«Se è vero che diventiamo ciò che siamo, e se è vero che non esistiamo che per il fatto di fare delle cose, tutte queste cose che gli automatismi ci dispensano dal fare e che ci fanno disimparare sono altrettante occasioni perse di arrivare all’incontro con noi stessi mentre si arriva all’incontro con il mondo. Se è vero che ci sviluppiamo attraverso le nostre pratiche, e se è vero che l’automatizzazione ci evita vari generi di pratiche, allora l’automatizzazione starebbe intorpidendoci in profondità: ci starebbe rendendo bruti, mal educati, e infine grossolani, idioti e impreparati.” – Bernard Stiegler, La società automatica. L’avvenire del lavoro, Meltemi, Milano 2019, Pag. 229
Usciti dal Metaverso covidiano che ci ha precipitati dentro la normalità del distanziamento, la tecnologia digitale ci ha illuso di poter evitare il caos là fuori determinato dalla viralità della pandemia. Ritornati per le strade molti hanno scoperto che nel mondo reale non c’è molto da fare, rivolgendosi nuovamente alla tecnologia per ritrovare l’illusione dell’isolamento, separati dagli altri anche se connessi. A questo bisogno, il Metaverso si è presentato pronto all’appuntamento per fornire la giusta soddisfazione, offrire nuovi strumenti ludici e ampliati territori di gioco nei quali far sentir sicuri. Invece di guardare in faccia la realtà del neoliberismo in crisi di identità, del mondo reale fatto di virus malefici, crisi climatiche e migratorie, guerra e povertà, di persone in cerca di altre persone, ci affidiamo agli algoritmi della realtà virtuale e dell’intelligenza artificiale che la anima. Lo facciamo per abitare mondi per noi predisposti sulla base di ciò che vogliamo vedere, che stendono uno spesso sipario oscuro e fonoassorbente sul palcoscenico della vita che scorre nella vita offline, generando una finzione che non salverà nessuno dalla realtà da cui sono fuggiti. Chi vuole rompere la magia tecnologica, svelare la finzione, prendere atto della realtà, può programmare l’uscita dalla safe zone del Metaverso per provare a riavere la propria vita.
rompere la magia tecnologica, svelare la finzione, prendere atto della realtà, programmare l’uscita dalla safe zone dei tanti metaversi oggi abitati ci permette forse di provare a riavere la nostra vita
A chi si prepara a questa scelta il mio libro NOSTROVERSO - Pratiche umaniste per resistere al Metaverso suggerisce alcune pratiche umaniste per vivere a misura d’uomo in un mondo sempre più dominato dalle macchine. Pratiche umanamente (non necessariamente antropocentriche) possibili a difesa di quello che ho denominato Nostroverso, in contrapposizione al Metaverso. La proposizione nasce dalla percezione della policrisi in corso, dalla consapevolezza della decadenza in atto, che nasce dalla difficoltà a esercitare il pensiero critico (che è anche pensiero etico e politico), dalla perdita di significato del linguaggio, dall’impoverimento semantico delle parole, dalla difficoltà ad ascoltarsi e a relazionarsi. Si focalizza sulla praxis, sull’azione volontaria, libera, disincantata e resistenziale per un rinnovamento che parta da una riflessione sulla condizione umana, così come essa si manifesta dentro i tanti mondi paralleli, i molteplici multiversi, che oggi abitiamo come esseri umani e che plasmano, attraverso l’esperienza che ne facciamo, la nostra esistenza sulla Terra. Fa riferimento a una cultura umanista rinnovata di uomini e donne, giovani e anziani, che non si accontentano del benessere materiale e delle “cose pratiche”, ma sono interessati a interrogarsi sulla loro esistenza e a vivere una vita degna che meriti di essere vissuta.
L’approccio umanistico adottato fa riferimento a sistemi di credenze o di canoni che in passato hanno ispirato i tanti umanesimi fin qui sperimentati, ma proponendone uno nuovo, pratico, in qualche misura anche post-umanista, per tenere conto delle tante ibridazioni che hanno cambiato il nostro abitare esistenzialmente il pianeta Terra. Un umanesimo che non si ferma a evidenziare l’importanza degli studi classici e non contiene alcuna divinizzazione dell’umano nelle sue capacità e nel suo desiderio di dominare la natura e l’animalità. Dagli umanesimi del passato questo libro prende spunti per evidenziare un nuovo umanesimo basato su valori, concetti, istruzioni e pratiche (la paideia greca, l’humanitas latina, la Bildung germanica, ecc.) ritenute umaniste perché attente al fattore umano, rifuggendo però dicotomie fallaci e senza tracciare confini, perché l’umanità non è un’sola. Lo sguardo è rivolto all’umanità intera, non solo quella bianca e occidentale ma l’umanità tutta, che tiene insieme tutte le genti della terra compresi i migranti e i barbari (i βάρβαρος di Omero, ma anche gli ξένοι o i μέτοικος odierni) che molti insistono nel vedere come un pericolo ai confini delle proprie terre. Tutti umani, tutti con un destino comune, pur nelle differenze, nella pluralità e nell’alterità che essi manifestano.
L’obiettivo è di contrastare le promesse etiliche inebrianti degli estremismi di ogni tipo, anche quelli prometeici della tecnologia, che ci spingono a distogliere lo sguardo dalla realtà fattuale per spostarlo verso futuri e tecno-paradisi leibniziani in formazione. Il richiamo è alla responsabilità umanista che compete a ognuno nel prestare attenzione alle cose terrene, pensando al benessere comune e condiviso con gli altri, ai diritti e alla dignità delle persone. Una responsabilità agita con altri, abbandonando una visione puramente antropocentrica ed eurocentrica, tipica delle fenomenologie occidentali, capace di abbracciare tutte le specie viventi e non viventi che abitano la terra. Il vivente non va intralciato, va celebrato ovunque esso si trovi, attivandosi per il raggiungimento della sua pienezza, un modo intelligente per arricchire il contesto che con esso condividiamo. Uno sguardo diverso cambia la prospettiva facilitando la scoperta delle relazioni, dei legami, che collocano gli umani in contesti diversi in grado di riconciliarsi tra loro, dando forma a una nuova accezione di umanità.
La prima delle pratiche umaniste trattate in questo libro propone di contribuire a un “nuovo umanesimo”, un umanesimo rigenerato lo ha chiamato Edgar Morin nel suo ultimo libro sul Metodo, scritto a centodue anni, attraverso il ritorno a porsi domande, a interrogarsi sulla condizione dell’uomo e sul suo destino. Un ritorno necessario, dettato dalla cecità che ci ha colpiti, dalle crisi e dalle molteplici trasformazioni in corso, molte delle quali imprevedibili e potenzialmente catastrofiche. Così come per alcuni l’umanesimo fu il tentativo di uscire dal medioevo, il Nostroverso con le sue pratiche umaniste rappresenta una via per ribadire, nel pieno dell’esaltazione tecnologica attuale, la dignità e il valore essenziali dell’essere umano, la sua capacità di raggiungere una piena realizzazione personale, mettendo al centro la persona intera, unità di corpo e di anima, di razionalità e spiritualità, come essere vivente, diverso da una macchina anche se con essa ibridata.
La pervasività delle neotecnologie e gli effetti da esse causate sull’agire umano suggeriscono di richiamare i valori degli umanesimi passati (quello italiano della fine del secolo Trecento e del secolo Quattrocento, e quello europeo del Seicento fino alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino) sui quali costruire narrazioni alternative per un nuovo umanesimo aggiornato, capace di richiamare l’attenzione sul valore dell’uomo o dell’umano, di farlo in modo etico, nel rispetto di tutte le altre forme di vita sulla Terra. Quel rispetto che manca all’uomo tecnologico oggi celebrato come Homo Deus (mi ricorda “l’uomo misura di tutte le cose” di Protagora), Homo divinizzato, che crede di essere tornato ad essere la misura di tutte le cose e che vuole imporre il proprio ordine al mondo ergendosi a divinità. Una pretesa peraltro paradossale considerando che, da soggetto del mondo, Homo deus si sta trasformando in un oggetto come tanti altri, non più protagonista della manipolazione della realtà ma vittima, imprigionato com’è dentro mondi tecnologici e tecnocratici che si sono arrogati il diritto di manipolare ogni cosa, monetizzando, consumerizzando e trasformando tutti gli esseri umani sulla terra in semplici merci da consumare.
L’umanesimo del Nostroverso prende le distanze dal presente (presentismo) corrente, se ne distanzia criticamente per osservarlo meglio, assume una posizione scettica nei confronti della fede positivista e molto tecnologica dominante, non teme l’accusa di conservatorismo, accetta la scommessa del progresso e delle sue conseguenze sulla condizione umana, opera per fare argine alle tante derive scientiste e tecnocratiche che celebrano la potenza dell’Homo deus senza riconoscerne finitezza e limiti, inadeguatezza e “antiquatezza” (G. Anders). Deve essere un umanesimo nuovo o ripensato, perché è contestualizzato dentro un’era dominata dall’ideologia-religione tecnologica, fondata sull’individualismo, il nichilismo e l’utilitarismo. Una chiesa new-age guidata da élite tecno-liberiste e libertarie di egosauri[1], esseri mostruosi dall’ego smisurato, di narcisisti elettisi a nuovi Dei dell’Olimpo contemporaneo, con al seguito milioni di altri egosauri, che sono tutti intorno a noi e dentro di noi. Deve essere un umanesimo nuovo uovo perché tiene in considerazione anche un’evoluzione umana ibridata con le macchine, individuata da molti come postumana, da alcuni anche transumana, proponendosi come vaccino per il virus disumano dalle numerose varianti, emergenti in continuazione dalle terre di nessuno delle piattaforme digitali popolate da milioni di persone e dalle pieghe della società. Non nuovo agli umanesimi passati è invece il richiamo all’istruzione e all’educazione, alla scuola e all’università, al recupero del pensiero umanistico del passato e a quello emergente del presente.
La proposta di un nuovo umanesimo nasce dalla percezione che la tecnologia e la scienza ispirino ormai l’interpretazione dell’uomo e della sua condotta escludendo la cultura umanistica o ritenendola inadeguata a raccontare il presente e a cambiare il futuro. La rivoluzione tecnologica ha cambiato anche la scienza e il modo di fare ricerca, la sua comunicazione e divulgazione. La scienza è diventata sempre più specialistica e parcellizzata, priva di uno sguardo globale, ha dimenticato le sue origini umanistiche, è responsabile del tecno-scientismo dilagante che contribuisce alla diffusione di un pensiero materialistico, promuovendo l’idea che la tecno-scienza abbia una risposta a qualsiasi problema. La scienza pretende di poter fare a meno della cultura umanistica dimenticando che la cultura umanistica non può essere contrapposta semplicisticamente alla scienza, essendo essa stessa impregnata di tecnologia (la scrittura non è tecnologia?). Potente e necessaria per la scienza, utile per non cadere nella trappola della semplice ricerca di risultati, capace di fornire una visione e cultura generale, strumento potente per la comunicazione tra i saperi.
A ciò si aggiunge anche la percezione che l’umanesimo di cui spesso si parla abbia nel frattempo tradito le sue origini e perso la capacità a riflettere sull’umano per capire cosa sia, dentro una società nella quale emergono spinte, politiche e pratiche sempre più inumane e disumane come quelle descritte da Marco Revelli. Ne è testimonianza la perdita di conoscenza e di conoscenze, il ritorno ad approcci riduzionistici che forniscono visioni parziali e limitate della realtà, la sparizione della spiritualità, l’esaltazione di una materialità che nasce dalla separazione tecno-pratica e puramente funzionale di mente e corpo (cervello), frutto della megalomane idea di separare l’umano dalla natura (oggi abitualmente e in modo erroneo definita ambiente).
L’umano che ne emerge ha perso la capacità di interrogarsi filosoficamente e spiritualmente sulla complessità del mondo e su sé stesso. Preso com’è dall’innamoramento per la tecnologia che lo sta robotizzando e automatizzando, preferisce decantare il progresso tecno-scientifico e la sua evoluzione postumana, invece di soffermarsi su aspetti umanistici ritenuti inadeguati e fuori tempo, come gli studi classici, l’arte, la poesia, la letteratura, il sentimento e l’amore, l’anima, la meditazione e la ricerca interiore. Sappiamo tutto dell’Homo technologicus, discettiamo liberamente sull’Homo faber ed economico e abbiamo perso traccia dell’Homo sapiens. La perdita non è irrilevante, determina l’incapacità a una visione globale e non frammentata, olistica e complessa, capace quindi di vedere gli effetti e i contro-effetti dell’evoluzione in atto e di tenere sempre conto, come dicono il filosofo, lo psicologo e lo psichiatra, della componente di follia, di delirio (tremens), di onnipotenza e mancanza di misura, di demenza, del genere umano sulla terra.
Non a caso nell’era della razionalità tecnica, della ragione computazionale e fredda, ci ritroviamo a fare i conti con l’insorgere di passioni forti, declinate in fanatismi e populismi vari, isteriche culture della cancellazione, con la perdita di memoria e una cecità diffusa come quella ben descritta da Josè Saramago nel suo libro Ensaio sobre a Cegueira. La cecità colpisce noi stessi e le cose ordinarie della nostra vita, non potrà mai trovare soluzione in uno dei tanti visori per il Metaverso che ci promettono mirabilie e di vedere al di là della realtà. Come dice al marito la moglie del dottore, protagonista senza nome del romanzo di Saramago e unica a non avere perso la vista in un mondo di ciechi, “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che vedono. Ciechi che, pur vedendo, non vedono”. E ciechi rischiamo di rimanere anche nel non vedere a cosa ci sta portando l’avere dimenticato il nostro essere dentro il Nostroverso, per avere sposato il nostro essere simulato fatto di semplici dati e informazioni dentro il Metaverso.
Per resistere al Metaverso (termine onnivoro che deborda dalla semplice semantica della parola che lo contiene) digitale, virtuale e consumistico nel quale l’individuo è ridotto a semplice funzione di una macchina, il Nostroverso ha bisogno di un nuovo umanesimo, capace di dare un senso e un valore all’esistenza che la tecno-scienza da sola non può generare, un nuovo umanesimo idoneo a delineare un contesto diverso da quello schematico, atomizzato e frammentato riconducibile a una visione puramente meccanicistica, positivista e utilitaristica della realtà e dell’esistenza umana. Tutti impegnati a celebrare i successi della tecnologia abbiamo dimenticato ciò che differenzia le macchine umane viventi da quelle artificiali alimentate dall’elettricità. Forse non sappiamo neppure che mentre le prime sono autopoietiche, caratterizzate dalla costante variabilità e diversità, capaci di auto-organizzarsi, di produrre e riprodurre le condizioni della propria esistenza a partire dalla loro relazione complessa con l’ambiente circostante e la natura, le seconde sono il prodotto della programmazione umana e tendenzialmente serializzate, prodotte in serie, uguali a sé stesse e come tali replicabili. Senza essere opportunamente alimentate, smetterebbero di funzionare, anche se intelligenti e dotate di batterie longlife prodotte in Cina da Elon Musk.
Tutti impegnati a celebrare i successi della tecnologia abbiamo dimenticato ciò che differenzia le macchine umane viventi da quelle artificiali alimentate dall’elettricità.
Alle pratiche stereotipate e serializzate che Musk propone per rendere più produttive ed efficienti le sue fabbriche robotizzate, vanno sostituite pratiche umaniste esercitate da umani motivati a ridare forza ai significati umani del vivere insieme e a difenderne i valori, oggi messi in discussione dalla rivoluzione tecnologica, che è anche culturale, antropologica, sociale, politica e cognitiva. Il pensiero affidato alle ChatGPT e alle sequenze logiche dei codici stranieri delle macchine è entrato in crisi generando una preoccupante perdita di memoria e un diffuso smarrimento che attende solo di (ri)emergere al di fuori delle trappole felicitarie e mistificatorie nelle quali è stata relegata molta parte dell’esistenza quotidiana.
Lontano dal dialogo che alimenta lo scambio intersoggettivo incarnato, il pensiero si è inaridito insieme al linguaggio che potrebbe esprimerlo, sembra rifuggire da ogni sollecitazione critica, da ogni follia creativa, fa prevalere irrazionalità e senso comune, individualismo, cinismo, comportamenti servili, che rendono impossibile difendersi dai (tecno)poteri dominanti del momento. Proprio mentre si celebra la potenza delle tecno-scienze, moltitudini di persone sembrano avere perduto la capacità razionale della ragione, della critica costruttiva e del dialogo. Nell’era tecnologica che vede l’umano trasformarsi in strumento della tecnica prevale l’individualismo, ma al tempo stesso l’individuo è sempre più disintegrato, assimilato al profilo digitale numerico con cui si mantiene vivo dentro i molteplici Leviatani che lo sorvegliano, controllandone comportamenti e modi di pensare. Gli uni e gli altri sono massificati e uniformizzati dentro una identità collettiva che impedisce di investire sulle differenze, unicità e irripetibilità di cui ogni personalità individuale è potenzialmente portatrice.
Alla massa di Canetti, i tecno-poteri dominanti, al servizio di potenze economiche amorali e insensibili ai problemi della terra, sembrano prediligere il gregge, il branco dei senza nome e i suoi istinti regressivi, la tribù, la muta e l’orda che trascinano annullando le volontà individuali. La disponibilità illimitata di mezzi tecnici, le accresciute capacità computazionali e la disponibilità incommensurabile di dati e informazioni potrebbero essere messe al servizio dell’umanità (Homo sapiens) per un miglioramento della condizione dell’umano sulla terra, ma moltitudini di persone si limitiamo a farne un uso strumentale, parcellizzato e limitato, anche per la mancanza di conoscenza e di consapevolezza. Estasiati dall’onnipotenza dei mezzi di comunicazione utilizzati e convinti di avere acquisito attraverso di essi un maggiore potere, non si rendono conto dell’impoverimento personale e relazionale a cui sono soggetti, dei filtri mai neutrali che si frappongono tra loro e la realtà, della perdita di capacità critica, unico vero filtro di cui bisognerebbe dotarsi per contrastare l’evangelizzazione missionaria dell’ultima ideologia della nuova religione tecnologica.
Il nuovo umanesimo di cui abbiamo bisogno non comporta un ritorno al passato ma il recupero di valori che alle forme passate di umanesimo appartengono perché “le cose passate fanno lume alle future […] perché tutto quello che è e sarà è stato in altro tempo e le medesime cose ritornano[2]”. Sono valori sconfitti da quelli oggi prevalenti, veicolati come sono da potenti mezzi di comunicazione che hanno sostituito nelle loro narrazioni le interazioni umane con quelle elettroniche, la socialità virtuale a quella naturale, il fare all’agire, il materiale e il tangibile all’immaginario. La difesa dei valori dell’umanesimo non prevede alcuna forma di allineamento a questa narrazione contemporanea dominante che trasforma l’umano in macchina, celebra la sua natura tecnico-economica e ignora le altre componenti antropologiche fondamentali dell’umano come l’immaginario, il mito, l’ideologia, il sacro e la religione, la spiritualità, il bisogno di speranza, la poesia.
Per chi ama l’uomo (termine che comprende anche la donna) i valori-virtù sui quali bisogna oggi investire sono la giustizia, la carità, la solidarietà, la diversità, la benevolenza e la pietas, la cui assenza è stata ben evidenziata dalla strage dei migranti di Curno del 2023. Per rivitalizzare questi valori bisogna tornare a ridare dignità all’educazione (la paideia dei greci) investendo sulla formazione e l’apprendimento, sui giovani, sulla scuola pubblica e sull’istruzione. Il contesto da cui partire è quello che negli ultimi decenni ha visto crescere i movimenti di pensiero post-umanista e transumanista, affermarsi la consapevolezza della inadeguatezza del pensiero antropocentrico occidentale, l’arrivo di nuove epistemologie antropologiche, il diffondersi di filosofie orientali, l’emergere di processi culturali, legati alla crisi ambientale, che si propongono un profondo processo di decolonizzazione intellettuale, emozionale, etica e spirituale, dello sviluppo, andando a ricercare nuove alternative. Le trasformazioni globali in atto, le crisi sistemiche, multiple e asimmetriche che segnano i nostri tempi, evidenziano lo sgretolamento di tanti aspetti della vita interrogando tutti a impegnarsi per riprendere il destino dell’uomo nelle proprie mani e provare a costruire scenari futuri che permettano di superare l’incertezza che pervade ogni cosa attuale.
La specificità dell’umano, inteso come mente e corpo, sta nel suo essere relazionale, nell’avere una coscienza, provare emozioni e sentimenti, sentire bisogni e desideri
La specificità dell’umano, inteso come mente e corpo, sta nel suo essere relazionale, nell’avere una coscienza, provare emozioni e sentimenti, sentire bisogni e desideri, disporre di una ragione, affinata nel tempo, utile per calcoli e scelte utilitaristiche ma anche come strumento per il vivere e l’agire bene. L’uomo non è al centro dell’universo, deve sempre fare i conti con il proprio inconscio, ma possiede una potenza e una energia ancora lontane dall’essere compiutamente definite. Lo sanno bene scienziati e filosofi, meno le moltitudini di persone che preferiscono abitare gli spazi rassicuranti delle piattaforme rinunciando a esercitare un’azione (auto)critica delle loro esperienze, percezioni e conoscenze. Nel nuovo mondo tecnologico e algocratico molti valori umanisti sono andati perduti, aumenta l’ignoranza che assopisce le coscienze e calano le difese verso chi lavora per soggiogarle, sono state recise le radici con il passato, si vive con gli occhi bendati (dai caschi del Metaverso) che impediscono di vedere dove si è diretti e di conoscere il paesaggio nel quale si è immersi. Unico rimedio a tutto questo è la formazione, l’apprendimento continuo, il lavoro intellettuale, l’elaborazione di pensiero critico, la disponibilità al confronto e al dialogo (oggi diventato autistico, semplice monologo individualista e narcisista) finalizzati a una difesa dell’umano, a una resistenza umanistica per superare la profondissima crisi in corso. Come ha scritto Francesco Varanini nel suo libro Perché posso dirmi formatore, “Dovremmo concepire la formazione come sguardo gettato senza remore su quei terreni che ci appaiono oscuri e fonte di paura. La formazione consiste nel lavoro su di sé che ogni cittadino del mondo è chiamato a compiere e nella costruzione sociale di conoscenza. La formazione consiste nell’andare oltre l’ignoranza. Il timore del nuovo si supera sperimentando e studiando. O, almeno, ascoltando qualche narrazione[3]”.
Senza investire sulla scuola e sull’educazione non ci può essere un nuovo umanesimo, non si può nemmeno pensare di potersi opporre alle molteplici forze che oggi alimentano la rivoluzione tecnologica senza curarsi dei suoi effetti sull’umanità e sul pianeta. La scuola e l’università devono ritrovare il loro prestigio sociale, non solo per gli studi e le facoltà scientifiche ma anche per quelle umanistiche e artistiche. Lo ha sostenuto anche papa Francesco nell’enciclica Laudato sì: “Serve un patto educativo globale che educhi a un nuovo umanesimo”. Un’attenzione particolare deve essere rivolta al linguaggio, alla cura e all’arte della parola, come strumento di trasmissione di idee e di sentimenti e non di semplici dati e informazioni, di senso e non si semplici messaggi marketing e promozionali (“La parola è prima, la comunicazione seconda”), per andare in profondità e scalfire la superficie nella quale oggi tutto si annega nella chiacchiera quotidiana. La motivazione all’apprendere e acquisire nuove conoscenze dovrebbe nascere dalla profondità della crisi che stiamo vivendo. Non si tratta di filosofia delle catastrofi o di collassologia, ma di prendere coscienza che le trasformazioni in corso si presentano come irreversibili e globali. Ci si può adeguare rassegnandosi, facendo finta di niente, oppure ci si può ribellare ribellar impegnandosi a costruire futuri possibili nei quali prevalgano valori universali, umanisti.
L’educazione e l’apprendimento servono a contrastare il surplus informativo che ha ucciso il senso critico, favorito l’omologazione di pensiero e appiattimento delle idee, un conformismo spaventoso, che priva della libertà e al quale tutti sono chiamati a uniformarsi senza trasgredire o resistere. Una scelta che fanno in molti per evitare l’isolamento e l’esclusione, aderendo ai memi e alle mode del momento e andando ad allargare le moltitudini di follower dei vari influencer e imbonitori di cui la rete è piena. I social che pullulano di istinti intolleranti, di incitazioni all’odio, di linguaggi impoveriti, brutalizzati nell’uso delle parole e dei loro significati, richiamano tutti a contrastare una normalità che non ha nulla di normale, invitano al senso del limite, a recuperare uno sguardo umano finalizzato al rispetto e alla dignità delle persone. I social sono solo la cartina di tornasole di qualcosa che nella nostra civiltà occidentale si è rotto, mettendo in luce problemi strutturali inerenti alla condizione umana sulla terra in un’epoca di grandi trasformazioni e crisi, le relazioni tra esseri umani e degli esseri umani con la natura e con l’ambiente circostante, ciò che in altre parti di questo libro ho chiamato i pluriversi a cui dovremmo prestare più attenzione che ai metaversi. Tutto parte da due fenomeni che hanno caratterizzato la fine del secondo millennio e si sono accelerati nel terzo: lo sviluppo tecno-scientifico dominato dalla “will of power” della tecnica e di chi la possiede; la globalizzazione del globo terrestre resa possibile e accelerata dall’uso pervasivo delle neotecnologie, oltre che dalla volontà di dominio sul globo terrestre del capitalismo nella sua fase attuale di sviluppo. I due fenomeni hanno riplasmato, cambiato il mondo e la vita di tutti gli esseri viventi che lo popolano.
Sono andati in crisi i legami sociali, facendo emergere malattie mentali e solitudini di massa. Sono venute meno forme comunitarie tradizionali fondate sulla solidarietà
Gli effetti del cambiamento sono visibili a tutti. Sono andati in crisi i legami sociali, facendo emergere malattie mentali e solitudini di massa. Sono venute meno forme comunitarie tradizionali fondate sulla solidarietà. È emerso il rapporto malato dell’uomo con l’ambiente e con una natura, sempre più riconfigurata come semplice risorsa funzionale finalizzata alla produzione e al profitto. La conseguenza più visibile è un senso di incertezza, che ha pervaso la vita quotidiana di tutti, generando spaesamento, insicurezza e tanto scontento, senza che ci sia la capacità di cogliere che i mutamenti emergenti sono profondi e accelerati. Sono entrati in crisi concetti cardini della modernità come quello del progresso e dello sviluppo, dando forma a una inquietudine che coglie molti impreparati e indifesi, nell’intersezione di un agire quotidiano potenziato dalle macchine dentro dimensioni spazio-temporali dilatate che comunicano potenza e certezze, e una dimensione esistenziale che genera vertigini e spaesamento, la perdita di orizzonte.
L’inquietudine che si è impossessata di moltitudini si affianca a mille interrogativi senza risposta, perché non bastano più risposte semplici, bisogna affrontare un passaggio epocale che porti a una nuova concezione dell’uomo, a ridefinirne i rapporti di forza che caratterizzano la società attuale, con la natura e l’ambiente, a ripensare innovazione e progresso, modelli di sviluppo economico e sociale, organizzazione del lavoro e politica. Le risposte non potranno emergere senza una battaglia culturale che porti a un nuovo umanesimo, senza l’adozione di pratiche umaniste finalizzate a delineare gli scenari futuri come elementi di speranza. La speranza è anche, per metaforizzare un pensiero di Karl Marx, l’unico modo per continuare ad avere fiducia del presente: “Non dirò che ho troppa fiducia nel presente; e se tuttavia non dubito di esso è solo perché la sua situazione disperata mi riempie di speranza. […] Da parte nostra dobbiamo portare completamente alla luce del giorno il vecchio mondo e creare positivamente il nuovo mondo.[4]”.
Per gettare le fondamenta di un nuovo umanesimo bisogna rompere il velo di Maya conformistico che ha passivizzato milioni di individui, rendendoli succubi e complici di una visione del mondo governata dai bit e dalle informazioni, dagli algoritmi e dalle macchine. In questa visione, dominata dalla retorica e dalla misinformazione che governano una potente fabbrica del consenso, l’umano è sempre più assimilato alla macchina, gli individui sono trattati come folla incapace di senso critico e per questo ritenuta facilmente assoggettabile e manipolabile. La manipolazione è facilitata dalla sparizione degli intellettuali, che un tempo facevano chiarezza sul mondo, dalla mancanza di curiosità intellettuale, dalle scarse letture, dalla percezione che non esistano alternative e dalla ricerca di sollievo alle infelicità della vita, rintanandosi in modo cinico e narcisistico dentro i mondi virtuali di Internet. Come se non esistessero al contrario “mille contrarie maniere di vita” (Montaigne) diverse da quelle praticate da noi.
Per gettare le fondamenta di un nuovo umanesimo bisogna rompere il velo di Maya conformistico che ha passivizzato milioni di individui, rendendoli succubi e complici di una visione del mondo governata dai bit e dalle informazioni, dagli algoritmi e dalle macchine
Le alternative in realtà non mancano. La loro percepita mancanza è inculcata dai numerosi Pangloss contemporanei, che descrivono il mondo virtuale nel quale viviamo come l’unico mondo reale possibile. Chi accetta questa narrazione sviluppa atteggiamenti apatici ed egoistici, coltiva il rifiuto di analizzare e comprendere i meccanismi che muovono la società, spesso generando situazioni di ingiustizia, disuguaglianza e povertà. Come ha scritto Luigi Miraglia:
“questa nefasta abitudine di fare da spettatori passivi e fiacchi della storia che scorre, questo continuo stare a guardare tutto con gran voluttà, come se non s’avesse cuore, questo veder tutto come in una realtà virtuale, mentre si sta in pantofole a sgranocchiare il foraggio della propria bestialità, ci trasforma in caricature […] e ci fa vivere in strani intermundia. Nella nostra bruta atarassia dell’ignavia, e sviluppa sempre più in noi la convinzione di non potere intervenire, di non potere fare nulla; ci radichiamo nella certezza che la storia e gli eventi siano retti da forze oscure e arcane inaccessibili e intangibili […]”.
La percezione di non poter fare nulla è una scusa con la quale abbiamo cancellato il povero dalla realtà, lo abbiamo reso un puro dato statistico o sociologico. Lo è anche con la disuguaglianza e l’ingiustizia, ma non interrogarsi sulla povertà odierna, fare finta che non esista (i ristoranti e i centri commerciali sono sempre pieni diceva qualcuno tempo fa), ci rende colpevoli e complici, della miseria strutturale che si sta diffondendo nelle nostre città italiane e nel mondo.
Trasformati in tante monadi Leibniziane surfiamo, mentalmente apatici, i mondi virtuali senza tempo e privi di spazio della rete, attraverso schermi-finestre che non riusciamo mai realmente a oltrepassare. Rimaniamo dentro una finzione, ci accontentiamo di una prossimità simulata, ci muoviamo come zombie rinunciando ad andare verso il Nostroverso, un mondo reale nel quale fare esperienza fisica del mondo, camminare per andare verso il mondo, invece di aspettare che, attraverso il web e i suoi filtri, il mondo venga a noi.
Per andare verso il mondo mettendosi in cammino bisogna recuperare la memoria, ribellandosi al grande esperimento di ingegneria sociale nel quale siamo tutti cavie, smettere di essere semplici spettatori, per ritornare a essere attori e protagonisti della propria vita, per tornare a vivere invece di limitarsi a sopravvivere. La ribellione non è luddista ma umanista, è esistenziale, non è contro la scienza e la cultura scientifica ma richiama tutti alla consapevolezza sulla natura complessa dell’uomo (Homo complexus), alla responsabilità delle proprie azioni e alle tante domande che da sempre l’uomo si pone. Non nega la rivoluzione delle macchine ma ne mette in discussione gli esiti sul futuro dell’umanità, ne evidenzia la grande bugia sulla sua inevitabilità e sposta l’attenzione su problemi reali come quelli che oggi, anche come conseguenza della tecnica e del suo bisogno bulimico di risorse che stanno devastando l’ambiente e la terra, interessano milioni di persone in carne e ossa alle prese con risorse limitate che incidono sulle economie dei paesi più poveri così come di quelli più sviluppati.
La ribellione non è luddista ma umanista, è esistenziale, non è contro la scienza e la cultura scientifica ma richiama tutti alla consapevolezza sulla natura complessa dell’uomo (Homo complexus), alla responsabilità
I problemi sono materiali come l’automazione e la robotizzazione del lavoro, la perdita di posti di lavoro per il dilagare delle intelligenze artificiali nei luoghi di lavoro, il divario crescente tra ricchi e poveri e la povertà in costante aumento (spaventosa e paradigmatica quella che interessa un paese come gli Stati Uniti) che alimenta le migrazioni climatiche ed economiche. Sono anche spirituali e filosofici come la pervasività del capitalismo della sorveglianza governato da élite tecnocratiche, la perdita della libertà di scelta e l’evaporazione della cittadinanza e della partecipazione politica, la privatizzazione e digitalizzazione del sapere, la pervicacia nell’impedire lo sviluppo e il nutrimento del pensiero critico, la riduzione dell’essere umano a semplice merce e meccanismo computazionale.
Tutti questi problemi possono trovare soluzione o risposte promuovendo un nuovo umanesimo, da alcuni definito anche come digitale perché fondato su una visione che riconosce la peculiarità dell’umano e delle sue capacità, servendosi delle tecnologie digitali per ampliarle. L’uomo deve ritornare a essere soggetto della propria vita, ribellandosi alla sua riduzione a semplice fornitore di dati e informazioni e come tale trattato da oggetto macchinico mercificato e reificato, asservito a logiche computazionali e statistiche, economiche e politiche finalizzate al consumo e al profitto. Il nuovo umanesimo deve andare oltre, contrastare la deriva tecnicista dell’era tecnologica, passando dal recupero di una socialità vera, poco social ma molto sociale e solidale, fondata sulla razionalità (da non confondere con il calcolo) e l’emozione, la mente e il cuore. Alla celebrazione egolatrica dell’io, tipica della cultura del tecno-evo moderno, bisogna sostituire il ritorno al noi, promuovendone la dialettica che lo caratterizza da sempre, ricercando le condizioni “perché un io possa fiorire in un noi, ed il noi possa permettere all’io di fiorire[5]”. Il percorso da compiere è lastricato di ostacoli e di burroni cognitivi, il pensiero da promuovere e difendere è abilmente contrastato e bullizzato, le scelte da compiere per sostenerlo non saranno mai definitive ma sempre sfidanti. Una scommessa rischiosa che richiederà tanto coraggio e tenacia, altrettanta prudenza e perseveranza, un agire etico oltre che estetico e artistico, che sempre discende dal saper pensare con la propria testa.
L’uomo deve ritornare a essere soggetto della propria vita, ribellandosi alla sua riduzione a semplice fornitore di dati e informazioni e come tale trattato da oggetto macchinico mercificato e reificato, asservito a logiche computazionali e statistiche
Il nuovo umanesimo del Nostroverso che qui propongo è intriso di umiltà e consapevolezza dei limiti della condizione umana. Necessita della riscoperta del logos come strumento di pensiero e di parola, strumento di rottura con le numerose visioni e narrazioni incomplete e deboli del mondo, serve a sviluppare la consapevolezza necessaria a ritrovare un posto sulla Terra e nella natura, senza prevaricare sulle altre forme viventi del pianeta.
La Terra, il pianeta che la ospita e la natura sono diventate scelte prioritarie rispetto ai molteplici universi virtuali che cercano di emularle e simularle, dentro mondi commerciali e mercificati. Il ritorno al logos può aiutare a riflettere sulla straordinaria complessità dell’uomo e su quanto essa sia stata ridotta e disintegrata dentro visioni unilaterali, parziali, pretestuosamente razionalizzatrici, incapaci di tenere conto delle molteplici specificità e diversità esistenziali umane. Il ricorso al logos comporta una riflessione su sé stessi, sulla propria vulnerabilità e caducità, comporta la riscoperta della spiritualità, l’assunzione di responsabilità che competono all’uomo nella fase critica che l’umanità intera sta attraversando nella sua corsa scellerata verso la sesta estinzione, comporta la scelta di azioni finalizzate al bene comune, la pratica di una cittadinanza politica mirata a cambiare i modelli correnti con altri fondati sulla solidarietà, sulla tolleranza, sulla redistribuzione e sulla equità. Non basta operare per la propria felicità individuale come suggeriscono molte filosofie felicitarie alla moda, meglio promuovere una felicità dei singoli che si sposi con quella di un’intera comunità, contribuendo a (ri)fondare una nuova etica basata sulla libera assunzione di responsabilità e fondata sulla (tecno)consapevolezza.
Il nuovo umanesimo può trarre vantaggio dalle molteplici forme di umanesimi contemporanei emergenti, per proporre idee utili ad aggirare il collasso della società e dell’umanità. Umanesimi come quello digitale[6] che, mettendo in discussione le pretese dell’intelligenza artificiale, aspira a umanizzare le macchine definendo un’etica digitale di riferimento. Oppure quello radicale che, oltre a suggerire una riflessione critica sull’era tecnologica, propone anche una sua lettura materialistica, socialista e di classe. Su tutto deve però prevalere una concezione umanistica che parta dalla realtà fattuale dei nostri tempi e sappia demistificare le tante narrazioni manipolatorie che stanno cambiando il significato stesso delle parole usate per raccontare la realtà. I fatti stanno tutti dentro le tante discriminazioni ancora in atto, che invece di creare fluidità tra universi paralleli, creano universi sovrapposti e disuguali. Le discriminazioni sono quelle contro i migranti, le donne, i bambini, i disadattati e i precari, le persone schiavizzate e sfruttate, che rendono prioritario e urgente riaffermare il principio umanistico che ogni essere umano debba essere riconosciuto come tale. Il principio in sé non basta, c’è bisogno di un lavoro culturale che vada in profondità, che non può che partire dalla cooperazione attiva e generativa tra culture di natura differente, come la cultura umanistica e filosofica con quella scientifica e tecnologica.
Nessuno può oggi mettere in discussione i successi della tecno-scienza e la ricchezza di nuove conoscenze che ci ha elargito, tutti sono però chiamati a porsi delle domande sulla condizione umana nell’era tecnologica corrente, a interrogarsi sul destino dell’uomo, a mettere in discussione una visione puramente tecnica, soluzionistica e iperspecializzata del mondo, che rigetta ogni contributo riflessivo umanistico come inutile o superfluo. L’impatto della tecnologia in molti ambiti esistenziali è traumatico, induce a formulare domande su come e quanto le tecnologie digitali stiano modificando pratiche, abitudini e modi di pensare, su come influenzino le nostre mappe cognitive e la nostra stessa percezione del mondo che ci circonda e la nostra capacità di immaginarne gli scenari futuri. Una percezione che finisce per essere neutralizzata e una immaginazione che viene condotta alla cecità.
Nessuno può oggi mettere in discussione i successi della tecno-scienza e la ricchezza di nuove conoscenze che ci ha elargito, tutti sono però chiamati a porsi delle domande sulla condizione umana nell’era tecnologica corrente
Ci si sta giocando la possibilità di rimanere umani in un mondo di uomini robotizzati, digitalizzati e diminuiti (Benasayag). Mai come oggi l’urgenza di una visione umanistica, fondata su nuovi studi umanistici e pratiche umanistiche, come quelle che ho provato a raccontare in questo libro, chiama tutti a impegnarsi individualmente, nella difesa di valori umani messi in pericolo dalla loro trasformazione in gesti digitali e automatismi tecnologici, dall’affidarsi ciecamente a filosofie dell’umano fondate sul riduzionismo, sulla logica formale e sul calcolo, che stanno imponendo una percezione cognitiva dell’umano come macchina.
I valori con cui vivificare il Nostroverso attraverso un nuovo umanesimo non sono puramente razionali, basati sullo scambio commerciale e utilitaristico che caratterizza oggi le piattaforme online. Sono valori che partono da una ragione sensibile, espressione di emozioni e passioni incarnate, una ragione immersa nella relazionalità tra noi e gli altri ma anche da un amore ritrovato per l’Altro e per l’umanità tutta intera, senza preclusione o pregiudizi. È una ragione alla costante ricerca di verità e Verità, come fondamento della libertà individuale e collettiva, del vivere civile e rispettoso della diversità di idee, dentro società malate nelle quali a proliferare sono oggi le false verità, le verità alternative e i complottismi vari che hanno reso l’aria mefitica e irrespirabile, ma soprattutto hanno determinato una grande confusione cognitiva, dalla quale sembra impossibile liberarsi. Non tutto è conoscibile, ogni intuizione, ipotesi, scelta, tentativo, idealizzazione o idea è piena di potenziali contraddizioni, non risolvibili affidandosi a un algoritmo o ad un assistente personale come Alexa o Siri.
Mentre proliferano le verità infallibili e le certezze prodotte dalla ChatGPT e da sue sorelle varie, fondate su una visione razionalistica del mondo, nel Nostroverso si riconoscono i limiti dell’umano, si ha consapevolezza della complessità del mondo. Si presta attenzione a ciò che non è razionale, tanto meno computabile, si coltiva apertura e stupore per i tanti misteri dell’umano e del mondo, così come ai fatti che nella loro semplicità fanno la differenza. Si coltiva la meraviglia che sempre nasce dalla sorpresa, la curiosità come motore della scoperta, la coscienza dell’instabilità, la capacità di abbandonare il noto per cercare di comprendere l’incerto e l’ignoto. Si investe con approcci razionali capaci di coniugare emozioni e sentimenti, a partire dalla percezione che qualcosa abbia bisogno di una spiegazione, capace di diradare la nebbia e/o di scatenare scintille (diverse dai memi di cui oggi tanto si parla).
Investire su pratiche umaniste come espressione di un umanesimo ritrovato significa infine ridare slancio a una parola come utopia, da tempo finita nel dimenticatoio, con l’eccezione della sua versione serializzata in streaming nella forma di distopia, che tanto piace alle nuove generazioni senza speranza di futuro. Le tante narrazioni realiste che animano il presentismo corrente mirando a fidelizzarci sulla stabilità, razionalità e ordine tecnologico dei tempi che viviamo, ci stimolano a riscoprire e a ripercorre l’utopia, a immaginare luoghi e tempi diversi da quelli oggi così abitudinariamente e noiosamente frequentati. La pratica dell’utopia è etica, riflette una coscienza critica e progettuale insieme. Tiene viva l’immaginazione, è una potente forza di cambiamento ed è necessaria per continuare a vivere cambiando, salvaguarda la nostra libertà di fronte al conformismo dilagante, che anche della disruption e della trasformazione (digitale) ha fatto un percorso di omologazione. Invece di accettare passivamente il viaggio che esso richiede e che suggerisce adattamenti continui per accompagnare il cambiamento, si può tornare a sognare l’impossibile, immettendo il possibile nel reale, lottando affinché non venga da esso fagocitato e vanificato. Ci si può attivare nell’immaginare mondi futuri alternativi a quelli presenti, nel costruire e sognare utopie, nella convinzione che anche l’improbabile è possibile, che a fare la differenza è sempre l’inatteso, emergente a nostra insaputa o a causa di nostre azioni, dentro sistemi complessi come noi siamo, come lo è l’organismo umano, la politica e la società.
Utopica e percepita fuori dal tempo è la solidarietà, lo sono anche la (tecno)consapevolezza e la responsabilità. Di queste pratiche ho parlato nel mio libro precedente a questo Oltrepassare, intrecci di parole tra etica e tecnologia (di cui è coautrice Nausica Manzi). Un libro nel quale ho provato a ridare valore e significati a parole ormai scomparse dal vocabolario dei più o semplicemente rese innocue dall’uso che ne viene fatto. Per potersi dichiarare umanisti bisogna amare l’umanità tutta, un’utopia e una scommessa insieme, bisogna sentirsi responsabilmente solidali con essa, partecipando alla costruzione di futuri prossimi venturi in grado di offrire benefici e vantaggi a tutti coloro che, sulla Terra, condividono una comunità di destino. Questo amore è utopico per definizione, unica arma oggi disponibile per contribuire all’emergere di nuovi scenari futuri pensabili come cooperativi e conviviali, disintossicati dal consumismo tecno-indotto, forse anche offline e senza connessioni Internet ma vissuti dentro ambiti relazionali incarnati, in presenza di corpo, sguardi e volti. Questa utopia umanista è oggi affiancata da altre utopie, postumane e transumaniste che nascono dalla certezza dell’avvicinarsi di tempi nei quali l’uomo, grazie ai progressi scientifici nella medicina e alla tecnologia, potrebbe essere diventato immortale. Utopie su cui mi piace riflettere e che amo studiare ma che non rientrano nella mia idea di un progresso umano che debba essere al tempo stesso intellettuale e culturale, etico e morale, politico e sociale, individuale e collettivo insieme, capace di fornire soluzioni concrete ai veri problemi dell’epoca presente, identificabili con la disuguaglianza e la povertà, la precarietà e la mancanza di lavoro, la malattia psichica che colpisce moltitudini di persone, la sparizione di diritti fondamentali e l’impossibilità di lottare per (ri)affermarli.
Di fronte al linguaggio omologato oggi prevalente la prima utopia da costruire sta nel riprendersi la parola e nel (ri)mettersi a parlare per dire cose altrimenti,
Di fronte al linguaggio omologato oggi prevalente la prima utopia da costruire sta nel riprendersi la parola e nel (ri)mettersi a parlare per dire cose altrimenti, diverse da quelle che “si sentono in giro”. Nella mia vita l’ho già fatto altre volte, un tempo lo si faceva nelle assemblee studentesche e nelle riunioni pubbliche e politiche. Oggi bisogna farlo dentro gli spazi virtuali per lasciare tracce, spargere semi, condividere concetti, idee e riflessioni, sempre facilmente manipolabili e presi in ostaggio dagli algoritmi, che ne valutano valenza e potenzialità, ma che possono essere offerti a tutti, alla ricerca del dialogo e dell’ascolto reciproco, mai come semplice sfogo o andando alla ricerca di visibilità o affermazione di sé. Meglio ancora se questa condivisione avviene nel Nostroverso, in incontri faccia a faccia, dentro aule scolastiche e universitarie o durante eventi e seminari in presenza, spazi fisici capaci di far risuonare la parola raggiungendo anche persone alle quali non era destinata e che dal suo suono capiscono quanto essa li avesse già catturati e conquistati.
La parola a cui penso io non è quella svuotata di senso del “bla, bla, bla” massificato online, è portatrice di carezze di cui oggi hanno tutti un insopprimibile desiderio. Il bisogno è tanto più sentito quanto più malato è il contesto comunicazionale, relazionale e mediale nel quale la parola si esercita. Contesti nei quali a prevalere è la brutalità del linguaggio, spesso declinato in parole violente, velenose, nella forma di schiaffi, calci e pugni in faccia, ma anche la sua auto-referenzialità e il cinismo che lo caratterizza, la comunicazione tautologica e centrata sul sé che genera maggiore solitudine, ansia e depressione.
L’individualismo corrente crea eremiti di massa che dal loro eremo pontificano e celebrano ciò che dalle loro torri percepiscono e vedono, ma sempre isolati gli uni dagli altri, chiusi dentro i loro gusci dai quali tendono a non uscire. Nella mia visione legata al Nostroverso, la parola è il corpo e l’anima che si aprono e si confrontano, è il tentativo di dare un senso alle cose e alle loro possibilità, è il tentativo di andare al fondo delle cose e toccare il cuore. Mira a ridare potere a una pratica che da tempo celebra online la sua impotenza e la sua incapacità di incidere positivamente sul vissuto delle persone, diventa strumento di fraternità e solidarietà ma anche di colloquio interiore nel quale la parola si fa silenziosa e musicale, praticando l’ascolto e il sentire intimo, dal di dentro.
Ripresa la parola e ritrovato il modo di farsi ascoltare, l’utopia può fare rima con umanesimo, diventare categoria narrativa e letteraria. Una pratica utile per elaborare ciò che serve ad abbandonare l’ideologia imperante del razionalismo chiuso, incapace di riconoscere i propri limiti e che sta uccidendo l’immaginazione umana (an)negandola dentro fini di sola utilità ed efficienza. L’utopia del nuovo umanesimo sta nel ritenerlo possibile e praticabile, nel percepirne il bisogno e l’urgenza universali. L’urgenza nasce dai passi da gigante compiuti dalla tecnologia razionalizzante, in particolare dall’Intelligenza Artificiale, che oggi alimenta le aspirazioni al controllo e al dominio delle tecno-burocrazie al potere. Utopistico è pensare al nuovo umanesimo come portatore di nuovi valori, regole e diritti, di usarlo come sistema di conoscenze e conoscenza capace di affrontare e comprendere la complessità nelle sue varie componenti razionali e irrazionali. Immaginare questa utopia è diventata necessità.
L’utopia si fa mettendosi in cammino, accettando l’avventura e l’imprevisto, aprendosi ai tanti futuri emergenti possibili.
L’utopia si fa mettendosi in cammino, accettando l’avventura e l’imprevisto, aprendosi ai tanti futuri emergenti possibili. Il Nostroverso è uno di questi futuri che io immagino utopisticamente, riprendendo un’immagine di Edgar Morin, come l’albero prolifico del baniano. Un albero sacro per la religione induista le cui radici continuano a diffondersi e a crescere grazie alla capacità generativa dei rami e dei ramoscelli che lo compongono. Cadendo verso terra si trasformano in nuove radici che a loro volta trasformano i rami in nuovi tronchi. Nel baniano del Nostroverso i rami sono le conoscenze, i comportamenti, le domande e le pratiche che, moltiplicandosi e ampliandosi, possono contribuire al nostro apprendimento e al nostro sapere, a farci diventare più saggi, a cambiare il nostro modo di vivere e la nostra esistenza. Immaginando le conoscenze come semi che si spargono nel vento, gocce gocciolanti (stalaktòs) che fluiscono costantemente come quelle delle stalattiti e delle stalagmiti, l’eutopia del nuovo umanesimo diventa allora uno strumento potente per trovare risposte alla nostra costante inquietudine e mal di vivere, per immaginare di poter risolvere le tante crisi del mondo contemporaneo, a partire da quella climatica, forse la più urgente da affrontare, la cui mancata soluzione renderebbe vano ogni tentativo umanista di progresso umano sulla terra.
In tempi di profonde trasformazioni non tutto è intelligibile o comprensibile, anche per il costante brusio elettronico che caratterizza il nostro ascolto e disturba le antenne personali con cui interroghiamo il mondo. A molti manca la piena consapevolezza, troppi assistono passivi ai mutamenti antropologici in atto, molti difettano di uno sguardo disincantato e critico sulla realtà. Abbracciare il nuovo umanesimo può trasformare tutti in costruttori di utopie capaci quindi di immaginare e dare forma a nuovi mondi verso i quali dirigersi, lasciandosi indietro un tecno-mondo diventato acquario trasparente, riflettente la realtà grigia e triste che lo racconta, portatrice di solitudini e infelicità, ma soprattutto impossibilitata a soddisfare i bisogni reali delle persone che lo frequentano. Il disincanto crescente che interessa un numero crescente di persone è foriero di grandi cambiamenti, ma prima bisogna partecipare alla battaglia culturale che serve per alzare lo sguardo dagli schermi e immaginarsi territori utopici nei quali trasferirsi, non da soli ma insieme a molti altri.
Abbracciare il nuovo umanesimo può trasformare tutti in costruttori di utopie capaci quindi di immaginare e dare forma a nuovi mondi verso i quali dirigersi, lasciandosi indietro un tecno-mondo diventato un grande acquario trasparente
Note
[1] Il termine dà il titolo a un libro di Pier Aldo Rovatti
[2] F. Guicciardini, Ricordi, a cura di R. Spongano, Firenze, 1951, pag. 87
[3] Francesco Varanini, Perché posso dirmi formatore – Editoriale scientifica, Napoli 2021, Pag.84
[4] La citazione è tratta dal primo e unico numero della rivista Annali franco-tedeschi (1843) che vedeva contributi di Marx, Ruge e Feuerbach.
[5] Edgar Morin, L’avventura del metodo. Come la vita ha nutrito l’opera, Cortina Editore, 2023, pag.101
[6] Da anni si sono diffusi in Italia e all’estero centri e gruppi di ricerca, composti per lo più da ricercatori giovani, che hanno dato vita alla Digital Humanities (informatica umanistica) da cui sono nate numerose associazioni come l’’Associazione di Informatica Umanistica e Cultura Digitale’ a livello italiano e a livello internazionale ‘European Association Digital Humanities’ e ‘Alliance of Digital Humanities Organization’. Il binomio tra informatica e scienze umanistiche descrive un campo di ricerca nel campo umanistico che sfrutta le tecniche computazionali applicandole alla storia, al linguaggio, all’editoria, ai beni culturali, ecc.