L’umanità possiede una singolare capacità: quella di produrre incessantemente le condizioni del proprio miglioramento e, contemporaneamente, quelle della propria distruzione.
È una contraddizione che attraversa l’intera storia della nostra specie e che, osservata senza il conforto delle narrazioni progressiste, rivela un paradosso difficilmente eludibile: l’uomo progredisce senza necessariamente migliorare.
Abbiamo imparato a modificare il genoma, a liberare l’energia custodita nella materia, a esplorare altri pianeti, a costruire macchine capaci di elaborare informazioni e sviluppare forme di intelligenza sempre più sofisticate. Abbiamo elaborato sistemi giuridici, principi etici, istituzioni sociali e dichiarazioni universali di diritti. Abbiamo progressivamente esteso le possibilità della conoscenza e gli strumenti della convivenza.
Eppure, questa stessa umanità continua a produrre guerre, persecuzioni, sopraffazioni, discriminazioni e comportamenti collettivi profondamente irrazionali.
Non si tratta di due umanità differenti, una civilizzata e una primitiva. Non esiste una specie che costruisce ospedali e un’altra che costruisce strumenti di distruzione.
È la medesima umanità a produrre entrambe le cose.
Qui emerge una questione filosofica che potrebbe trovare un interessante riferimento nella concezione eraclitea dell’unità degli opposti e, attraverso una diversa tradizione di pensiero, nella complementarità dinamica dello yin e dello yang della filosofia cinese.
Per Eraclito, il conflitto non rappresenta semplicemente un’anomalia dell’esistenza, ma partecipa alla struttura stessa del divenire. Gli opposti non si limitano a escludersi reciprocamente: entrano in relazione, si condizionano, generano tensioni attraverso le quali il mondo manifesta il proprio ordine mutevole, in una forma di equilibrio dinamico che non elimina il conflitto, ma si costituisce attraverso di esso.
Analogamente, nella concezione taoista, yin e yang non identificano due realtà rigidamente separate, né costituiscono una semplice contrapposizione tra bene e male. Rappresentano piuttosto aspetti complementari e interdipendenti di una realtà in continua trasformazione.
Trasferendo queste intuizioni sul piano antropologico, potremmo formulare un’ipotesi: l’umanità non è semplicemente attraversata dalle contraddizioni, ma è essa stessa una realtà strutturalmente contraddittoria.
La sua capacità di costruire non elimina quella di distruggere.
La sua attitudine alla cooperazione non estingue quella alla sopraffazione. L’elaborazione di principi etici non garantisce comportamenti coerenti con quegli stessi principi.
Anzi, talvolta le capacità che consentono all’uomo di migliorare la propria condizione diventano precisamente gli strumenti attraverso i quali può comprometterla.
L’energia nucleare può alimentare una città oppure annientarla.
La conoscenza biologica può curare una malattia oppure essere impiegata per sviluppare strumenti di aggressione.
L’intelligenza artificiale può ampliare enormemente le possibilità della conoscenza, ma può anche moltiplicare le capacità di manipolazione e controllo.
La tecnica non contiene una direzione morale.
Amplifica possibilità che l’uomo può indirizzare verso finalità differenti e persino antagoniste.
È dunque possibile che ciò che abitualmente definiamo progresso non rappresenti un processo unitario, ma un insieme di sviluppi tra loro disomogenei.
L’uomo può diventare tecnologicamente più capace senza diventare eticamente più consapevole.
Il progresso scientifico è cumulativo in molti dei suoi aspetti: una scoperta può diventare la premessa di un’altra scoperta.
Il progresso morale e sociale, invece, non presenta la stessa continuità.
Le conquiste civili possono essere revocate, i diritti negati, le istituzioni distrutte, i principi proclamati contraddetti dai comportamenti.
La storia non procede inevitabilmente verso una progressiva riconciliazione dell’uomo con se stesso.
Il concetto di equilibrio merita allora di essere riconsiderato.
Se interpretiamo l’umanità come un sistema attraversato da tendenze antagoniste, l’equilibrio non può essere concepito come una condizione definitiva, raggiunta una volta per tutte.
Si manifesta, piuttosto, come una configurazione temporanea dei rapporti tra forze contrastanti.
In determinati periodi storici prevalgono la cooperazione, la stabilità, l’espansione dei diritti e la fiducia nel futuro.
In altri, emergono conflittualità, autoritarismi, regressioni sociali e distruzioni.
Naturalmente, queste tendenze possono anche coesistere, senza che sia sempre possibile stabilire quale delle due prevalga in modo assoluto.
L’equilibrio, dunque, non può essere una condizione permanente, bensì un rapporto continuamente negoziato tra spinte differenti.
Non un punto di arrivo, ma una condizione provvisoria.
E tuttavia sarebbe riduttivo interpretare questa oscillazione come una semplice alternanza meccanica tra bene e male.
La contraddizione umana è molto più complessa.
L’uomo può agire in nome della pace e produrre violenza.
Può perseguire la sicurezza e costruire sistemi oppressivi.
Può ricercare il benessere e generare condizioni che compromettono quello altrui.
Può persino produrre conseguenze contrarie alle proprie intenzioni.
In questi casi, l’effetto collaterale non nasce necessariamente da una volontà malvagia, ma può derivare dalle caratteristiche stesse dell’azione umana, dalla limitatezza delle sue previsioni, dalla molteplicità degli interessi e dall’impossibilità di governare integralmente le conseguenze delle proprie scelte.
Ne deriva un’ulteriore considerazione: il polo costruttivo e quello distruttivo non sono sempre nettamente distinguibili, poiché possono originarsi dal medesimo impulso.
La volontà di dominare la natura può generare conoscenza e devastazione ambientale.
Il desiderio di appartenenza può favorire la solidarietà interna a una comunità e contemporaneamente alimentare l’ostilità verso chi ne è escluso.
La stessa capacità razionale può essere impiegata tanto per comprendere quanto per giustificare razionalmente l’irrazionale.
È dunque possibile che l’effetto collaterale dell’umanità non sia semplicemente il prezzo occasionale del suo progresso.
Ma che sia una manifestazione ineliminabile della sua stessa costituzione.
Ciò significa riconoscere che nessuna conquista tecnica, politica o sociale garantisce, di per sé, il superamento definitivo delle tendenze antagoniste che attraversano la nostra specie.
L’umanità può correggere i propri errori senza eliminare la possibilità di ripeterli.
Può contenere la violenza senza estinguerne definitivamente le condizioni. Può costruire forme più avanzate di convivenza senza sottrarsi una volta per tutte alla possibilità della loro dissoluzione.
Non esiste, pertanto, una ragione sufficiente per considerare il progresso come una promessa di redenzione.
L’umanità non procede verso un’armonia conclusiva, ma attraversa configurazioni differenti della propria instabilità.
L’errore più persistente consiste proprio nel confondere l’accrescimento delle nostre capacità con un presunto perfezionamento della nostra natura.
Il problema non è soltanto ciò che l’uomo riesce a fare, ma ciò che continua a essere mentre lo fa.
Il paradosso conclusivo è evidente.
L’umanità è contemporaneamente il soggetto del proprio progresso e l’agente dei suoi effetti collaterali.
Non produce soltanto conseguenze indesiderate: produce, attraverso le proprie capacità, le condizioni che rendono possibili tanto la propria emancipazione quanto il proprio danneggiamento.
È, in questo senso, effetto collaterale di se stessa.
Il progresso può modificare le condizioni dell’esistenza umana.
Ma non ne risolve la natura.
L’uomo progredisce, ma non si supera.
Forse è proprio questo il suo limite più profondo: possedere la straordinaria capacità di trasformare il mondo senza possedere un’analoga capacità di trasformare definitivamente se stesso.
Macte Animo !
Gian Guido Tahra
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