Mentre il dibattito, ormai stucchevole, fra le posizioni della sinistra e quelle della destra (direi meglio “delle destre”) prosegue in Italia come nel resto d’Europa, il percorso per una “nuova Yalta” è segnato.
Ci siamo quasi.
Se la guerra fredda appartiene, forse giustamente, alla preistoria, il bacio fraterno con cui i leader comunisti suggellavano le occasioni più solenni è virtualmente avvenuto. Non ci sarà un Roosevelt stanco e malato al nuovo tavolo, ma un commerciante furbo e determinato.
Due degli attori principali sono pronti a disegnare la spartizione del mondo, esattamente come, nella memoria collettiva, fu a Yalta. Non ci sarà, come terzo incomodo, un nuovo Churchill europeo, perché non esiste. L’Europa di oggi è la Germania di ieri, su scala maggiore, un territorio su cui altri decidono. E comunque, anche allora, per il Regno Unito fu una vittoria dal sapore amaro.
La Cina, che qualcuno avrebbe immaginato nel ruolo di convitato di pietra, siede in realtà a “quel tavolo” con un ruolo felpato, ma attivo. Esercita un peso economico e strategico che condiziona le mosse dei primi due. Non a caso si parla già di un vertice a tre, in Asia, nel giro di poche settimane. Non è detto che si faccia, ma conta già chi viene immaginato al tavolo e chi no.
La cartina geografica sulla quale fu disegnato “il nuovo ordine mondiale”, di fatto bipolare, è nuovamente stesa e pronta ad essere “scarabocchiata”.
Sulla cartina c’è anche l’Ucraina, certo, la pedina più visibile, ma il punto non è lei. Il punto è chi, quella "nuova" cartina, ha smesso di guardarla.
C’è però una differenza con Yalta, ed è quella che inquieta di più. Allora si chiudeva una guerra mondiale ed i vincitori si sedevano per scrivere la pace. Oggi non siamo reduci da una guerra tradizionale ed il mondo viene spartito lo stesso.
Senza trattati e senza fotografie in posa, ma a colpi di telefonate, di sanzioni che si allentano, di petroliere che salpano. Washington ha revocato una serie di sanzioni sul diesel russo e, secondo il Cremlino, la prima petroliera naviga verso gli Usa.
Un affare, prima ancora che una pace.
E noi? Noi ci accapigliamo. Su una frase detta in televisione, su un post scritto di notte, su chi ha offeso chi, su quale delle due “tribù” abbia più ragione di essere indignata. Questioni da condominio, discusse con la solennità di un trattato, mentre fuori dal portone qualcuno ridisegna il quartiere, e noi non ce ne accorgiamo, non perché le notizie non arrivino, ma perché abbiamo smesso di cercarle e quindi di conoscerle.
Non credo che per i tre protagonisti noi europei siamo nemici e, forse, è anche peggio. Siamo un rumore di fondo. Una moltitudine di piccoli stati che parlano molto e decidono poco. Si può smettere di ascoltarli senza troppo disturbo.
E noi? Facciamo di tutto per meritarcelo.
Qui entra la parola che usiamo spesso nel verso sbagliato: identità. Per anni ci siamo sentiti dire che l’identità si perde quando arrivano gli altri. Io credo che un’identità non si perda perché entra qualcuno, ma perché si smette di decidere e, prima ancora, di capire cosa accade intorno.
Quello che mi preoccupa non è chi arriva, è a chi ci stiamo consegnando, spesso senza accorgercene.
All’America per la sicurezza, la tecnologia e la finanza, alla Cina per le fabbriche e le materie prime, a Mosca per chi in Europa continua a guardarla come una scorciatoia. Una delle tre potenze, a scelta. Ma sempre una.
Obiettivo raggiunto, dunque. Da chi? Non da noi.
E la nave va.
Le petroliere salpano verso l’America, il vertice si prepara in Asia, e noi siamo a bordo di un’altra nave, quella dei folli di Brant, a discutere su chi tenga il timone senza che nessuno ci abbia chiesto dove vogliamo andare.