Antonio Gramsci è stato utilizzato dalla destra statunitense ed europea con una sistematicità spesso maggiore di quella dimostrata dalla sinistra che ne rivendica l’eredità. Questa appropriazione non è però una ricezione autentica, bensì una lettura selettiva e dimezzata. La destra conserva i concetti di egemonia, guerra di posizione e senso comune, ma ne cancella il fondamento nelle relazioni antagonistiche di classe. L’egemonia viene così ridotta a tecnica neutra di conquista culturale; la guerra di posizione diventa una culture war; il senso comune non è più il terreno da trasformare criticamente, ma il materiale emotivo da cristallizzare e mobilitare.
La genealogia di questo gramscismo di destra attraversa momenti e figure diverse: Alain de Benoist e il GRECE, che già tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta formulano esplicitamente l’idea di un “gramscismo di destra”; Sam Francis, che negli Stati Uniti traduce quella intuizione nel lessico paleoconservatore; Andrew Breitbart, la cui formula secondo cui “la politica viene dopo la cultura” condensa in forma pop una versione depoliticizzata dell’egemonia; fino ai protagonisti più recenti della destra trumpiana. In tutti questi casi Gramsci è usato contro Gramsci: se ne trattiene la lezione sulla centralità della cultura, ma si elimina la domanda decisiva su chi eserciti l’egemonia, per quali interessi materiali e contro quali rapporti sociali.
Il senso comune, per Gramsci, non è una sapienza spontanea da venerare, né una forma naturale della coscienza popolare. È un composto storico, stratificato e contraddittorio: contiene residui di filosofie passate, abitudini pratiche, credenze religiose, superstizioni, frammenti di scienza, pregiudizi, esperienze sociali sedimentate. Proprio perché storico, esso è trasformabile; ma proprio perché stratificato, può anche irrigidirsi in folklore della filosofia. Il buon senso è invece il nucleo razionale presente dentro il senso comune, spesso nascosto e represso dalle sue incrostazioni. La filosofia della prassi non deve quindi limitarsi a parlare come il popolo, né celebrare il senso comune così com’è: deve sviluppare il buon senso, renderlo cosciente, organizzarlo politicamente.
Il trumpismo mobilita risentimenti, paure, frustrazioni e percezioni di ingiustizia, ma li orienta verso bersagli sostitutivi: migranti, minoranze, femminismo, burocrazie, esperti, università. In questo movimento impedisce che il malessere sociale si converta in critica dei rapporti di produzione e delle disuguaglianze materiali. La “deep story” descritta da Arlie Hochschild, cioè la sensazione di essere in fila per il sogno americano mentre altri passano avanti con l’aiuto dello Stato, funziona come forma emotiva di senso comune: non si confuta semplicemente con dati, perché non nasce come argomento fattuale, ma come struttura simbolica dell’esperienza.
Le narrazioni politiche producono effetti reali quando riescono a orientare aspettative, comportamenti e decisioni collettive. Il concetto di iperstizione conserva un’utilità analitica se liberato dalle sue pretese ontologiche più radicali: non perché la fiction modifichi magicamente il reale o retroagisca sul tempo, ma perché può ridefinire il campo del possibile dentro il senso comune. L’autopresentazione di Trump come vincitore inevitabile, ad esempio, ha contribuito a condensare aspettative e identificazioni prima ancora che esse si traducessero politicamente. Ciò che l’iperstizione modifica non è la struttura ontologica del reale, ma la percezione collettiva di ciò che appare possibile, desiderabile o ormai inevitabile.
Debord consente di materializzare questa intuizione. Le idee non sono pure illusioni: sono rappresentazioni distorte della realtà che producono effetti reali dentro un determinato modo di produzione. Lo spettacolo non è una semplice falsificazione mediatica, ma la forma sociale in cui il capitalismo organizza la percezione, il desiderio, il tempo e la relazione fra gli individui. Il terreno della cultura resta reale, ma non autonomo: è intrecciato ai rapporti sociali che lo producono.
Il détournement, cioè il riuso sovversivo di immagini, slogan, forme linguistiche e simboli della cultura dominante, opera come tecnica di rottura del senso comune. Non si limita a opporre un contenuto vero a un contenuto falso; mostra che ciò che appare naturale è costruito, contingente, reversibile. Nello spettacolo disaggregato contemporaneo, fatto di bolle narrative, comunità digitali, sottoculture e ambienti semiotici parziali, non basta produrre un contro-discorso unitario. Occorre intervenire dall’interno delle singole bolle, conoscendone linguaggi, affetti, rituali e codici ironici.
L’Intelligenza Artificiale generativa introduce qui una contraddizione decisiva. Da un lato rappresenta una nuova forma di espropriazione del general intellect: il sapere sociale collettivo, fatto di testi, immagini, linguaggi, capacità di sintesi e conoscenze diffuse, viene incorporato in infrastrutture proprietarie controllate da oligarchie tecno-capitalistiche. Dall’altro lato, lo stesso processo che concentra il sapere collettivo abbassa drasticamente il costo di produzione di artefatti culturali. Testi, immagini, video, animazioni, varianti stilistiche e registri comunicativi diversi possono essere prodotti con una rapidità e una scala prima impensabili per soggetti politici privi di grandi apparati editoriali.
Il détournement algoritmico consiste nell’usare questa contraddizione in modo tattico. Non significa produrre propaganda generica con strumenti automatici, né delegare al modello la costruzione della linea politica. Significa generare varianti situate di una stessa operazione critica: la rivelazione di una contraddizione interna al senso comune dominante. La stessa frattura può essere resa in forma memetica, ironica, narrativa, audiovisiva, didascalica, perturbante, affettiva; può parlare il linguaggio di comunità diverse; può circolare in formati differenti; può adattarsi alla rapidità con cui le piattaforme selezionano e premiano i contenuti.
Questa possibilità tecnica resta insufficiente senza organizzazione. L’IA può moltiplicare la produzione culturale, ma non decide quali contraddizioni vadano colpite, quali comunità vadano attraversate, quale lessico sia efficace, quale rapporto vi sia tra un contenuto e un processo organizzativo. Queste scelte richiedono intellettuali organici: soggetti capaci di connettere teoria politica, conoscenza delle subculture digitali, sensibilità culturale e competenza produttiva. Senza questo radicamento, l’IA produce rumore; con esso, può diventare un moltiplicatore della guerra di posizione.
La destra ha compreso da tempo che il meme non è una battuta, ma una forma compressa di senso comune; che la ripetizione di un frame produce familiarità; che lo sberleffo può distruggere il prestigio delle istituzioni culturali avversarie; che la cultura popolare è un terreno di formazione dell’identità politica. La sinistra, salvo eccezioni, tende invece a riprodurre nei media digitali le forme del discorso lungo, argomentativo, moralistico o accademico. Il problema non è abbandonare la complessità, ma tradurla in forme efficaci senza svuotarla.
Una diversa egemonia richiede il passaggio integrale dal senso comune al buon senso, dal buon senso all’organizzazione, dall’organizzazione alla trasformazione dei rapporti sociali. La destra può dimezzare Gramsci perché le serve soltanto la tecnica dell’egemonia, non il suo contenuto di classe. La sinistra non può permettersi lo stesso dimezzamento. Il détournement algoritmico e l’IA generativa possono aprire possibilità nuove sul piano della produzione culturale, ma non sostituiscono il lavoro politico. Senza organizzazione, ogni intervento resta agitazione volatile; con l’organizzazione, può diventare un momento della guerra di posizione.