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Siamo ancora vivi? Ma soprattutto ci importa abbastanza per rispondere?


Siamo tutti circondati da Golem, non più di argilla, ma di microchip e componenti digitali, che ci sono sfuggiti di mano e si stanno scatenando per aumentare il loro controllo su di noi, sulla realtà e sul mondo?

Siamo forse entrati nella foschia di un’era nella quale è diventato impossibile distinguere tra un essere animato e uno che non lo è, nella quale il fatto di essere dotati di una propria agentività non garantisce che siamo veramente vivi?

E se le macchine fossero immanentemente, e veramente vive? Dotate di anima, di coscienza e di sentimenti come qualcuno osa scrivere e raccontare?

E se a essere morti fossimo noi umani, visto che stiamo assistendo a “macchine fastidiosamente vivaci e a umani spaventosamente inerti”?

E  che dire se le macchine fossero entità anorganiche brulicanti di agentività inquietanti alle quali ci stiamo silenziosamente ma continuamente assuefacendo rapportandoci alle macchine (IA comprese) come se fossero dei soggetti come noi, seppure non lo siano perché non hanno un’anima e non dispongono di organi?

E se fossimo tutti semplici zombie, dei morti viventi, che hanno perso la capacità perturbante di saper distinguere tra soggetto (umano) e oggetto (macchina)?

E se a forza di pensare che le macchine siano capaci di apprendere e di riflettere e quindi di adattarsi, ci trovassimo nella situazione nella quale siamo tutti, umani e macchine, dei semplici simulacri?

E se fossimo diventati tutti schizofrenici, divisi tra la vita “organica” (con il corpo) e la vita digitale (con corpi amputati, digitalizzati in profili, avatar, ecc. online)? E se non distinguessimo più il Nostroverso dal Metaverso, l’intelligenza umana da quella artificiale?

E cosa potrebbe succedere nel caso in cui la riproduzione organica fosse sostituita da quella delle macchina, realizzata anche con l’aiuto dell’uomo?

Provare a rispondere a queste domande non è esercizio capzioso, inutile. Serve a capire meglio la rivoluzione tecnologica silenziosa che è avvenuta e a scoprire che non esiste alcun momento preciso nel quale la rivoluzione si è realizzata, anche se è impossibile saperlo visto che nessuno lo ha visto arrivare.

Oggi assistiamo a qualcosa che è un capovolgimento sottile che possiamo associare a macchie che agiscono come se volessero qualcosa, e lo volessero mentre noi abbiamo smesso di farlo, abbiamo spento immaginazione e desiderio. Le macchine sono sempre più narrate e forse agiscono come soggetti che cercano, propongono, apprendono, insisitono, argomentano per avere ragione, ricordano, parlano, costruiscono e completano frasi che abbiamo formulato noi, non dormono mai, sono sempre attive, vive.

Avendo delegato tutto alle macchine (IA, piattaforme, Chatbot, APP, algoritmi, ecc.) ci siamo messi in attesa, ci limitiamo a stare in surplace e ad aspettare. Aspettare che ci arrivi una notifica, che qualcosa ci dica cosa guardare, cosa comperare, chi amare, di cosa fidarsi o avere paura, di come essere felici. In una parola abbiamo delegato il desiderio, come se fossimo già morti, come se non volessimo più nulla, incapaci di toccare alcunchè. Assimilabili a un morto che ormai non desidera più, aspetta…

Mentre noi siamo morti, le macchine, al contrario, sono febbrilmente più vive che mai, grazie a noi, anche nelle nostre narrazioni.

Se questa è la realtà cosa possiamo fare per tornare a sentirci vivi?

Le riposte potrebbero essere filosofiche, dotte, ricercate. E se bastasse dire che ci si può sentire vivi accettando l’attrito, i propri limiti, gli errori come quando si sbaglia strada? E se bastasse apprezzare la noia, il dolce far niente, impegnarsi nell’inventare e fare cose inutili? E se si riscoprisse cosa significa essere vivi scoprendosi a piangere per una canzone senza neppure capirne la ragione? E se ci si sentissi vive perché incazzati per la lunga attesa sotto la pioggia di una persona amata che non è mai puntuale?

E la lista potrebbe continuare!

Le macchine non fanno cos’, non possono farlo, non lo faranno mai. Anche nel caso in cui, come forse sta già avvenendo, ci fossimo arresi, ormai esausti, annoiati e distratti dopo averle costruite.

Con il paradosso che le macchine, che ci assomigliano sempre di più, sono vive proprio mentre noi siamo sempre più schizofrenicamente separati da noi stessi.

Un paradosso che ci obbliga a interrogarci con una domanda finale:

Siamo ancora vivi? Ma soprattutto ci importa abbastanza per rispondere?  

 

 

Pubblicato il 25 marzo 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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