L’Italia si è consegnata di nuovo al proprio carnefice col sorriso ebete di chi scambia la resa per una vittoria. Milano-Cortina 2026: la solita messinscena del progresso che divora se stesso in un paese che si auto-rapina e si auto-umilia. E il Paese, non contento, ne va pure fiero perché qualcuno gli ha sussurrato all’orecchio che il futuro non è un dovere da costruire, ma un debito da contrarre nel presente. Poi in qualche maniera si farà.
Nel 2019 ci avevano promesso il miracolo a costo zero, ve lo ricordate? Un evento coperto da sponsor, dal CIO, dalle briciole del grande capitale transnazionale: un volano per le valli alpine, per le Dolomiti già martoriate dal turismo di massa e dal riscaldamento che nessuno vuole nominare, se non per chiedere più neve artificiale.
Eccoci invece a febbraio 2026, chiusura delle feste, sipario sui ghiacci; mentre la retorica del “bravibravissimi” fuma ancora, la contabilità ci presenta un buco che oscilla fra il molto e il troppo, fra il dichiarato e l’indicibile: opere pubbliche lievitate di centinaia di milioni; passivi della Fondazione coperti, direttamente o indirettamente, da interventi pubblici; proroghe fino al 2033 per infrastrutture che dovevano essere pronte ieri.
Lo Stato ha coperto il resto; come sempre astratto quando deve proteggere territori e comunità, puntualissimo quando deve prelevare.
Oggi la pista da bob di Cortina ricorda Torino 2006 e non come memoria, bensì come destino: quello che vent’anni fa appariva un’eccezione, adesso è abitudine. Elefanti bianchi, li chiamano; io li chiamerei reliquie di una religione capovolta, bravissima a sacrificare il futuro per una settimana di luci. Ammetto, è un po’ lunga e criptica… mi verrà in mente qualcosa di meglio, prima o poi.
Ma “l’85 per cento” era già pronto, ci ripetono: sostenibilità record, tante strutture preesistenti, altre temporanee. E riciclano persino materiali e attrezzature da Parigi 2024, in un gesto degno ma impotente perché rappresenta una goccia morale in un mare di cemento.
Intanto chi ha divorato ettari di suolo a Cortina per un villaggio da smantellare subito dopo? Chi ha pompato centinaia di migliaia di metri cubi d’acqua per farne neve artificiale in un inverno già secco, con portate minime, trasformando la montagna in una macchina climatica? Intendiamoci, non stiamo discutendo di un’astrazione contabile: qui si muta il territorio in apparato tecnico e la comunità in accessorio.
Da tempo Legambiente e Mountain Wilderness gridano al sacrilegio e hanno ragione, purtroppo la loro voce si perde nel coro del “successo planetario”: miliardi d’impatto e migliaia di posti di lavoro.
Premesso che queste sono dichiarazioni su carta, nessuno conta quello che non entra nei prospetti e proprio lì sta l’inganno: il suolo consumato, la pressione idrica, i flussi turistici moltiplicati, i residenti espulsi, i costi di manutenzione degli impianti.
E siamo già oltre il punto di non ritorno per via delle spese lievitate del cinquanta-sessanta per cento rispetto al dossier del 2019. Quando arriverà il consuntivo, Torino 2006 sembrerà un modello di sobrietà.
D’altronde abbiamo davanti il meccanismo stesso dell’irresponsabilità moderna, la quale chiama “sviluppo” ciò che scarica altrove il conto.
S&P Global, almeno, ha la decenza di dirlo in modo chiaro: non è garantita un’eredità economica significativa e duratura.
Ma cosa volete che ne sappiano queste multinazionali statunitensi della finanza: meglio credere ai politici nostrani, soprattutto a quelli che in montagna hanno palazzi interi a reddito e attività commerciali da raggiungere in elicottero.
Coldiretti, d’altra parte, sogna cinque milioni di presenze in agriturismi; un turismo lento che riscatti le valli spopolate. Bello, ma senza vincoli veri, senza case riservate ai residenti, senza limiti alla rendita breve, senza servizi per chi resta e senza un’autorità locale capace di decidere e far rispettare le decisioni, quel “lento” resta un’etichetta di mercato, non una cura. E quando la cura è solo parola, diventa fumo.
Il modello multi-città, poi, spacciato come medicina universale non dissolve l’impatto ma lo distende e lo moltiplica. Quello che si frammenta sul territorio si ricompone nei trasferimenti, nelle emissioni, nell’energia bruciata per tenere in piedi l’illusione degli sport invernali in un clima che li sta uccidendo.
L’idea migliore che hanno trovato, come ultimo adattamento, è la neve artificiale. Tipica soluzione figlia di un’epoca che finge di salvare il pianeta con la mano destra, mentre lo spinge nel burrone con la sinistra.
Questa è la volontà d’impotenza nazionale: sapere e non volere, vedere e non osare. L’incapacità fisica di dire no al grande spettacolo, al “fare sistema”, al “metterci la faccia” dei politici che poi spariscono quando arriva la bolletta; l’emergenzialismo che sospende la sovranità locale col pretesto del commissariamento; la tecnica che domina attraverso lo spettacolo e il debito. È qui il punto ed è qui la condanna: non il limite che protegge, ma la deroga che divora.
Walter Benjamin, filosofo e critico tedesco del Novecento, ebreo errante fra le macerie d’Europa e morto in fuga dal nazismo nel 1940, lo aveva scritto in un altro secolo e per altre ragioni, eppure la sua frase cade qui come un macigno:
«Che le cose continuino così: questa è la catastrofe.»
Nonostante tutto qualcosa rimane. Certo non il trionfo promesso e non il miracolo economico, restano invece dei frammenti: le reti ferroviarie e stradali potenziate dopo decenni di abbandono; i collegamenti finalmente accelerati; la mobilità sostenibile che il CIO stesso ha indicato come modello per le Alpi; lo stadio di Antholz-Anterselva che può servire vent’anni di biathlon; l’Arena di Santa Giulia a Milano; il villaggio olimpico milanese riconvertito in alloggi per studenti.
Non è redenzione, nessuno s’illuda: è un lascito fragile che dipende da come lo tratteremo. Se lo amministreremo con la stessa avidità che ha gonfiato i costi, tornerà veleno; se invece ci sarà manutenzione seria, priorità ai residenti, responsabilità vera su chi gestisce, allora forse l’Italia dimostrerà di saper custodire qualcosa capace di durare oltre alla cerimonia, smettendo d’inseguire il grande spettacolo per occuparsi dei pezzi che restano.
Ora però il tempo è finito, Addio Signori! Arrivederci! Chiusura delle feste, sipario sui ghiacci. L’ultimo a spegnere la fiaccola lasci uno spiraglio, per ottimismo o per dovere, vedetela come preferite. L’auspicio è che i relitti diventino ammonimento poiché questi, talvolta, salvano più delle celebrazioni.