Go down

Il curioso paradosso di un'epoca in cui una subordinata, un trattino lungo o una citazione latina possono bastare a farci sospettare di essere macchine.


C'è qualcosa di singolarmente comico, e insieme di profondamente provinciale, nella nuova caccia al testo scritto dall'intelligenza artificiale.

Non si legge più ciò che uno scrive: si cercano indizi.

Il trattino lungo? Sospetto. Le virgolette caporali? Molto sospette. Una citazione latina? Quasi certamente artificiale. Un periodo con una subordinata al posto giusto? Reato flagrante.

Pare che, per dimostrare di essere umani, si debba ormai scrivere male.

Il problema è che alcuni di noi hanno commesso, in tempi non sospetti, l'imprudenza di leggere. E non soltanto qualche libro, ma molti libri e tantissime riviste, fin dall'infanzia, quando ancora nessuno aveva inventato ChatGPT e l'unica intelligenza artificiale conosciuta dal grande pubblico era HAL 9000, che almeno aveva il buon gusto di parlare lentamente.

Ora, chi legge molto finisce inevitabilmente per assorbire forme, ritmi, costruzioni sintattiche, modi di argomentare e persino abitudini tipografiche. Impara che esiste il punto e virgola; scopre che il trattino lungo non è stato inventato da OpenAI; può persino arrivare, nei casi più gravi, a usare le virgolette caporali. E magari conosce qualche locuzione latina senza averla chiesta a un chatbot.

Il paradosso, naturalmente, è evidente: le intelligenze artificiali sono state addestrate, direttamente o indirettamente, sulla sterminata produzione testuale della nostra civiltà. Sugli stessi libri, sugli stessi articoli, sulle stesse forme linguistiche che per secoli hanno educato gli esseri umani alla scrittura.

Se dunque io ho letto alcuni di quei libri e una macchina ha appreso da testi appartenenti alla medesima tradizione culturale, non dovrebbe sorprendere che, talvolta, emergano somiglianze. Sarebbe semmai sorprendente il contrario.

Eppure oggi assistiamo a un curioso rovesciamento dell'onere della prova.

Non è più la macchina a dover dimostrare di saper scrivere come un uomo: è l'uomo che deve dimostrare di non scrivere come una macchina.

Così, per non destare sospetti, dovrei forse impoverire deliberatamente il mio lessico, evitare le citazioni, spezzare i periodi, rinunciare alle subordinate, bandire il punto e virgola e disseminare qua e là qualche errore grammaticale come certificato di autenticità biologica.

Potrei magari scrivere «qual'è» con l'apostrofo, confondere «gli» con «le» e concludere ogni ragionamento con «letteralmente» usato a sproposito. A quel punto, finalmente, nessuno dubiterebbe più della mia umanità.

Ma perché dovrei farlo?

Perché dovrei censurare decenni di letture, rinunciare agli strumenti che la lingua mi offre e fingere di sapere meno di quanto so, soltanto per tranquillizzare l'ennesimo inquisitore digitale che ha imparato ieri l'esistenza dei cosiddetti «pattern dell'intelligenza artificiale» e oggi li applica con la serenità epistemologica di chi non è mai stato disturbato dal dubbio?

No. Non vedo alcuna ragione per farlo.

Se uso il trattino lungo, continuerò a usarlo. Se una citazione latina è pertinente, la citerò. Se un concetto richiede tre pagine anziché tre righe, avrà tre pagine. E se qualcuno, davanti a un testo articolato, ben scritto e magari persino documentato, ritiene che la prima domanda da porsi sia «Ma l'ha scritto un'intelligenza artificiale?», il problema non riguarda necessariamente chi ha scritto.

Forse riguarda chi non sa più leggere.

A questo proposito, c'è un libro che mi pare faccia al caso nostro: The AI Mirror: How to Reclaim Our Humanity in an Age of Machine Thinking di Shannon Vallor.

La tesi centrale di Vallor è tanto semplice quanto destabilizzante: l'intelligenza artificiale non è un'intelligenza aliena, comparsa improvvisamente dal nulla. È uno specchio. Uno specchio costruito con ciò che gli esseri umani hanno scritto, pensato, immaginato e prodotto nel corso della loro storia culturale.

Le macchine generative riflettono il nostro linguaggio, le nostre strutture argomentative, i nostri stili, i nostri pregiudizi e persino le nostre contraddizioni.

Ed è proprio qui che il paradosso diventa evidente.

Se l'intelligenza artificiale ha imparato dalla cultura umana, come possiamo accusare un essere umano di sembrare artificiale soltanto perché utilizza forme linguistiche che appartengono da secoli alla cultura umana?

Il trattino lungo non appartiene a ChatGPT. Le virgolette caporali non appartengono a Claude. Il punto e virgola non è stato inventato da un modello linguistico. Le subordinate esistevano molto prima dei transformer e il latino, fortunatamente, precede OpenAI di qualche millennio.

Leggere The AI Mirror è utile proprio perché ci costringe a rovesciare la prospettiva. Il problema non è soltanto chiederci quanto le macchine stiano diventando simili a noi. Dovremmo domandarci anche che cosa accade quando cominciamo a ridefinire noi stessi in funzione delle macchine: quando modifichiamo il nostro linguaggio per non sembrare artificiali, impoveriamo il lessico per evitare sospetti, rinunciamo alla complessità per superare un improbabile esame di autenticità.

A quel punto non è più l'intelligenza artificiale a imitare l'uomo. È l'uomo che, per paura di essere confuso con una macchina, comincia volontariamente a mutilare la propria espressione.

Ed è forse questa la domanda più importante che il libro di Shannon Vallor ci invita a porci: non che cosa diventeranno le macchine, ma che cosa rischiamo di diventare noi mentre impariamo a convivere con esse.

Forse il fenomeno che stiamo osservando meriterebbe un nome: «analfabetismo inverso».

Un tempo chi non sapeva riconoscere la buona scrittura cercava, almeno idealmente, di imparare a farlo. Oggi, in certi ambienti, chi non sa riconoscerla accusa chi la pratica di essere una macchina.

È un capovolgimento curioso. La competenza diventa indizio di colpevolezza. La ricchezza lessicale desta sospetto. La complessità sintattica richiede giustificazioni. La cultura, quando si manifesta nella scrittura, rischia di essere scambiata per un'anomalia statistica.

Naturalmente non si tratta di negare che esistano testi prodotti dall'intelligenza artificiale, né che certi usi pigri e seriali degli strumenti generativi producano una prosa riconoscibile: formule ripetitive, simmetrie meccaniche, enfasi prefabbricate, conclusioni che non concludono nulla e quella particolare levigatezza del testo che dice tutto correttamente senza aver pensato veramente niente.

Questi fenomeni esistono. Ma riconoscerli richiede competenza critica, attenzione al contesto e, soprattutto, la disponibilità a leggere davvero un testo.

Non basta contare i trattini.

Non basta trovare tre aggettivi consecutivi.

Non basta incontrare la parola «cruciale».

E soprattutto non basta affidarsi a qualche elenco circolante sui social che promette di riconoscere infallibilmente un testo generato da una macchina, con la stessa affidabilità scientifica con cui un tempo si pretendeva di leggere il carattere di una persona dalla forma del cranio.

Il vero problema, dunque, non è soltanto che le macchine abbiano imparato a scrivere come gli esseri umani.

È che gli esseri umani, terrorizzati dall'idea di sembrare macchine, possano decidere volontariamente di scrivere peggio.

Sarebbe un risultato notevole.

Dopo millenni trascorsi a inventare la scrittura per estendere le capacità della mente umana, dopo aver costruito biblioteche, alfabeti, grammatiche, sistemi di citazione e intere tradizioni letterarie, avremmo finalmente trovato una tecnologia capace di convincerci a ridurre volontariamente le nostre possibilità espressive.

Per dimostrare di essere autentici, dovremmo diventare più poveri.

Per dimostrare di pensare da soli, dovremmo pensare in modo più semplice.

Per dimostrare di essere umani, dovremmo scrivere peggio.

No, grazie.

Continuerò a usare il trattino lungo quando serve, le virgolette caporali quando sono appropriate, il punto e virgola quando una virgola è troppo poco e un punto è troppo. Continuerò a citare il latino, se pertinente, e a scrivere periodi complessi quando il pensiero che devono esprimere è complesso.

Perché la lingua non è un test CAPTCHA con cui dimostrare di non essere un robot.

È uno degli strumenti più sofisticati che la nostra specie abbia mai costruito per pensare, ricordare, discutere, tramandare e immaginare ciò che ancora non esiste.

E sarebbe davvero singolare se, proprio nell'epoca delle macchine capaci di parlare, fossimo noi a decidere di avere meno cose da dire.

Stultitia artificialem intelligentiam timet; sapientia ea utitur.

La stupidità teme l'intelligenza artificiale; la saggezza la usa.


StultiferaBiblio

Pubblicato il 11 luglio 2026