Go down

La microstoria e la dialettologia ci spiegano come una lingua nazionale è un dialetto “che ce l’ha fatta”.

Partendo dall'opera di Carlo Ginzburg, il testo esplora il legame tra microstoria e dialettologia, due discipline che osservano la società dal basso, valorizzando tradizioni locali, idiomi e comunità spesso trascurate dalla grande storia e dalla linguistica ufficiale.


Carlo Ginzburg, di recente scomparso, è una delle figure più note della cosiddetta microstoria, cioè quella disciplina che, a partire dal 1970, non studia la storia solo come collezioni di grandi eventi, di grandi personaggi e di grandi idee che si dipanano nel corso dei secoli. La microstoria studia ciò che una volta si chiamava folklore, cioè quell'insieme di usi e abitudini locali che venivano raccontate con curiosità e spesso con un insopportabile senso di superiorità da parte degli studiosi e delle persone colte. In particolare i microstorici vanno contro la vulgata tradizionale della scuola francese degli Annales, che raccontava di cicli secolari e si basava su grandi masse di dati, usati a fini statistici. Con la microstoria si cambia scala, si guardano i territori con la lente di ingrandimento e ci si focalizza su un villaggio, una valle, su eventi minimi, sulle relazioni e sulla mentalità corrente in quel minuscolo ambito. Così si possono identificare, e trattare, eventi e conoscenze che sfuggono del tutto alla macro storia, il cosiddetto “paradigma indiziario”.

La dialettologia è l’aspetto linguistico della microstoria, anche se è partita ben prima di essa: già nel ‘800 in Francia, Germania e Italia tre precursori (Wenkel, Gilliéron e il nostro Graziadio Isaia Ascoli) capirono e sostennero che le lingue nazionali non sono monoliti, in piccola parte corrotti da usi locali, cioè dai dialetti. Al contrario, una lingua nazionale è un dialetto “che ce l’ha fatta, che ha fatto carriera”, per motivi contingenti, storici o religiosi. La traduzione della Bibbia latina in tedesco, fatta da Lutero negli anni 1521-1531, promosse a lingua franca nazionale il tedesco della cancelleria sassone, arricchito dal vernacolo turingio-sassone medio orientale, come il toscano, grazie a Dante (e a Petrarca e Boccaccio) lo divenne in Italia. L’ebraico biblico non era una lingua parlata, ma la lingua di culto dei redattori della Bibbia ebraica (Tanakh). Gesù parlava una variante dialettale galilea dell’aramaico palestinese, che a sua volta era una variante dialettale dell’aramaico d’impero, imposto cinque secoli prima dai Babilonesi e poi dai Persiani.

I dialetti, con i loro arcaismi e le loro deviazioni fonetiche e morfologiche, sono anche un giacimento archeologico della persistenza delle lingue locali, soppiantate dalla lingua dei conquistatori. Una volta attestata, la lingua franca continua a evolversi, variamente influenzata dai tempi e dai dialetti che continuano a esistere e prosperare. Il nostro G. I. Ascoli ebbe anche nel 1873 una meritoria e vincente polemica con Alessandro Manzoni il quale rivendicava il fiorentino colto come lingua nazionale dell’Italia unita. Le lingue invece, cioè i dialetti, fioriscono o si infiacchiscono in seguito a complessi fenomeni collettivi, che Ascoli e altri grandi seppero individuare.

Microstoria e dialettologia condividono questo aspetto democratico e popolare, e sono validi coprotagonisti di pari rango della storiografia e della linguistica.


Pubblicato il 23 giugno 2026

Federico Carra

Federico Carra / Studioso appassionato di lingue antiche-orientali e testi sacri in lingua originale | Autore del libro “I racconti di Marco, Luca e Matteo” | Avvocato ed ex Direttore Affari Legali in azienda multinazionale

https://www.mesullam.org/