Ci sono diverse parole che hanno contraddistinto la nostra esistenza, ma che, se considerate nella nostra contemporaneità, risultano così pesanti e così anguste.
La prima è “Storia”. Intesa come racconto universale di una linearità temporale espressa solipsisticamente, contro ogni alterità espressiva. Si procede avanti, alimentando il cannibalismo perpetuato da Krónos contro Aion e Kairos.
La seconda è “Salvezza”. Pasolini, a proposito di questa parola, così rispose in un’intervista del 1973: «Ci sarà, ma non mi interessa. Perché dal momento in cui uno dice che c’è possibilità di salvezza, mette a tacere la propria coscienza».
La terza è “Soggetto”. Il fatto di crederci un essere pensante sulla base dell’Io, di avere un centro che gestisce e comanda il flusso dei pensieri, è ciò che non ci permette di cogliere la nostra infinità. Noi siamo un flusso, non un soggetto, e dobbiamo pretendere il diritto di liberarci da questa fissazione.
Queste tre SSS non ci permettono di fare un salto, di aprire uno squarcio verso ciò che non conosciamo.