Go down

“Entrarono nella camera, si spogliarono e quel che era scritto cha sarebbe accaduto, infine accadde, e un’altra volta, e un’altra ancora. Lui si addormentò, lei no. Allora lei, la morte, si alzò, aprì la borsetta che aveva lasciato in salotto e prese la lettera coloro viola. Si guardò intorno come se stesse cercando un posto dove lasciarla […] non lo fece. Andò in cucina, accese un fiammifero, un umile fiammifero, lei che avrebbe potuto distruggere il foglio di carta con lo sguardo, ridurlo a una polvere impalpabile […] invece era il fiammifero di tutti i giorni che faceva bruciare la lettera della morte, quella lettera che solo la morte poteva distruggere. Non rimasero neanche le ceneri. La morte tornò a letto, si abbracciò all’uomo e, senza ben capire quel che le stava succedendo, lei, che non dormiva mai, sentì che il sonno le faceva calare dolcemente le palpebre. Il giorno dopo non morì nessuno”.


Oggi è il giorno in cui il pupazzo di neve che si scioglie è un uomo vero.” - - jisei no ku di Fusen deceduto nel 1777 all’età di cinquantasette anni

Come goccia di rugiada su una foglia di loto io svanisco.” - - jisei no ku di Senryū (1827)

Unfortunately, not all can be permitted to possess immortality. Too many would make immortality miserable or hellish for the rest, and they would try to control others through their control of the resurrection machinery. “ - —  Philip José Farmer

“Chi non riesce più a provare stupore e meraviglia è già come morto e i suoi occhi sono incapaci di vedere” - - Einstein

Io sono vivo! Io sono vivo! Io sono vivo! E voi? Voi siete tutti morti…”. - Giuseppe Montesano, Tre modi per non morire


Alla vecchiaia, la Terza età (La vieillesse) di Simone de Beauvoir, l’inverno dell’esistenza umana secondo Ippocrate, nel Nostroverso bisogna dare il benvenuto, provando a trarre vantaggio dalla saggezza, dalla tranquillità e serenità di cui dovrebbe essersi alimentata, resistendo alla debolezza, alla cattiva salute e al decadimento della mente, nella convinzione che la morte è un processo lento che parte da lontano, si prepara per tempo (“vivere non è altro che ascoltarsi morire” – Seneca).

Come ha scritto Marc Augé “L’età avanza ed è meglio accoglierla bene, considerato che l’animale è permaloso e potrebbe essere tentato di farla pagare cara a chi, con il suo silenzio, facesse finta di non riconoscerlo. […] Alla vecchiaia va dato il benvenuto, bisogna inchinarsi al suo orgoglio e impunemente enumerare i doni che estrarrà generosamente dal suo sacco[1]”.

La benevolenza necessaria può convivere con la volontà di vivere a lungo, di essere ancora in vita mentre altri sono già morti, sapendo che la morte, mai certa e sempre senza orari precisi, continuerà nella sua opera silenziosa di lavorarsi la mente, spingendola a interrogarsi continuamente, sull’esistenza, sulla vita, sulla realtà e sul mondo. Che poi è un modo per continuare a sentirsi vivi!

L’accoglienza deve essere contestualizzata nei tanti mondi paralleli dalle vite allungate, virtuali e digitali che abitiamo. Senza farsi illusioni eccessive sui progressi della medicina rigenerativa o della tecnologia che promette l’upload della mente in corpi di metallo, di plastica o di ferro, come quelli di Utron o Red Tornado, o di ibernare da fresco (suicidio assistito) il cervello per risvegli futuri non garantiti, dentro mondi fantascientifici transumani, dominati dalla singolarità delle macchine e dalla loro intelligenza artificiale.

Meglio sarebbe ascoltare il filosofo Jean-Luc Nancy che sulla morte ha scritto “non ricordatemi, portatemi con voi continuando a farmi esistere”. L’upload non creerebbe altro che una simulazione computazionale senza coscienza, “una rappresentazione dinamica di ciò che succede in un cervello, senza che ne vengano riprodotte le proprietà intrinseche[2]”.

In un’Italia piena di vecchi, siamo tutti a corto di tempo, lo sono anche moltitudini di persone che online credono di non avere tempo a sufficienza per rallentare il loro pensiero, ormai governato da battiti binari, provando ad ascoltare, a sentire, a dare un senso alle cose, a rallentare il respiro prima della corsa, a sedersi insieme ad altri per dialogare, argomentare, scontrarsi e arricchirsi l’un l’altro. Un po’ quello che facevano i “vecchietti” di una volta giocando a briscola o a scopa chiamata.

Un argomento di discussione utile potrebbe essere quello suggerito da Pascal Chabot nel suo libro Avere Tempo: il tempo che ormai manca al nostro pianeta e alla nostra specie umana sulla Terra per porre rimedio ai disastri compiuti nella nostra bulimica fame di dominare la natura, la vita sul pianeta e il tempo. A non avere più tempo a disposizione è il mondo, noi siamo pieni di tempo, lo usiamo male, lo regaliamo a Facebook, a Twitter e a Tik Tok, ma potremmo usarlo molto meglio, regalarlo generosamente agli altri, soprattutto a noi stessi, perché vivere in fondo “non è altro che avere tempo”, facendolo durare a lungo, perché “[…] il budget di giorni a disposizione di ogni persona non è espandibile, soprattutto perché è impossibile sapere in anticipo quanto durerà[3]”.

Presa coscienza che il tempo non è il fiume nel quale navighiamo, ma che noi siamo fiume (RiverWorld), possiamo fare pace con il nostro continuo divenire, dentro un processo di cui siamo, nel nostro essere unici e irriducibili gli uni agli altri, testimoni e protagonisti al tempo stesso.

Diventati umani sincronici, viviamo ormai unicamente nel presente, dimentichiamo il passato e le esperienze che vi abbiamo fatto, facciamo finta che il futuro non arrivi mai, continuiamo però a investire e a credere a una immortalità digitale che ci permetterà di sopravvivere alla nostra esistenza terrena, fuori dal Nostroverso e dentro paradisiaci metaversi futuri.

Nel frattempo, stiamo tutti biologicamente invecchiando, anche dentro i mondi digitali di Internet nei quali ci rappresentiamo con doppi digitali senza rughe e con capelli non ancora bianchi o radi. Focalizzati sul presente ci sfugge che, come ha scritto Marc Augè, “il tempo è una libertà e l’età un vincolo”.

La furia tecnologica del presentismo corrente ci illude di disporre di libertà senza tempo, intanto la nostra età ci perimetra tutti, ci prepara a una scadenza inevitabile anche se cerchiamo in ogni modo di differirla, ci obbliga a “una successione continua di togliere”. Certi che la vecchiaia non esista, basta sentirsi giovani, nonostante i malanni e le infermità.

Dopo aver spento lo smartphone e usciti dallo schermo, il rischio è di accorgersi che il trasloco verso un altro mondo è già avvenuto.

Come ha scritto Remo Bodei “Tendiamo spesso a dimenticare che siamo ospiti della vita. Nasciamo senza volerlo e saperlo in un determinato tempo e luogo e, senza volerlo e saperlo, il corpo che abbiamo ricevuto in eredità biologica dispiega spontaneamente i suoi mirabili e, talvolta, terribili processi. […] Tutto questo avviene in maniera indipendente dalla nostra volontà, dalla nostra coscienza e dalla nostra memoria, così come involontaria, inconscia e immemore è stata la nostra nascita[4]”.

Smemorati come siamo, ci siamo immersi nel tempo presente, abbiamo abbandonata la buona pratica di apprendere risalendo il corso del tempo a ritroso, attraverso la memoria. In affanno e privi di consapevolezza, ci siamo buttati mani e piedi dentro una contemporaneità fatta di illusori specchi tecnologici, nei quali amiamo rifletterci per poi amaramente scoprire che quello che vediamo non ci basta.

Lo specchio, oggi anche quello mobile di uno smartphone, genera scontento, comunica ansia, toglie momenti di felicità, rende difficile da accettare un corpo, immortalato da selfie nella speranza subconscia di farlo sopravvivere, che ha bisogno di continui ritocchi e modifiche da Photoshop per farlo.

Quando si è vecchi e non si ama il rispecchiarsi dentro uno schermo o farsi dei selfie, cresce il rischio isolamento, soprattutto se, in mancanza di vita sociale e relazionale, ci si è rinchiusi nelle dorate prigioni digitali. Ma ci sono anche altre forme di prigionie volontarie.  

In una società nipponica vecchia quanto la nostra, la solitudine tra le persone anziane è così diffusa da spingere un numero crescente di esse, in particolare donne, a compiere dei crimini in modo da essere imprigionate e trascorrere così, senza problemi economici, gli ultimi anni della loro vita.

Una forma di prigione è anche la sedazione del corpo sofferente o morente, per avviarlo verso la morte nell’incoscienza. Due esempi di una degenerazione su cui riflettere quando si analizzano le tecnologie digitali, le loro promesse illusorie di immortalità e i loro effetti. Sedazione e incoscienza potrebbero infatti essere variabili associabili anche alla vita onlife.

Lo schermo a cui continuiamo a essere collegati non è uno specchio strumento di (auto)consapevolezza, autoironia e autocoscienza, ci aiuta nel nostro ritenerci ancora giovani, nasconde agli altri il nostro invecchiare, continua a permetterci di raccontare noi stessi con le parole, anche se a volte il riflesso suggerisce di evitare(si) qualsiasi commento, soddisfa il nostro desiderio o la nostra capacità di continuare a sentirsi giovani dentro.

Lo schermo è un filtro perfetto ma anche una soglia, è acceso e luminescente per chi lo guarda e lo usa, opaco per chi non ha immagini, selfie o fotografie degli interlocutori con cui comunica attraverso di esso. Dei quali potrebbe anche ignorare se siano (ancora) vivi o morti[5]! Esattamente quello che succede a chi visita il media sociale MyDeathSpace[6], versione tanatologica di MySpace, o il social network Eter9[7], una piattaforma creata da un programmatore portoghese e pensata per ospitare contributi post-mortem, sfruttando le informazioni disponibili in Rete delle attività pre-mortem. Con il risultato di non poter distinguere tra profili vivi, di persone ancora in vita, e profili fantasma, ormai incapaci di infestare alcun luogo, di persone passate a migliore o altra vita.

Rispetto a epoche storiche passate, l’invecchiamento avviene oggi dentro una retorica narrativa che celebra il progresso come fonte di trascendenza, il successo sbalorditivo delle nuove tecnologie e le loro applicazioni, l’avvicinarsi virtuale (in potenza) di una immortalità reale (al momento insuperabile visto dove sono state tumulate le spoglie di un personaggio che in Italia all’immortalità sembrava credere veramente), senza più incombenze lavorative, delegate alle macchine, nella piena mindfulness (diversa dalla consapevolezza), wellness e felicità personali.

Lo storytelling non riesce però a offuscare una realtà fatta di diffusa scontentezza, molte infelicità, tanta precarietà e povertà, così come di una consapevolezza crescente che il genere umano sia prossimo alla sua estinzione[8].

Aderendo a questa percezione della realtà piuttosto che a quella celebrativa, prepararsi a invecchiare significa trovare gli antidoti giusti per combattere il pessimismo, per contrastare l’analfabetismo emotivo e il collasso cognitivo che si va diffondendo, interessando soprattutto le nuove generazioni, contagiate dalle piattaforme digitali che frequentano e già invecchiate precocemente, anche nel loro affidarsi alle immortalità digitali a cui regalano il loro tempo.

Di declassamento cognitivo parla anche Bernard Stiegler nel definire la nostra era come caratterizzata da una stupidità simbolica crescente, determinata dalla difficoltà a ritenere nella propria memoria le osservazioni e le conoscenze utili all’interazione con la realtà. Il ricorso continuo alle informazioni esternalizzate nel cloud dei Big Data porta a un’automatizzazione della comprensione, una forma di Alzheimer causata dal veleno farmacologico digitale che rischia di accomunare generazioni di anziani, di adulti e di giovani in un invecchiamento anticipato che suggerisce fin d’ora la ricerca di nuove cure.

Più che ricorrere a cure farmacologiche può tornare utile ricorrere agli antidoti proposti da Giuseppe Montesano, nel suo libro Tre modi per non morire, identificati nell’esperienza sensoriale della bellezza, nella frequentazione di opere letterarie, del teatro, “facendone occasione di incontro con gli amici [in carne ed ossa], per condividere di nuovo ciò per cui vale davvero vivere: poesia, emozione e verità[9].  

Antidoti e percorsi utili a invecchiare sono contenuti anche nel libro di Milan Kundera, L’immortalità. Il testo è labirintico come lo è la mente umana, racconta personaggi storici enigmatici e seducenti di cui sono svelati sentimenti e ideali, certezze e ansie esistenziali, desideri e delusioni. Tutti consapevoli della certezza della morte, inutilmente impegnati nel costruire la propria immortalità, intesa come desiderio di dare un senso alla vita vissuta e a rimanere vivi nei ricordi delle persone per l’eternità. Su tutto gioca un ruolo chiave la capacità tipicamente umana dell’immaginazione, legata alla nostra creatività e capacità di elaborare pensiero, alle nostre relazioni, oggi anche digitali. L’immortalità è una grande invenzione umana, il gioco in cui siamo sempre inconsciamente coinvolti, nel tentativo vano di determinare un’apparente eternità e andare oltre la vita.

L’apparenza perseguita racconta l’ipertrofia dell’anima, descrive bene quanto la pretesa di essere immortali sia ridicola. Lo è per i protagonisti, usati come io immaginari chiamati personaggi, del libro di Kundera, lo è per Napoleone, Goethe, Bettina Brentano, ecc., così come lo è per chi paga oggi cifre astronomiche affidandosi alle cure conservanti criogeniche nella speranza di risvegliarsi su Marte o aderisce a piattaforme social per rimanere digitalmente vivi.

Dimenticandosi che ogni cosa nella vita è effimera[10], avviene una volta sola e non si ripeterà mai più, che l’essere mortali è una esperienza umana fondamentale e imprescindibile (‘A livella[11] di Totò). Il sé è destinato a morire, ci si può accontentare dell’immortalità della sua immagine. Essere indifferenti alla nostra immagine, in una realtà dominata dai selfie e da avatar renderizzati, è impossibile, almeno fino alla morte. Meglio in ogni caso coltivare la consapevolezza che ogni persona dotata di un corpo sia destinata a morire. Meglio non rimuovere sofferenze, malattie e morte, meglio superare il pudore personale e trovare il coraggio di parlarne, consapevoli che parlare della morte non la si anticipa e neppure si muore.

Le numerose rivoluzioni tecno-scientifiche che hanno costellato il Novecento allungando la durata media della vita, hanno contribuito ulteriormente alla secolarizzazione e alla rimozione culturale e sociale della morte, determinata anche da altri fattori.

Oggi i demiurghi della Silicon Valley ci vogliono convincere di un’esistenza liberata dai suoi vincoli mortali e naturali, alla condizione che si sia felicemente disposti ad abbandonare il nostro corpo carnale, per accettarne uno fatto di puro silicio e terre rare.  

L’accettazione di un’esistenza disincarnata online passa attraverso l’idea di un organismo umano incarnato fatto di molteplici organi e delle loro specifiche funzioni che, qualora smettessero di funzionare o manifestassero dei malfunzionamenti, potrebbero essere sostituiti. I pazienti in ospedale non sono più persone ma unità integrate di dati, un insieme di organi a cui applicare protocolli medici, dentro procedure medicalizzate (Davide Sisto parla di “meccanizzazione delle patologie”) e modelli predefiniti finalizzati a rimuovere la morte come destinazione finale inevitabile, a rendere complicato il saperci convivere, preparandosi all’evento e accettando la vulnerabilità esistenziale che ci caratterizza come umani.

Vita e morte sono strettamente legate, “l’una non può essere definita senza il riferimento all’altra[12]”. Inutile alimentare lo scontento, cullarsi nella nostalgia, abbandonarsi fatalisticamente al tempo che passa. Meglio vivere la pienezza del presente praticando il riconoscimento per avere vissuto fin qui, provare a trasformare la disperazione sempre emergente, l’insoddisfazione e l’impazienza in azione, continuando a cambiare le cose che ci si sente in grado di cambiare. Al tempo stesso ci si può abbandonare alla fantasia e alla conoscenza, alla letteratura e alla poesia, tenere allenato il corpo e la mente, abitare pluriversi con una predilezione per il Nostroverso, continuare a elaborare pensieri e progetti, rimandando il tempo nel quale dovremo tutti tirare delle somme, chiudere un bilancio.

Su tutto si deve contrastare e resistere a ogni tentativo di uniformare pensieri e comportamenti, narrazioni e stili di vita, obiettivo perseguito con furbizia e determinazione dal potere tecnocratico attuale che mira, attraverso le sue piattaforme e tecnologie, a eliminare varietà e differenze culturali, mortificando nel farlo libertà e democrazia, dignità individuali, privacy e pensieri critici e non omologati.

In questa battaglia io mi sono iscritto da sempre.

Il mio libro in difesa del Nostroverso ne è un’altra testimonianza, un modo per continuare una riflessione critica che nasce dall’inquietudine e dal non essere mai contento, persino dall’essere arrabbiato nell’assistere da troppo tempo al decadimento culturale, sociale e politico dell’Italia e dell’Occidente in generale. Certo di non continuare a vivere in metaversi presenti e futuri, sereno nell’affrontare il passare del tempo che porta alla vecchiaia e alla morte, così distaccato dalle cose da trarre da questo distacco forza ed energie per continuare a illudermi di poterle cambiare.

Avvicinandomi all’età in cui può succedere che un extra-comunitario sul metro di Milano si alzi per cedermi il posto, pur pensando come Marc Augé che la vecchiaia non esiste, se non nella percezione di altri che godono a definirci vecchi secondo i luoghi comuni prevalenti, a me piace immaginare, quando la morte passerà a trovarmi, di poter rinascere sulla riva di un grande fiume come quello di RiverWorld.

Il fiume protagonista della saga fantascientifica[13] in cinque volumi di Philip J. Farmer nella quale l’autore racconta la storia di un gigantesco pianeta collocato in un punto ignoto dello spazio sul quale, grazie all’intervento di una superciviltà avanzatissima, scientificamente e parimenti progredita sul piano tecnologico e governata dai misteriosi Etici, tutti gli umani vissuti tra il 99000 A.C e il 1983 (data che correggerei all’oggi), con l’esclusione dei minori di cinque anni, si risvegliano lungo le rive di un sinuoso e lunghissimo (trenta milioni di chilometri) fiume.

Lungo le anse di questo fiume miliardi di umani passano il loro tempo a raccontarsi storie su storie, all’infinito e dentro una storia anch’essa senza fine. In RiverWorld per tutti è possibile fare incontri impossibili, anche dentro Olimpi metaletterari che fanno incontrare Mark Twain, Alice Pleasance e Hargreaves, il suggeritore di Lewis Carrol per il suo capolavoro Alice nel paese delle meraviglie. Si può incontrare Jack London, Ulisse, Wolfgang Amadeus Mozart, Hercule Savinien de Cyrano de Bergerac, Aphra Behn, la prima donna a fare di mestiere la scrittrice sostenendosi con i proventi delle sue opere, il poeta cinese Li Po, il padre del ragtime di S.Louis e molti altri. Tra un letterato e l’altro si possono vivere esperienze storiche con i personaggi storici più o meno ambigui, crudeli o magnanimi come Giovanni d’Inghilterra, il Senzaterra, fratello di Riccardo I d’Inghilterra, il Cuor di Leone, Hermann Göring, il fondatore della Luftwaffe, e il re vichingo Erik il sanguinario. Nella saga non mancano androidi, alieni, robot, viaggi nello spazio e nel tempo, apocalissi, fantasie scientifiche, utopie e antiutopie, universi paralleli, superuomini e soprattutto il grande sogno infuso in tutte le storie e a tutti gli eroi: la ricerca dell’immortalità.

Ciò che più conta nel Mondo del fiume è il poter tornare a morire resuscitando immediatamente in un altro punto del pianeta, riscoprendo ogni volta di essere diventati immortali. Insieme a molti altri, richiamati in vita da alieni che svegliano tutti, applicando al loro polso un braccialetto dotato di un contenitore cilindrico di metallo leggero, che si rivelerà fondamentale per l’alimentazione e la sopravvivenza futura e duratura in uno stesso luogo.

Ai 36 miliardi di risorti, Farmer offre la possibilità di trarre vantaggio di una seconda possibilità, legandola, come fa Burton il protagonista del libro, a un inesauribile desiderio di scoperta, per tentare di dare delle risposte alle domande che l’apparire e il ruolo degli Etici pongono. Spinto dalla curiosità, dalla sete di conoscenza che fa sentire vivi e dalla ricerca, Burton organizzerà un viaggio avventuroso verso le sorgenti del fiume durante il quale userà il suicidio (777 volte) come mezzo di trasporto per risalire il fiume e portare a compimento la sua impresa. Un progetto che vale la pena di essere portato a termine. Mai da solo ma sempre in compagnia di altri, per non sentirsi soli, dentro una solitudine che nel Nostroverso si impone come esperienza personale ma anche nella sua evidenza esteriore. Tanti altri, tutti morti senza rumore, senza podcast celebrativi o coccodrilli vari, ma tutti risorti e sempre disponibili a nuove morti e resurrezioni. Impegnati come avrebbe detto il maestro di spiritualità Franco Battiato “[…] a essere degni di un passaggio […] da una dimensione all’altra, mettendocela tutta, trasformandosi” perché “Noi non siamo mai morti, e non siamo mai nati”.

Usciti vivi dalla pandemia nella quale, come nel romanzo omonimo di Saramago, tutti abbiamo perso la vista, certi di non poter sopravvivere con l’identità del nostro gemello digitale duplicato online, non ci rimane che sperare che, come nel libro dell’autore portoghese, Le intermittenze della morte

 «Il giorno seguente [non muoia] nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti un enorme turbamento, cosa del tutto giustificata, ci basterà ricordare che non si riscontrava notizia nei quaranta volumi della storia universale, sia pur che si trattasse di un solo caso per campione, che fosse mai occorso un fenomeno simile, che trascorresse un giorno intero, con tutte le sue prodighe ventiquattr’ore, fra diurne e notturne, mattutine e vespertine, senza che fosse intervenuto un decesso per malattia, una caduta mortale, un suicidio condotto a buon fine, niente di niente, zero spaccato.»

Una speranza assurda, paradossale, comica e drammatica insieme, surreale. L’assurdità non impedisce di insistere nella speranza che la Morte si prenda una pausa, vada a un concerto o a teatro, dimenticandosi di visitarmi o dopo avermi gentilmente messaggiato che il mio tempo non è ancora terminato. Un messaggio letto con sollievo, subito seguito dall’impedimento a WhatsApp di consegnare ulteriori notifiche e messaggi futuri o, per sicurezza, dalla cancellazione dell’applicazione, come se con questi gesti si potesse rinviare nel tempo decisioni già prese e che aspettano solo di essere comunicate.

Nel caso in cui la Morte decidesse di presentarsi di persona, la speranza assume la forma del finale del libro di Saramago, per inciso il mio autore preferito da sempre, persona conosciuta in carne e ossa durante iniziative politiche da me organizzate in Italia. La Morte di Saramago è umana e quando incontra un violoncellista e lo va a trovare a casa di notte per consegnare la lettera di commiato, finisce per innamorarsene, gli chiede di suonare per lei la suite numero sei di Bach, una suonata molto lunga a indicare di avere tempo, di poter aspettare. L’esecuzione scalda le mani del violoncellista ma anche quelle di Lei, che senza stupore si abbandonano alle sue dichiarando la sua scelta di restare offrendogli le labbra. 

Entrarono nella camera, si spogliarono e quel che era scritto cha sarebbe accaduto, infine accadde, e un’altra volta, e un’altra ancora. Lui si addormentò, lei no. Allora lei, la morte, si alzò, aprì la borsetta che aveva lasciato in salotto e prese la lettera coloro viola. Si guardò intorno come se stesse cercando un posto dove lasciarla […] non lo fece. Andò in cucina, accese un fiammifero, un umile fiammifero, lei che avrebbe potuto distruggere il foglio di carta con lo sguardo, ridurlo a una polvere impalpabile […] invece era il fiammifero di tutti i giorni che faceva bruciare la lettera della morte, quella lettera che solo la morte poteva distruggere. Non rimasero neanche le ceneri. La morte tornò a letto, si abbracciò all’uomo e, senza ben capire quel che le stava succedendo, lei, che non dormiva mai, sentì che il sonno le faceva calare dolcemente le palpebre. Il giorno dopo non morì nessuno[14]”.


Note

[1] Marc Augé, Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste, Cortina Edizione, Milano 2014 Pag. 17

[2] Citazione di Gualtiero Piccinini, ricercatore presso l’Università della Svizzera, tratta da una intervista a Wired, N.104, 2023

[3] Pascal Chabot, Avere Tempo, Treccani, Milano 2023, Pag. 17

[4] Remo Bodei, Immaginare altre vite – Realtà, progetti, desideri – Feltrinelli, Milano 2013, Pag. 9

[5] Secondo numerose proiezioni future, nel giro di pochi decenni il numero di profili Facebook, se mai esisterà ancora come piattaforma, di persone morte supererà quello di quelle ancora in vita.

[6] MyDeathSpace è un social media che raccoglie e archivia le storie di comuni cittadini “passati a miglior vita” provenienti da tutto il mondo. L’approccio è cimiteriale ed enciclopedico insieme.

[7] www.eter9.com

[8] Numerosi sono i libri che ne parlano. Su tutti va citato il testo La sesta estinzione. Una storia innaturale di Elizabeth Kolbert (2015), Edizioni Nei Pozza

[9] Giuseppe Montesano, Tre modi per non morire – Baudelaire, Dante, i Greci, Bompiani, 2023

[10] Milan Kundera: «La vita somiglia a uno schizzo. Ma nemmeno "schizzo" è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro».

[11] "Tu qua' Natale...Pasca e Ppifania!!! - T''o vvuo' mettere 'ncapo...'int'a cervella - che staje malato ancora e' fantasia?... - 'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella….'Nu rre,'nu maggistrato,'nu grand'ommo, - trasenno stu canciello ha fatt'o punto - c'ha perzo tutto,'a vita e pure 'o nomme: tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?... Perciò,stamme a ssenti...nun fa''o restivo, - suppuorteme vicino-che te 'mporta? - Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive: nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"

[12] Davide Sisto, Porcospini digitali, Bollati Boringhieri, Torino 2022, Pag. 102

[13]  Il fiume della vita (To Your Scattered Bodies Go, 1971), Alle sorgenti del fiume (The Fabulous Riverboat, 1971), Il grande disegno (The Dark Design, 1977), Il labirinto magico (The Magic Labyrinth, 1980), Gli Dei del fiume (The Gods of Riverworld), 1983.

[14] José Saramago, Le intermittenze della morte, Einaudi, Torino 2005, ultima pagina

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Pubblicato il 25 febbraio 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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Marc Augé, Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste, Cortina Edizione, Milano 2014 Pag. 17

Citazione di Gualtiero Piccinini, ricercatore presso l’Università della Svizzera, tratta da una intervista a Wired, N.104, 2023

Pascal Chabot, Avere Tempo, Treccani, Milano 2023, Pag. 17

Remo Bodei, Immaginare altre vite – Realtà, progetti, desideri – Feltrinelli, Milano 2013, Pag. 9

Secondo numerose proiezioni future, nel giro di pochi decenni il numero di profili Facebook, se mai esisterà ancora come piattaforma, di persone morte supererà quello di quelle ancora in vita.

MyDeathSpace è un social media che raccoglie e archivia le storie di comuni cittadini “passati a miglior vita” provenienti da tutto il mondo. L’approccio è cimiteriale ed enciclopedico insieme.

Numerosi sono i libri che ne parlano. Su tutti va citato il testo La sesta estinzione. Una storia innaturale di Elizabeth Kolbert (2015), Edizioni Nei Pozza

 Giuseppe Montesano, Tre modi per non morire – Baudelaire, Dante, i Greci, Bompiani, 2023

Milan Kundera: «La vita somiglia a uno schizzo. Ma nemmeno "schizzo" è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro».

 "Tu qua' Natale...Pasca e Ppifania!!! - T''o vvuo' mettere 'ncapo...'int'a cervella - che staje malato ancora e' fantasia?... - 'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella….'Nu rre,'nu maggistrato,'nu grand'ommo, - trasenno stu canciello ha fatt'o punto - c'ha perzo tutto,'a vita e pure 'o nomme: tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?... Perciò,stamme a ssenti...nun fa''o restivo, - suppuorteme vicino-che te 'mporta? - Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive: nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"

Davide Sisto, Porcospini digitali, Bollati Boringhieri, Torino 2022, Pag. 102

Il fiume della vita (To Your Scattered Bodies Go, 1971), Alle sorgenti del fiume (The Fabulous Riverboat, 1971), Il grande disegno (The Dark Design, 1977), Il labirinto magico (The Magic Labyrinth, 1980), Gli Dei del fiume (The Gods of Riverworld), 1983.

José Saramago, Le intermittenze della morte, Einaudi, Torino 2005, ultima pagina