Da molte parti arrivano, a ragione, grida di allarme circa il presente e il futuro dell’umanità.
Quotidianamente fini psicologi, psichiatri e filosofi sottolineano l’isolamento, la solitudine, la mancanza di empatia, la sofferenza psichica, la robotizzazione emotiva dei nostri giovani. Anche se personalmente estenderei l’analisi anche agli adulti perché ormai sono tutti dentro questo calderone contemporaneo.
Io stesso nelle mie opere ne ho ampiamente trattato e vi invito a leggermi se avete a cuore non soltanto il benessere del vostro giardino ma anche quello della foresta del mondo. Molta di questa discussione si sviluppa intorno alla tecnologia la quale, da Internet in poi, ha sconvolto in maniera devastante la nostra psiche e, di conseguenza, il rapporto con la realtà. E, come scritto in precedenza, basterebbe rimuovere la causa per ritrovare la serenità. Invece non viene fatto, perché chi decide non vuole evidentemente bene all’umanità. In particolare, questo sconvolgimento ha impattato il nostro rapporto con la conoscenza, che è diventata qualcosa che gestiamo, manipoliamo, trasferiamo, spostiamo e quantifichiamo. Ma non è più ciò con cui ci identifichiamo o in cui potremmo rifletterci e riconoscerci. La maggior parte degli individui è di fatto succube di una relazione strumentale con le reti che perpetuano, senza realmente metterle in discussione.
Qui non si tratta di pessimismo o ottimismo, di luddismo o cieca fede nella tecnologia, di stabilire, ad esempio, i pro e contro dell’IA.
Qui si tratta di incominciare a vedere l’evidenza e l’evidenza ci dice che un numero sempre maggiore di persone SOFFRE, a livello psichico e a livello emotivo. Conta qualcosa?
Qui, secondo me, si tratta di ritrovare l’ABC di ciò che ci rende umani e che è stato fortemente messo in discussione dai recenti sviluppi.
L’ABC è composto dalle seguenti condizioni: attesa, brivido e curiosità che fanno crescere, sviluppare e maturare la nostra mente. Senza di esse viene compromesso il rapporto sano con l’esistenza. Da qui i dilaganti disagi che stanno colpendo tantissime persone.
A di attesa: il mondo in cui viviamo ha ucciso l’attesa. Non c’è quindi da sorprendersi se, soprattutto i giovanissimi, sbarellano difronte all’impossibilità di ottenere quello che vogliono, specialmente quando c’è da aspettare per averlo. Contrariamente al passato, dove ogni tappa della vita era segnata da una tempistica e una ritualità ben definite, oggi le esperienze arrivano direttamente a domicilio più o meno quando si vuole. Spesso con un click. Oppure vengono mediate, dando l’illusione che siano reali. La velocità e l’immediatezza della tecnologia e dei nostri tempi hanno provocato la convinzione che tutto possa essere ottenuto in un istante. Comprese le relazioni con gli altri. Ma ottenere tutto subito, alla lunga porta anche tanta noia e tanta prevedibilità. Mentre solo l’attesa ci dà la misura di ciò che vale davvero ed è importante perché si distingue nell’anonima uniformità di preconfezionate tappe esistenziali.
L’attesa è un movimento interiore, uno stato di pungente concentrazione che si dirige verso quel che non è visibile né tangibile, dove tutto può accadere, e in questa sospensione c’è un confronto con la speranza.
B di brivido: le emozioni sono una componente fondamentale del nostro essere umani. Si parla infatti giustamente di riportare a scuola l’educazione alle emozioni. Il valore delle emozioni tuttavia deriva dal brivido che ci colpisce quando le proviamo. Ebbene questi brividi vengono continuamente eliminati tutte le volte che vengono sostituiti o replicati dalla standardizzazione virtuale.
Le emozioni comportano, lo dice l’ etimologia, un movimento. Non c’è emozione senza un movimento attivo. E senza movimento attivo non c’è brivido.
C di curiosità: oggi a 14 anni hai già “visto” e “saputo” tutto. Senza averlo né vissuto né capito veramente ben inteso. Si è esposti molto presto a quasi tutto, così da non avere più curiosità per niente. Oppure, laddove nasce una curiosità, la si può soddisfare immediatamente, chiedendola nemmeno ad un altro essere umano (che sarebbe già benefico) ma ad un anonimo algoritmo. Come può questo essere benefico per il benessere mentale di qualcuno? Crescere significa anche coltivare la ricerca attiva, in prima persona, di ciò che ci fa sussultare il cuore e scoprirla nei tempi giusti e dove non l’aspetti.
Nella nostra epoca l’ABC è stato completamente rovesciato a causa di presunte innovazioni. Analizzando la parola, posso essere d’accordo nel suo significato di qualcosa di nuovo, ma nel senso di avanzamento, ho dei seri dubbi. Per la loro anti-umana mancanza di eticità.
Quando, ad esempio, sento parlare di etica dell’intelligenza artificiale mi viene da ridere perché è come parlare di etica del nazismo. Tutte le nuove tecnologie sono state pensate al di fuori di un’etica della responsabilità. Ce ne vogliamo rendere conto? Chi è dietro a tutto ciò, ha una visione post-etica della realtà, bada solo al profitto e a studiare le loro biografie ci si accorge di quanto questi individui siano quantomeno amorali.
Per carità, si può provare a raddrizzare il tutto, si può provare ad educare questi personaggi ma è come pensare di convertire Hitler. Può sembrare un paragone forte ma non lasciatevi ingannare dal nome. Concentratevi piuttosto sull’ essenziale di questa argomentazione e cioè che è utopistico eticizzare ciò che deliberatamente nasce oltre la morale.
Quali sono infatti i valori (etici e non) di strumenti quali i social media o l’IA? Producono o promuovono valori? I modi in cui siamo inseriti in un mondo, reale o virtuale che sia, dovrebbero avere una carica morale ed etica perché sono parte integrante delle nostre risorse e dei nostri orizzonti d’azione, sia spaziali che temporali. Solo nella misura in cui il mondo sociale resta unito fino a un certo grado, possiamo esserne pienamente integrati, ma non è quello che sta succedendo, proprio perché tutto questo nasce senza una base valoriale.
Si farebbe molto prima ad eliminarle invece che provare a renderle etiche. Ma non viene fatto. PERCHÉ?
Fra vent’anni saremo qui a parlare dei danni che nel frattempo saranno stati compiuti. Che senso ha? Lo trovo stupido.
Nello stato attuale delle cose vengono messi in discussione il nostro sé simbolico, quello su cui facciamo affidamento per dare un significato piuttosto che cadere nella follia, la bussola morale delle nostre azioni e dei nostri comportamenti, la nostra consapevolezza di ciò che è reale e di ciò che è irreale, di ciò che è verità oggettiva e di ciò che è opinione soggettiva, di ciò che è bene e di ciò che è male e, in ultima analisi, di ciò che è Sé e di ciò che è Altro. I continui attacchi al nostro senso della realtà fattuale mettono in discussione l’integrità.
Tornando ai giovani, già venti anni fa, nell’ambito del mio lavoro di insegnante, si parlava della fragilità delle cosiddette nuove generazioni. E venivo invitato a partecipare ad incontri, seminari e quant’altro per trovare i modi per affrontare questa nuova situazione. La cosa però veniva fatta senza che nessuno si chiedesse il perché di questa inedita fragilità. Veniva presentata come un dato di fatto e basta. Aspetto che trovavo quantomeno curioso perché io sono sempre stato abituato a provare di aggiustare ciò che veniva mostrato come rotto. Non capivo quella passiva accettazione.
Venti anni dopo siamo qui a parlare ancora di quella fragilità con la differenza che la stessa è aumentata in maniera esponenziale. Come mai? Sarebbe bello se qualcuno facesse un mea culpa e ammettesse che il modo in cui si era proposto di affrontare la tematica è stato completamente sbagliato. E lo è stato perché invece di aiutare le nuove generazioni ad AFFRONTARE quelle mancanze, quest’ultime sono state ALIMENTATE, mettendo in campo ciò che qualcuno ha chiamato educazione terapeutica. Normalizzando cioè quella fragilità e quell’ansia, invece di fornire gli strumenti per superarle. Affermando che era okay sentirsi così e che bastava sviluppare un pensiero positivo per stare meglio (cosa la più lontana dalla realtà che ci sia). E al contempo invitando le persone a focalizzarsi esclusivamente su se stesse, facendo nascere un narcisismo esasperato. Io credo che ci sia un’enorme differenza tra accettare le fragilità degli altri e le proprie, perché ognuno di noi ne ha, e impegnarsi per sconfiggerle piuttosto che, al contrario, alimentarle, insegnando a coltivarle come se non vi fossero alternative (che in realtà ci sono). In altre parole, questo atteggiamento tiene kantianamente le persone in uno stato permanente di immaturità. Soprattutto, il paradosso dell’educazione terapeutica è che un’ossessione per il sé significa che non cambierai il mondo, né cambierai te stesso: è l’impegno attivo con il mondo che porta alla fiducia, all’autostima, alla realizzazione o, per usare il linguaggio terapeutico, a felicità e benessere. Il desiderio e la volontà di cambiare il mondo caratterizzano l’umanità: ripiegare l’umanità su se stessa significa sminuire tutti noi stessi.
In questi ultimi mesi diversi paesi hanno cominciato a vietare l’uso di certe tecnologie per certe fasce di età. Era l’ora! Non è una decisione forte, è una decisione corretta. Per chi ovviamente ha a cuore il FUTURO del mondo. Quando la smetteremo infatti con questa assurda ideologia del vietato vietare? Aspettiamo di vedere annientate tutte le capacità cognitive ed emotive dei ragazzi?
Quando ci sono delle EVIDENTI situazioni che mettono a rischio la salute mentale, come nel caso dei più giovani, o, come in altri casi, la vita delle persone (penso a tutte le altre piaghe che stiamo vivendo in questi tempi) vietare non è né retrogrado, né fascista, né tradizionalista ma bensì un gesto di CURA per l’umanità. Il vietato vietare presuppone che ci sia sempre un modo per arginare i danni. Invece io credo che quando si è pisciato fuori dal vaso, come nel caso di adolescenti e uso di nuove tecnologie, bisogna dire stop e basta. Anche la narrazione che non si può tornare indietro è stucchevole. Se si tratta di salvaguardare il benessere di qualcuno, altro che tornare indietro! Tornare all’origine se serve!
Io non riesco ad essere indifferente a tutto questo e so che passo per essere un rompicoglioni che deve sempre puntualizzare certe cose. Penso però che se ci fossero più rompicoglioni al mondo (in fondo un rompicoglioni è qualcuno a cui IMPORTA qualcosa) forse non vivremmo la deriva che stiamo vivendo e psicologi, psichiatri e filosofi si occuperebbero di altro.
Ovviamente essere un rompicoglioni porta all’emarginazione perché gli altri ti chiedono come mai non riesci a fare finta, esattamente come fanno quasi tutti gli altri.
Da qui questa ultima poesia:
Esclusione
Madre
aiutami a non vivere,
a fare il pagliaccio,
a non sbattere la verità in faccia.
Non è carino,
non si fa.
Molto meglio vagare incappucciati
sotto la menzogna.
Insegnami a lasciar perdere,
a fregarmene di tutto,
a non interessarmi dell’anima altrui,
perché ainsi va le monde
e io ci giro intorno
senza mai entrarci.
Impediscimi di ragionare a fondo
sull’evenemenziale,
di squartare la realtà
fino allo sbriciolamento,
di suonare ossessivamente il campanello
di un inquilino che non risponderà mai
perché assente.
Legami alla piatta superficie
dove le cose non vengono prese sul serio.
Le porte per me
sono tutte chiuse dall’interno
di una dimora che non riconosco.
Bussare è appiccare roghi
alla mia eretica condizione.