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Non sono un biblista. La mia passione per la Bibbia e per le sue storie è nata ascoltando un progetto straordinario della trasmissione radiofonica Uomini e Profeti di Rai Tre, che per un paio d’anni si dedicò alla lettura integrale della Bibbia e al commento del testo, con studiosi ebrei, cattolici e protestanti. Quando ascoltai la lettura del brano della Lotta ne rimasi folgorato: pochi versetti, poche parole, ma un richiamo potentissimo al sacro, al numinoso (direbbe Jung), a una dimensione spirituale capace di toccare anche un lettore laico come me.


Lo scontro di Giacobbe con l’Angelo è uno dei misteri più affascinanti non solo della Bibbia, ma, credo, dell’intera letteratura. È un enigma costruito in modo magistrale. All’interno del racconto biblico della vita di uno dei Patriarchi, Giacobbe, il lettore viene improvvisamente catapultato dentro questo episodio della Lotta: mentre Giacobbe attraversa il fiume Iabbòq, si trova ad affrontare una creatura della cui natura si interrogheranno, nei secoli, biblisti, teologi, artisti, filosofi e psicoanalisti.

Con questa creatura Giacobbe intraprende uno scontro che dura una notte intera e che termina solo all’alba. Non è chiaro chi sia il vincitore, né se vi sia davvero un vincitore. Quel che il testo ci dice è che Giacobbe viene colpito all’anca, al nervo sciatico, e che il suo corpo ne porterà per sempre il segno. Lo scontro si conclude con l’assegnazione di un nuovo nome, Israele, e con una benedizione.

Consiglio di leggere questi pochi versetti della Bibbia (Genesi 32,23-33) per vivere in prima persona l’esperienza di spaesamento che l’episodio genera nel lettore. Ecco come Elie Wiesel, attivista, scrittore, saggista, sopravvissuto ad Auschwitz e premio Nobel per la pace, descrive questa scena:

“Avventura strana, misteriosa da cima a fondo, di una bellezza da far fremere, di una intensità da far dubitare dei sensi. Chi non ne è stato affascinato? Filosofi e poeti, rabbini e narratori, tutti cercano di risolvere l’enigma di ciò che è avvenuto quella notte, a qualche passo dal ruscello Jabbòq.”

Non sono un biblista. La mia passione per la Bibbia e per le sue storie è nata ascoltando un progetto straordinario della trasmissione radiofonica Uomini e Profeti di Rai Tre, che per un paio d’anni si dedicò alla lettura integrale della Bibbia e al commento del testo, con studiosi ebrei, cattolici e protestanti. Quando ascoltai la lettura del brano della Lotta ne rimasi folgorato: pochi versetti, poche parole, ma un richiamo potentissimo al sacro, al numinoso (direbbe Jung), a una dimensione spirituale capace di toccare anche un lettore laico come me.

Su questi dieci versetti il filosofo Roberto Esposito ha scritto nel 2024 un libro molto affascinante: I volti dell’Avversario. L’enigma della lotta con l’angelo, pubblicato da Einaudi.

Esposito affronta questo testo biblico con la piena consapevolezza di non poter risolverne il mistero interpretativo e senza l’intenzione di proporre una soluzione definitiva. Che senso ha, allora, scrivere un libro del genere?

Leggo il lavoro di Esposito come una metafora del processo conoscitivo della dimensione umana quando non è possibile una lettura univoca, oggettiva. In questi casi, come sostiene lo stesso Esposito, è possibile solo una lettura soggettiva. Ma soggettiva non significa fermarsi alle prime emozioni suscitate dall’incontro con il testo (o con l’umano), per quanto importanti. Significa piuttosto tentare di integrare la propria prospettiva con quella di altri: non per raggiungere un’oggettività impossibile, ma per crescere in consapevolezza e dare forma più compiuta alla propria interpretazione. Soprattutto, significa provare a tenere insieme gli aspetti ambivalenti, quelli che sembrano escludersi a vicenda.

Esposito lavora ampliando lo sguardo in cerchi concentrici. Non approfondisce un unico ambito disciplinare, come l’esegesi biblica o la critica letteraria, ma attraversa più piani per aiutare il lettore a cogliere le molteplici dimensioni dell’episodio della Lotta. La poesia, l’arte (nel libro sono riprodotti molti capolavori dedicati alla Lotta, da Delacroix a Gauguin, da Chagall), la letteratura (Thomas Mann, Georges Bernanos, André Malraux, Emmanuel Carrère), la filosofia (Martin Heidegger, René Girard), la psicoanalisi (Otto Rank, Carl Gustav Jung).

Non è un lavoro da erudito, anche se, come tutti gli approcci transdisciplinari, richiede apertura e ricerca. E non è neppure un libro sull’impatto culturale della Lotta nella storia dell’Occidente. Gli autori chiamati in causa non hanno sempre trattato esplicitamente l’episodio biblico. Charles Baudelaire, per esempio, non lo cita mai direttamente, ma diventa un riferimento decisivo per Esposito nel comprendere la dinamica dello scontro.

Chi è l’Avversario? Perché la lotta?

Il libro prende avvio dalle domande che emergono immediatamente dalla lettura dei versetti biblici:

“Come intendere la lotta? Chi, e perché, affronta Giacobbe? Con quale autorità lo benedice, arrivando a cambiargli il nome?”

E ancora:

“Ma il dubbio più forte e ricco di implicazioni filosofico-letterarie riguarda la connotazione, umana o divina, dell’Avversario, non chiarita dall’ambigua espressione: ‘hai combattuto con gli esseri divini e con gli esseri umani’.”

La versione della Bibbia della Conferenza Episcopale Italiana tende, in un certo senso, a chiudere la questione: la lotta è con Dio. “L’incontro con Dio è una lotta da cui scaturisce la benedizione. Il cambiamento di nome sancisce la condizione nuova che deriva da questo incontro.” È vero: Dio è l’ente più adatto a benedire e a cambiare il nome. Ma perché Dio dovrebbe combattere con un uomo? E perché una lotta? E, soprattutto, perché un uomo dovrebbe riuscire a sconfiggere Dio?

Queste domande rendono il racconto ancora più sorprendente. Ci pongono davanti a paradossi difficili da risolvere, ma forse non è nemmeno così interessante risolverli una volta per tutte. Forse è più fecondo sostare nella vertigine dell’inspiegabile che essi aprono.

Gli interrogativi hanno attraversato secoli di interpretazioni e di raffigurazioni artistiche, che spesso hanno identificato l’Avversario con un angelo. Ma questo apre nuove questioni: quale angelo? E, più in generale, che cosa sono gli angeli? Esposito dedica un intero capitolo a questo tema, ricordando come nell’Antico Testamento il confine tra angeli e demoni sia tutt’altro che netto. Agostino è lapidario: Angelus enim officii nomen est, non naturae; l’angelo è funzione, non natura. Da qui si apre il tema della mediazione tra uomo e Dio. Ma l’enigma della lotta resta: qual è la funzione dell’angelo in questo caso? E se la sua funzione fosse quella di stare “al posto” di Dio, la sua sconfitta potrebbe indicare un ritiro del divino dalla Storia per lasciare spazio alla libertà umana.

Per spiegare questa vittoria apparentemente impossibile, Esposito cita Romano Guardini:

“Dio doveva necessariamente al tempo stesso trattenersi in sé, poiché se la sua potenza fosse fluita fuori avrebbe soffocato ogni libertà. Se dovevano esserci libertà e storia, Dio doveva accollarsi d’essere misteriosamente debole.”

L’angelo si lascia sconfiggere non perché sia debole, ma perché Giacobbe possa sperimentare la propria libertà, e con essa quella del suo popolo.

Perché il testo è così enigmatico?

Accanto alle domande sul contenuto, sorge inevitabile quella sulla forma. Perché il testo è così oscuro? Qui Esposito passa dall’esegesi alla critica letteraria, interrogando le intenzioni del Narratore biblico:

“Tuttavia, se il Narratore usa il linguaggio per i propri scopi teologici e artistici, adopera anche il silenzio. Per accostarsi, pur senza varcarne le porte, all’enigma, bisogna passare per la laconicità che contribuisce determinarlo. Sconosciuta, in quanto tecnica narrativa, alla letteratura mesopotamica e siro-babilonese, la reticenza assume un ruolo decisivo nella Bibbia. Non va confusa con una condizione di non sapere o di conoscenza imperfetta. Il Narratore va considerato sempre come onnisciente, come il Dio che rivela. Ma questa rivelazione va intesa nel senso letterale di coprire sempre con nuovi veli ciò che pure scopre. Tace anche quanto più di quanto parli. Sicché, come la parola, anche il silenzio non è casuale, ma selettivo. Protegge un margine di ambivalenza funzionale alla tensione narrativa e all’incertezza che propaga”.

Questa lunga citazione chiarisce bene come il silenzio, i veli, l’ambivalenza non siano ostacoli alla comprensione, ma parti costitutive del senso. Ed è anche per questo che il lavoro di Esposito può essere letto come una metafora di un approccio conoscitivo all’umano.

Baudelaire e Delacroix: l’arte come ci può aiutare?

Sebbene Baudelaire non abbia mai citato esplicitamente l’episodio biblico, il tema della lotta attraversa la sua poetica, come nella poesia Duellum. Baudelaire aiuta a cogliere un aspetto decisivo della Lotta:

“Viene alla luce l’indistinzione tra lotta e abbraccio (…) A costringerli a lottare non è la loro opposizione, ma la loro inestricabilità.”

La lotta non è solo conflitto irriducibile, ma anche relazione necessaria. Giacobbe e l’Avversario sembrano aver bisogno l’uno dell’altro affinché l’evento giunga a compimento: il nuovo nome, la benedizione, la nascita simbolica di Israele.

Un ruolo analogo è svolto dall’arte. A partire dall’affresco di Delacroix nella chiesa di Saint-Sulpice a Parigi, Esposito racconta come la Lotta, a ogni visita, muti forma:

“Dallo scontro all’incontro, all’abbraccio, perfino alla danza. Senza che però venga mai meno l’elemento violento.”

L’arte educa lo sguardo a non fissare un unico significato, ma a tollerare la pluralità delle interpretazioni.

Perché la violenza?

Anche quando la lotta diventa incontro, la violenza resta. Il colpo all’anca di Giacobbe non è metaforico. Nella Bibbia la violenza è costante, ed Esposito la interpreta come rifiuto dell’indifferenziato:

“Creare la differenza (…) significa dare la vita. La violenza assoluta nasce dall’indifferenziato.”

Questo vale per Giacobbe e l’Avversario, ma anche per un’altra coppia fondamentale: Giacobbe ed Esaù. Due fratelli, due popoli, due destini che rischiano continuamente di confondersi.

La violenza può essere anche letta alla luce della teoria mimetica di René Girard: non si combatte per ottenere qualcosa, ma per impedire all’altro di vincere. In questo senso, gli avversari condividono la stessa intenzione e la stessa impossibilità.

Esposito richiama infine André Malraux, che in Les Noyers de l’Altenburg racconta un episodio della Prima guerra mondiale: nel pieno della battaglia, un soldato russo ferito viene salvato dai nemici tedeschi. Come se, nel cuore della Lotta, potesse emergere improvvisamente un gesto di umanità. Pietà, o qualcosa ancora di più profondo, angoscia, fraternità. Il romanzo di Malraux doveva intitolarsi  La lutte avec l’ange e la battaglia narrata avviene all’attraversamento di un fiume.

Qual è la verità della Lotta?

Non esiste una verità unica sulla Lotta, così come non esiste una traduzione univoca del termine greco deinón con cui Sofocle definisce l’uomo nell’Antigone: terribile, potente, straordinario, inquietante. L’uomo è deinón perché supera i limiti, ed è proprio questo a renderlo grande e pericoloso insieme.

Anche nella Lotta l’uomo supera il divino — o il divino si lascia superare. Ma alla fine implora la benedizione. Come nel termine deinón, così nella Lotta convivono tutte le contraddizioni dell’umano.


 

Pubblicato il 26 gennaio 2026

Matteo Fantoni

Matteo Fantoni / Consulente in Sviluppo Organizzativo e Formazione | Esperto di Comunicazione della Salute | Facilito ascolto, collaborazione e cultura della cura nelle organizzazioni.

http://www.matteofantoni.wordpress.com/