Denatalità, immigrazione, integrazione e legalità: forse dovremmo ricominciare dalla scuola.
Nell’epoca del calo demografico, mantenere aperta una scuola con pochi alunni può diventare economicamente oneroso. È un dato che non possiamo ignorare.
Se ragioniamo sui numeri, però, dobbiamo farlo fino in fondo.
Una scuola ha dei costi: personale docente e ATA a carico dello Stato; edifici, manutenzione, utenze e altri servizi che, secondo le rispettive competenze, gravano anche sugli enti locali. In un periodo di difficoltà economica è quindi legittimo chiedersi se abbia senso mantenere in vita plessi frequentati da un numero sempre più ridotto di bambini.
Ma il bilancio non può fermarsi alla colonna delle spese.
Quanto costa a una comunità chiudere una scuola?
Soprattutto nei piccoli centri, una scuola non è soltanto il luogo nel quale si insegna a leggere, scrivere e far di conto. È un presidio sociale, un luogo di incontro, una delle ragioni per cui una giovane famiglia può decidere di rimanere o di trasferirsi in quel territorio.
Chiudere una scuola può significare costringere i bambini a lunghi spostamenti quotidiani, rendere un paese meno attrattivo per le famiglie e accelerare proprio quello spopolamento che aveva determinato la diminuzione degli alunni.
E allora il paradosso è evidente: si chiude la scuola perché ci sono pochi bambini e, chiudendola, si rischia di creare le condizioni perché ce ne siano ancora meno.
Per questo la domanda non dovrebbe essere soltanto:
«Quanto ci costa tenere aperta questa scuola?»
Dovremmo avere il coraggio di aggiungerne un’altra:
«Quanto ci costerà, fra dieci o vent’anni, averla chiusa?»
Perché alcuni risparmi compaiono immediatamente in un bilancio.
I loro costi sociali, invece, arrivano dopo.
E spesso presentano il conto quando è troppo tardi.
Diciamolo chiaro e tondo: questa Italia vecchia ha bisogno anche dei migranti.
Accogliere porta vantaggi che vanno ben oltre il raccogliere pomodori nei campi, assistere i nostri anziani o svolgere quei lavori che troppo spesso ricordiamo soltanto quando qualcuno non è più disposto a farli.
Invertiamo la narrazione.
Per anni una classe politica miope e ottusa — e non faccio nomi — appoggiata da pennivendoli servi del padrone, ha agitato davanti agli italiani lo spauracchio del migrante: quello che viene a rubarci il lavoro, a vivere alle nostre spalle, a imporci la propria cultura, a cancellare la nostra identità.
Intanto l’Italia invecchia.
Nascono sempre meno bambini. Le classi si svuotano. Le scuole chiudono. I piccoli paesi perdono abitanti. Interi territori diventano lentamente luoghi per vecchi, mentre diminuiscono le persone in età lavorativa.
E allora guardiamola in faccia, questa contraddizione.
Ci spaventano con l’immagine di un Paese che sarebbe invaso da chi arriva mentre dovremmo preoccuparci anche di un Paese che si sta svuotando di chi nasce.
Un bambino figlio di immigrati seduto in un banco non sta cancellando la nostra cultura.
Sta riempiendo una classe.
Può contribuire a tenere aperta quella scuola che domani, senza abbastanza alunni, potrebbe chiudere. La sua famiglia lavora, consuma, paga tasse e contributi quando è inserita nell’economia regolare, abita case, frequenta negozi, utilizza servizi e partecipa alla vita della comunità.
Questo non significa raccontare la favola dell’immigrazione senza problemi. I problemi esistono: integrazione, legalità, sfruttamento, lavoro nero, convivenza tra culture diverse. E proprio per questo servirebbe una politica capace di governare un fenomeno complesso invece di usarlo come una clava elettorale.
Perché governare richiede intelligenza, programmazione e visione.
Agitare la paura è molto più facile.
E mentre discutiamo ossessivamente di chi arriva, rischiamo di non accorgerci di chi non nasce più.
Chi chiude la porta di una scuola apre una prigione.
Ma prima ancora dovremmo chiederci perché quella scuola non ha più bambini.
Forse scopriremmo che alcuni dei bambini che continuiamo a chiamare “stranieri” potrebbero essere parte del futuro che diciamo di voler salvare.
La demografia non si impressiona davanti agli slogan. Continua semplicemente a fare i conti.
Quei bambini stranieri, seduti nei banchi di una scuola italiana, con libri italiani tra le mani, conoscono la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia passata e presente.
Siamo noi a insegnare loro il valore della democrazia e della libertà di pensiero.
Siamo noi a insegnare loro a esercitare lo spirito critico, a conoscere questo Paese e, forse, anche ad amarlo.
E allora di quale “sostituzione culturale” abbiamo paura?
La cultura non si difende costruendole un recinto intorno. La cultura si trasmette.
Una scuola aperta fa esattamente questo.
Ma c’è un’altra parte dello scambio di cui parliamo molto meno.
Perché, dal punto di vista umano, penso che saranno anche loro a insegnare qualcosa a noi.
A ricordarci che dietro una parola — migrante, straniero, extracomunitario — c’è prima di tutto una persona. Che un bambino non nasce con una religione da combattere, una frontiera da attraversare o un’identità da temere. Nasce bambino.
Forse noi insegneremo loro Dante, la Costituzione, la storia della Resistenza, la libertà di pensiero.
E forse loro insegneranno a noi qualcosa che rischiamo di dimenticare: il valore di essere, prima di ogni altra appartenenza, esseri umani.
E poi c’è il problema della “criminalità”.
Le virgolette non servono a negarla. La criminalità esiste e non ha senso nasconderla sotto il tappeto per paura di affrontare un argomento scomodo.
Ma proprio su questo mi torna alla mente un’esperienza vissuta quando insegnavo a San Marco Evangelista.
La Preside, buonanima, mi affidò un progetto di Educazione Stradale rivolto a tutto il secondo ciclo della scuola primaria. Fu un’esperienza magnifica.
Non volevo che i bambini imparassero semplicemente qualche cartello stradale a memoria. Volevo che comprendessero perché esistono le regole e che dietro una regola non c’è necessariamente qualcuno che vuole limitare la nostra libertà: molto spesso c’è la necessità di proteggere la libertà e la sicurezza di tutti.
Il progetto si concluse con una vera prova pratica e con il rilascio di un piccolo “patentino di ciclista”.
La collaborazione del Vigile Urbano andò ben oltre il suo compito: mi aiutò persino a costruire nel cortile della scuola un percorso completo di segnaletica, sul quale i bambini dovettero dimostrare ciò che avevano imparato.
Qualcuno non superò la prova.
Ricordo ancora un bambino che, preoccupatissimo, venne da me:
«Maestra, allora non potrò più andare in bicicletta?»
Ma furono altre frasi, durante quel progetto, a farmi comprendere quanto può essere potente ciò che facciamo a scuola.
Un bambino un giorno mi disse:
«Maestra, ieri mio padre è entrato controsenso in una strada a senso unico e io gli ho detto che non doveva farlo, perché era pericoloso.»
Ecco.
Il bambino aveva portato la scuola a casa.
Aveva imparato una regola, ne aveva compreso la ragione e, davanti a un adulto che la violava, aveva avuto gli strumenti per riconoscere che quel comportamento era sbagliato.
È anche così che si costruisce la legalità.
Ed è per questo che, quando sento associare quasi automaticamente immigrazione e criminalità, penso ancora una volta alla scuola.
Quei bambini che oggi siedono nei nostri banchi imparano le nostre leggi, le regole della convivenza civile, i diritti ma anche i doveri. Imparano che la libertà individuale finisce dove comincia il diritto dell’altro. Imparano che una regola può essere discussa, criticata e persino cambiata attraverso gli strumenti della democrazia, ma non semplicemente ignorata quando non ci conviene.
E quello che imparano può attraversare la porta di casa insieme a loro.
Come accadde tanti anni fa con quel bambino e quel padre entrato controsenso.
Per questo, davanti alla paura della criminalità, io non rispondo fingendo che il problema non esista.
Rispondo con una parola molto meno gridata e infinitamente più faticosa:
educazione.
Perché la repressione interviene quando una regola è già stata violata.
La scuola può arrivare molto prima