pacifista.
In realtà, senza bisogno di particolari approfondimenti appare repentina una lettura assai meno netta: v’è pure un’ingente risacca di plausi, corse ai riarmi, alleanze, collaborazioni.
Sembra che il mondo sia diviso, da una parte alcune - molte - persone e dichiarazioni finanche ufficiali, dall’altra parte il potere e la geopolitica economica.
I fatti di pace, invece? Pochi, pochissimi; forse due soli, quelli di Spagna e Gran Bretagna.
Ciò che preoccupa, però, è che la stessa onda rappresenti la pace come un obiettivo cui tendere: al massimo vi si ritrova qualche ricetta tattica ma nessun piano strategico; quando invece se la pace è, in ogni caso, il risultato di ogni singolo conflitto, la pace mondiale e duratura necessita di un nuovo paradigma saldamente costruito sulla pietra angolare della pace, com’è quello di Filoponìa.
Essa, infatti, nasce positiva, non oppositiva a un altro paradigma; e nasce sogno di una nuova umanità improntata al bene, l’eumanità, per divenire modello che faccia un passo indietro rispetto alle divisioni politiche o religiose o di qualsiasi altro tipo: in gioco, infatti, non vi è una vittoria bensì la sopravvivenza in un globo terrestre ospitale e magnifico, quale lo conosciamo.
Continuando a citare direttamente il testo, seguiamo la sbozzatura della pietra angolare.
la pace è il risultato di ogni singolo conflitto, la pace mondiale e duratura necessita di un nuovo paradigma saldamente costruito sulla pietra angolare della pace
La pace antropologica
D’altronde, modificare alle radici le relazioni sociali è fondamentale per un cambio paradigmatico. L’umanità, infatti, s’è costruita un canale che ne ha deviato il corso: la scarsità, che si fa reale nell’accumulazione come strumento di potere e che ritroviamo nell’astrazione del rettangolo del PIL; la possiamo descrivere come la famosa torta da dividere: l’oppressivo fardello che ci trasciniamo sin dagli albori delle società sedentarie e strutturate, che ci ha fatti feroci per millenni, che ci ha messi uno contro l’altro e a tutto vantaggio del più forte come del privilegio, sovente ereditario.
Lo spartire la torta diviene così il catalizzatore dell’aggressività, l’istinto personale alla base della guerra, che ne diventa l’espressione sociale (mentre l’autodeterminazione porta alla serenità personale, la cui espressione sociale è la pace). Altrimenti, Filoponìa realizza l’ideale dell’età dell’oro: una torta infinita non più da spartire bensì alla quale attingere e che elimina il limite dall’economia per riconoscerlo e rispettarlo nella reale scarsità delle risorse; ripristinando in tal modo l’alveo naturale delle relazioni umane si porta l’umanità al nuovo fluire dell’autodeterminazione.
La pace culturale
[…] la crestomazia economica che fa di Filoponìa la società che vede alfine convivere serenamente l’uguaglianza, la libertà e l’antropizzazione sostenibile.
È indubbio, allora, che Filoponìa descriva una società serena, migliore dell’attuale e porti vantaggi a tutti: i non privilegiati avranno accesso ai privilegi, che non saranno più tali, bensì la situazione sociale comune a tutta l’umanità grazie all’agiata sufficienza sostenibile; anche i privilegiati trarranno benefici, potendo godere di una società serena, meno combattuta e astiosa […] Soprattutto, Filoponìa è una società inclusiva, anche degli artefici del disastro, ambientale e sociale, al quale assistiamo.
La pace economica
Sebbene, in senso stretto elaborando un modello, il tema esuli da quello di Filoponìa, in senso lato proponendo una nuova società, data la sua cruenta e in feroce aumento attualità, è quasi conseguente e, soprattutto, necessario un accenno alla guerra e al connesso sistema economico. Filoponìa, in quanto modello, ha il compito di creare condizioni, all’interno delle quali collettività e singolarità troveranno le proprie strade; quasi sempre coerenti con il modello e, dunque, a favore della collettività, talora provando a forzarlo per imporre il proprio interesse.
Autodeterminazione, soprattutto quella in ambito economico, responsabilizzazione e impegno personali, che si tramutano in rimunerazione della filoponìa, assetto proprietario delle imprese, che comporta per l’imprenditore il metterci la faccia, spiccato ruolo sociale delle imprese, peraltro condiviso con i lavoratori, democrazia partecipativa delle GTS, che affidando al popolo un ruolo attivo mitiga lo strapotere, sovente occulto, dell’élite e dei suoi interessi, certamente sono nuove basi che vanno nella direzione opposta all’attuale.
È anche vero che vi siano pure motivazioni non economiche, sebbene minori, e che la guerra sia la cifra distintiva dell’uomo; almeno da quando egli si fece società all’interno del paradigma dell’accumulazione.
Filoponìa non è in grado di proibire la guerra, azione normativa che l’umanità ha sempre compiuto e sempre disatteso; è di un cambio profondo nelle coscienze nelle azioni e nelle relazioni sociali che si necessita; ed è ciò che i fondamenti filoponici favoriscono.
Con un’umanità vissuta da sempre nella guerra, sarà sufficiente per una pace universale? Filoponìa s’esime dall’azzardare previsioni; tuttavia, già il solo creare un contesto di condizioni differenti, opposte alle attuali, è un primo passo verso un così alto e nobile obiettivo.
La pace programmatica
[…] l’intera Filoponìa, e in particolare i capitoli Fare impresa e Spezzare le catene, accorda garanzie a entrambi i poli del dualismo (e offre, nel contempo, a quell’1%, oggi correttamente al centro delle critiche, il mantenimento della ricchezza, pur adattandola alle nuove regole, e la sacralità del perdono1)
[1] Per poter essere profondamente a sé stante la nuova società deve nascere senza il peccato originale che rivalse, vendette e ritorsioni costituirebbero
La pace sociale
Il contesto filoponico, così altro e distante da quello in cui viviamo dalla nascita dell’era industriale, vedrà la presenza della lotta di classe? Sì, la lotta di classe è sempre più utile, necessaria, urgente; e questo vale nell’attuale società e per la militanza in essa. Tuttavia, nella proposizione di una nuova società la lotta di classe andrà modificandosi; non perché sia superata, inutile, o addirittura dannosa bensì perché il suo obiettivo profondo, l’uguaglianza, diviene il pilastro, le fondamenta della società filoponica; megalitiche fondamenta composte anche dall’antropizzazione sostenibile, dalla democrazia partecipativa e da un fare impresa, infine scrollatosi di dosso l’interpretazione capitalistica, che diviene un’attività umana a pari dignità con altre, quali l’amore, la pittura, la contemplazione.
In riferimento al tema del capitolo, l’uguaglianza deve essere il punto di partenza di una società migliore; non deve esserne il fine, come invece viene prospettata oggi e per quanto corretta e coinvolgente possa essere stata e tuttora sia quest’idea di uguaglianza. Accogliendo, infatti, la nozione di fraternità - dataci da Papa Francesco in occasione della sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali del 24 aprile 2017: Infatti, mentre la solidarietà è il principio di pianificazione sociale che permette ai diseguali di diventare eguali, la fraternità è quello che consente agli eguali di essere persone diverse -, queste pagine descrivono una società di uguali ma diversi; ovvero che sia costruita su solide condizioni di uguaglianza in partenza e di libertà nel rispettare il percorso e l’identità di ciascheduno.
La pace storica
Detto ciò, Filoponìa punta, e lo dichiara fin dalle prime pagine, a una conflittualità che sia acceso dibattito e non scontro armato; ma pur sempre conflittualità, intesa come confronto fra differenti idee e non più scaturita, quindi, dalla prevaricazione. Non solo, all’interno del dualismo il reciproco conflitto comprende anche rivoluzione e repressione; Filoponìa, per contro, puntando sociologicamente sul concetto di fraternità, propone la deliberazione sociale come strumento per realizzare i suoi ideali, pur conscia di quanto possa essere conflittuale, anche in termini di lotta di classe, il percorso che potrà portare alla deliberazione sociale: Filoponìa, infatti, rivolgendosi a essa per affermarsi non va ricercando il sangue e l’eroismo della Rivoluzione bensì il buonsenso della cittadinanza per l’impegno nell’evoluzione.
La pace universale
Riguardo, infine, alle nazioni, l’autodeterminazione ha come conseguenza la dedenarizzazione, data dall’insussistenza delle riserve valutarie (come anche auree o di altra natura), e, quindi, l’internazionalizzazione sostenibile fra Stati a pari dignità e senza sottomissioni di uno all’altro, e questo perché le emancipa dall’economia, e dai suoi vincoli finanziari, nonché dalla parte di geopolitica a lei correlata, liberando la politica da un fardello nefasto che l’ha finora accompagnata; e, volendolo – ed è, a nostro avviso, necessario volerlo -, permettendo anche un nuovo status giuridico da Bene Comune collettivo per le risorse naturali.