La stultitia come posizione
Varanini propone che la stultitia sia la bussola della Nave. Non ottusità, non immobilità — ma fermezza. La tranquillità di chi non si lascia sedurre dalle vanità del mondo, dalla logica del progresso e del potere. Lo stultus è libero dal pubblico consenso, dai canoni vigenti, dal giudizio delle istituzioni. Segue la propria strada. Anzi la apre.
È una posizione etica prima che intellettuale.
Lo strumento e la fermezza
Io lavoro con l'intelligenza artificiale. Ne faccio oggetto di consulenza, di formazione, di riflessione, di creatività. La uso come strumento di ricerca, di esplorazione, di brainstorming. L'ho usata anche per preparare questa risposta — come io stesso e altri, in altri tempi, avremmo usato una biblioteca, un dizionario etimologico, un collega colto disponibile alle undici di mattina.
L'intelligenza artificiale è esattamente il simbolo più potente di quella logica da cui lo stultus dovrebbe essere impermeabile: progresso, accelerazione, promesse esorbitanti, accumulazione. È il totem del nostro tempo. Come si tiene insieme la stultitia con l'uso di uno strumento che incarna tutto questo?
Io non so come risolvere la mia contraddizione. Cerco di abitarla il meglio possibile.
Credo che lo stultus che usa l'AI (come io faccio) non sia chi si fa sedurre dallo strumento — chi gli delega il pensiero, chi accetta acriticamente ciò che produce, chi lo usa per sembrare più di quello che è. Ma sia chi mantiene la fermezza dentro lo strumento. Chi fa le domande scomode. Chi verifica. Chi sa che lo strumento amplifica, non sostituisce. Che l'output è sempre materia grezza, non pensiero compiuto. Che la responsabilità di ciò che si scrive rimane interamente propria.
Questo articolo è mio. È il risultato di un processo che parte da una lettura, passa attraverso una ricerca, e arriva a una posizione. Gli strumenti che ho usato sono i miei strumenti. Anche se uno di essi, era la mia "esomente", l'AI.
La trasparenza come atto di stultitia
Il canone implicito degli ambienti intellettuali è ancora quello dell'autore puro — chi scrive di proprio pugno, senza ausili, senza mediazioni. Dichiarare di usare l'AI significa esporsi. La pressione verso la dissimulazione è reale, comprensibile, e non riguarda la malafede di nessuno: riguarda la forza del canone.
Usare l'Ai per ragionare e scrivere significa anche abituarsi a riconoscerla, l'AI. E qui, nei 1800 articoli della Nave, ne riconosco parecchia. Spesso non dichiarata. Non è un'accusa, figuriamoci, è una constatazione.
Credo che questa dissimulazione sia esattamente il contrario della stultitia. Sia proteggere la propria reputazione. Sia seguire il canone vigente. Preoccuparsi del pubblico consenso. Tutto ciò da cui Varanini dice che lo stultus dovrebbe essere libero.
Dichiarare il proprio metodo — anche quando è scomodo, anche quando si presta a malintesi — è il gesto più coerente con lo spirito della Nave. Non ingenuità. Non esibizionismo. Coerenza.
Il gesto che non cambia
Il bisogno di cercare dopo aver letto non è nuovo. È il gesto fondamentale di chi studia, di chi riflette, di chi vuole rispondere con serietà invece di reagire a braccio. Cambia lo strumento. Prima la biblioteca, le edizioni critiche, le note a piè di pagina. Poi la rete. Oggi principalmente la conversazione con l'AI — e poi la verifica, l'approfondimento, la correzione.
Se questo cambia qualcosa di strutturale nella qualità del pensiero, onestamente non lo so. E trovo più onesto ammetterlo che affermarlo o negarlo con sicurezza. La stultitia, dopotutto, include anche questo: la tranquillità di chi non ha bisogno di sembrare più certo di quanto sia.
Sono orgogliosamente sulla Nave. Con la mia matita — anche quando è un cursore.
Come scrivo i miei articoli. Parto da un’intuizione, un’irritazione, una domanda che non mi lascia in pace. La sviluppo in un dialogo con diversi modelli di intelligenza artificiale — non come strumenti a cui dare comandi, ma come interlocutori con cui ragionare. Chiedo, contesto, rilancio. Butto via molto. Faccio riscrivere. Cambio modello per cambiare prospettiva. Il testo che leggete è il risultato di questo processo: le idee sono mie, la responsabilità è mia, ma il percorso che le ha portate qui è passato attraverso conversazioni con macchine che mi hanno costretto a pensare meglio — o almeno diversamente. Chi predica trasparenza sull’uso dell’AI deve praticarla. Questo è il mio modo.