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Come il capolavoro barocco dialoga con l'Umanesimo Digitale: ogni passo in avanti è un atto d'amore verso chi ci ha preceduto. Esiste un legame invisibile, ma sorprendentemente solido, tra il marmo freddo e levigato di Gian Lorenzo Bernini e la calda gradazione cromatica di un'immagine che sintetizza l'era digitale. Se osserviamo la celebre scultura Enea, Anchise e Ascanio (1618-1619) conservata alla Galleria Borghese, confrontandola con la raffigurazione visiva del concetto di "Umanesimo Digitale", ci troviamo di fronte alla stessa identica storia, raccontata però in due linguaggi distanti quasi quattro secoli.


Il Momento in cui il Marmo mi ha Parlato

C'è un istante preciso in cui una statua smette di essere pietra e diventa verità. Per me, quell'istante è arrivato davanti a Enea, Anchise e Ascanio di Gian Lorenzo Bernini, 1618-1619, Galleria Borghese, Roma, quando ho realizzato, con una lucidità quasi fisica, che quello che stavo guardando non era mitologia antica. Era una mappa del presente. Era, incredibilmente, la rappresentazione più fedele che abbia mai visto dell'Umanesimo Digitale.

Bernini aveva ventuno anni quando scolpì quel gruppo marmoreo, e già sapeva qualcosa che noi stiamo ancora imparando: che il vero eroismo non è voltarsi indietro, né correre avanti, è avere il coraggio di portare entrambe le direzioni con sé, sulle stesse spalle, nello stesso momento.


La Piramide di Carne che Regge la Storia 

Osservo questa scultura ogni volta che ho bisogno di ritrovare il senso di ciò che faccio. Enea non scappa da Troia con l'oro, non salva i propri averi, non si mette in salvo da solo. Sulle sue spalle muscolose, e Bernini ne ha resa la tensione con una verosimiglianza quasi brutale, grava il corpo del padre Anchise, vecchio, incapace di procedere da solo, custode dei Lari penati, gli dei della famiglia, quei piccoli idoli che nella mano tremante dell'anziano diventano il simbolo di tutto ciò che una civiltà porta con sé quando fugge dall'incendio.

Con la mano libera, Enea stringe quella del piccolo Ascanio, il figlio, il futuro, la promessa.

Tre generazioni in cammino. Una composizione piramidale che è anche, perfettamente, una metafora della nostra condizione digitale.

Il padre: il passato che non possiamo e non dobbiamo abbandonare. Il figlio: il futuro che non possiamo e non dobbiamo tradire. L'adulto nel mezzo: noi, la generazione-ponte, quella che stringe entrambe le mani e avanza comunque, anche sotto il peso combinato della memoria e della responsabilità.

Bernini non stava scolpendo la mitologia. Stava descrivendo esattamente quello che sento ogni volta che apro una classe di formazione digitale con studenti adulti che hanno paura della tecnologia, o ogni volta che aiuto un'istituzione culturale a capire che innovare non significa dimenticare.


Dal Marmo ai Pixel: la Stessa Storia, Due Linguaggi 

Esiste un'immagine che uso spesso nelle mie presentazioni, una grafica contemporanea che porta la scritta Umanesimo Digitale e il sottotitolo "Ogni passo verso il futuro è un atto d'amore verso chi ci ha preceduto". Vi compaiono tre figure in cammino, la stessa composizione di Bernini, ma lo sfondo non è Troia in fiamme: è un ponte tra due mondi.

A sinistra, architetture classiche, colonne, mattoni, la materia del passato. A destra, grattacieli illuminati, luci blu, la geometria del futuro. E in mezzo, una transizione cromatica che mi ha sempre colpito per la sua semplicità disarmante: dal giallo caldo dell'alba storica al blu tecnologico del domani digitale.

Non è una coincidenza estetica. È una scelta narrativa profonda, quasi inconscia, che ricalca esattamente ciò che Bernini fece con il marmo quattrocento anni fa. Il mezzo cambia, pietra, pixel, luce, ma il messaggio è identico: non si costruisce il futuro distruggendo il passato. Lo si costruisce portandolo con sé.


La Tecnologia come Nuova Eneide 

Uno dei pregiudizi più resistenti che incontro nel mio lavoro di digital coach e umanista digitale è questo: che la tecnologia sia per sua natura una forza che spezza, che accelera lasciando indietro chi non ce la fa, che taglia i legami con ciò che eravamo.

Il Bernini di questa statua, e l'immagine dell'Umanesimo Digitale, mi danno ogni volta gli strumenti per smontare questa narrazione.

Enea avrebbe potuto fuggire da solo. Sarebbe stato più rapido, più efficiente, più "performante", diremmo oggi. Invece sceglie il peso. Sceglie la lentezza della cura. Sceglie di rallentare per portare con sé il padre che non cammina e il figlio che ancora non tiene il passo. E proprio in quella scelta, apparentemente svantaggiosa, umanamente costosa, risiede la grandezza dell'azione.

L'Umanesimo Digitale è questa scelta applicata all'innovazione tecnologica. Significa progettare tecnologie che non escludono gli anziani ma li accompagnano. Significa formare le nuove generazioni non solo alle competenze tecniche ma alla coscienza critica. Significa, concretamente, non lanciare un aggiornamento software senza pensare a chi fatica a seguire l'interfaccia, non costruire un algoritmo senza interrogarsi sui suoi effetti sociali, non digitalizzare un archivio culturale senza chiedersi cosa stiamo davvero salvando e perché.

I dati ci parlano chiaro: secondo il Digital Economy and Society Index 2023 della Commissione Europea, il 44% degli adulti europei non possiede competenze digitali di base. In Italia la percentuale è ancora più alta. Non è un problema tecnico, è un problema di cura. È Anchise che nessuno ha ancora caricato sulle spalle.


Il Peso come Privilegio 

C'è un dettaglio della statua che spesso sfugge a uno sguardo frettoloso: Enea non ha un'espressione di martirio. Non soffre visibilmente. La sua postura è faticosa ma dignitosa, il suo passo è deciso. Bernini gli ha regalato un'espressione che io definirei di consapevolezza serena: so cosa sto facendo, so perché lo sto facendo, e questo basta.

È esattamente il tipo di consapevolezza che cerco di trasmettere nei percorsi formativi che conduco: la tecnologia non è un peso da subire né un giocattolo da inseguire. È uno strumento di cura, se la si usa consapevolmente. E usarla consapevolmente significa prima di tutto capire da dove veniamo, le nostre tradizioni culturali, i nostri valori umanistici, la nostra storia, per poter scegliere con precisione dove vogliamo arrivare.

Il digitale non ci chiede di diventare macchine. Ci chiede di rimanere pienamente umani, anche mentre navighiamo l'infosfera. Anzi: ci chiede di essere più umani di prima, proprio perché le macchine si occupano sempre di più di tutto il resto.


Conclusione: L'Amore come Architettura del Progresso 

Bernini ha scolpito la tensione muscolare di Enea per mostrarci che il dovere è fatica e che la fatica, quando è scelta liberamente, è dignità.

L'immagine dell'Umanesimo Digitale ci dice la stessa cosa con altri colori: che portare il passato sulle spalle mentre teniamo per mano il futuro non è un'ingenuità romantica, ma il gesto più strategico e più umano che possiamo compiere in quest'epoca di accelerazione tecnologica senza precedenti.

Ogni passo verso il futuro è un atto d'amore verso chi ci ha preceduto.

Non è uno slogan. È un programma di vita, di lavoro, di progettazione. È la risposta che do ogni volta che qualcuno mi chiede cosa significhi, davvero, fare l'umanista digitale nel 2026.

Significa essere Enea. Con tutta la fatica che questo comporta. E con tutta la bellezza che questa fatica contiene.

Pubblicato il 21 marzo 2026

Franco Bagaglia

Franco Bagaglia / Docente Universitario. Umanesimo Digitale. Specialista formazione e sviluppo AI e competenze digitali presso Acsi Associazione Di Cultura Sport E Tempo Libero

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