Ogni volta che un fatto di piazza degenera, il copione si ripete.
Il dibattito pubblico si spacca in due schieramenti urlanti: da una parte chi “difende la polizia”, dall’altra chi “difende i manifestanti”, anche quando la protesta scivola nella distruzione. È una polarizzazione tossica, ma soprattutto è una falsa alternativa.
La prima distinzione, imprescindibile, va ribadita senza ambiguità: la violenza non è protesta.
Chi incendia, devasta, aggredisce persone o cose non sta difendendo diritti: li sta indebolendo. Anche quando parte da una causa legittima, la violenza ne tradisce il senso e offre al potere l’alibi perfetto per restringere spazi di libertà.
Ma fermarsi qui sarebbe altrettanto falso.
La gestione dell’ordine pubblico non è mai neutra.
La storia italiana, giudiziaria e politica, mostra con chiarezza che all’interno delle forze dell’ordine convivono professionalità democratiche e culture autoritarie, talvolta apertamente nostalgiche. Negarlo significa rimuovere una realtà documentata. Per questo difendere “la polizia” come corpo indistinto è un errore speculare a quello di assolvere indiscriminatamente chi manifesta.
Uno Stato democratico non difende blocchi: difende principi.
Ed è qui che si innesta la trappola.
I governi a vocazione autoritaria prosperano nel caos. Ogni vetrina rotta diventa un argomento, ogni carica sproporzionata un moltiplicatore di paura. L’emergenza è il loro habitat naturale. Più la piazza si radicalizza, più è facile giustificare leggi speciali, restrizioni, compressioni dei diritti. Chi cade nella contrapposizione “o con la polizia o con i violenti” sta già giocando sul terreno scelto dal potere.
Restare obiettivi, oggi, non significa essere equidistanti per pigrizia morale. Significa tenere insieme tre criteri non negoziabili.
Primo: condannare sempre la violenza, senza attenuanti ideologiche.
Secondo: difendere il diritto di protesta come pilastro democratico, anche quando disturba, anche quando non ci rappresenta.
Terzo: pretendere responsabilità istituzionale dalle forze dell’ordine: identificazione degli agenti, catene di comando chiare, sanzioni reali per gli abusi.
Questa posizione non offre applausi immediati. Non consola. Non semplifica. Ma è l’unica che non diventa complice.
C’è una verità che andrebbe ricordata ogni volta che si invoca più “ordine”:
uno Stato sicuro di sé non ha bisogno di manganelli preventivi.
La forza sproporzionata non è segno di autorità, ma di insicurezza politica. Chi governa attraverso la paura non teme i violenti: teme i cittadini capaci di distinguere.
Il problema del nostro tempo non è solo la violenza in piazza. È la riduzione del dibattito pubblico a tifoseria morale. È l’incapacità di tenere insieme complessità, diritto e responsabilità. In questo clima, restare lucidi diventa un atto controcorrente.
Ma è proprio da qui che passa la difesa della democrazia: non dal rumore degli schieramenti, bensì dal rifiuto della loro logica.