Quando ci si comincia a sentire dei dinosauri forse arriva il momento di estinguersi. Così la pensava Demetrio che ormai da parecchio tempo si sentiva un dinosauro. In verità lo era sempre stato se per dinosauro si intende chi non è in sintonia o in linea con i tempi che vive. Sin dall’età della sua ragione infatti Demetrio aveva faticato a riconoscersi nel pensiero dominante dell’epoca che viveva. Ora che ne aveva attraversate parecchie, poteva affermare con certezza di non essere appartenuto a nessuna di esse. Demetrio era uno straniero che non parlava la lingua del suo tempo oppure, per quelli che lo compativano, era unicamente un estraneo. E pur avendo in seguito imparato la lingua non riusciva comunque a comunicare con gli altri, i quali non riuscivano a capirlo, probabilmente per un suo difetto di pronuncia o per il modo in cui sintatticamente costruiva le frasi. Era un fool, un outsider, uno che se non gli tornava una cosa la diceva in faccia piuttosto che metterla in tasca, come facevano in molti. Demetrio era per i suoi interlocutori una scossa sismica mal digerita perché in qualche modo li obbligava a guardarsi dentro, quantomeno per appurare che non ci fossero stati danni, o per verificare se addirittura fosse il caso di procedere ad una ricostruzione. Tutto ciò già a partire dallo smottamento visivo provocato dal suo sguardo penetrante nei confronti del quale non contava più le volte, dall’adolescenza fino ad oggi, in cui si era sentito dire: “Che cazzo guardi?”.
Il suo pensiero era sempre al di là dei margini stabiliti dalle regole comunitarie. Più lontano o più vicino al margine dipendeva dalla situazione e dall’argomento ma il punto era che Demetrio non camminava mai sulla linea tracciata dalla società. Il suo pensiero era una mongolfiera che solcava determinata nei cieli della contemplazione metafisica. Non si opponeva al suo tempo per puro bastiancontrarianesimo, una religione che aveva di contro molti adepti e fedeli. Lo faceva piuttosto, così credeva lui, perché sinceramente aveva la convinzione che la società stesse andando a schiantarsi contro il versante narcisistico della propria identità, avendo abbandonato quello lungo il quale si poteva scalare l’alterità, sia essa umana o della natura, il solo che consentisse di arrivare alla vetta dell’equilibrio cosmico. Secondo lui la società aveva segnalato al proprio server che la realtà e il confronto con l’altro erano spam e non ne voleva più ricevere i necessari stimoli per una vita piena.
Neanche il mero individualismo avrebbe potuto spiegare questa antinomia tra Demetrio e il suo tempo. Al contrario: Demetrio aspirava a trovare nei rapporti con gli altri una congiuntura emotiva che portasse le anime di ciascuno a sovrapporsi fino a mescolarsi in un sentire comune in modo da agire sulla realtà e trasformarla. Nonostante ininterrotti sforzi però non ci era mai riuscito, senza capire veramente perché. Arrivava sempre il momento in cui nel momento di scelte fondamentali o di un salto di qualità, gli istinti egoistici di coloro con i quali interagiva prevalevano, confermandogli la bontà delle teorie di Machiavelli e Hobbes sulla natura umana. E lui no? Non faceva prevalere anche lui il proprio interesse, mostrando una inesistente inclinazione al compromesso? Era certo di no. Per meglio dire, Demetrio era consapevole di non essere propenso al compromesso perché lo riteneva una sconfitta ma non pensava, o forse non se ne rendeva conto, di permettere che il proprio interesse governasse le sue relazioni. Anzi, faceva di tutto per spingerle oltre una opportunistica consumazione e verso una duratura apertura su un valore condiviso. Senza ricorrere a compromessi. Se infatti si passava la vita a compromettersi, quando mai si poteva sperare di affermare la propria verità esistenziale? In quella parola e in quella pratica era insita un’obbligatorietà e una forzatura che cozzavano con il suo fascino per la naturalezza.
Demetrio era un portatore sano di spontaneità, al limite della sfrontatezza che infatti lo rendeva agli occhi degli altri un insolente, e sognava una società dominata da quella propensione perché la natura non era niente altro che quello: spontanea manifestazione di sé. Lo vedeva nei fiori, negli animali, negli astri. Solo gli esseri umani agivano contro natura e nei secoli avevano costruito barriere architettoniche razionali con le quali si erano create delle sovrastrutture mentali che avevano portato al distacco del cordone ombelicale che li legava alla terra. Se l’amore, l’amicizia, l’incontro, la genitorialità, l’educazione non sono spontanei, che valore hanno realmente? Intorno a sé ormai vedeva solamente relazioni fra individui costruite a tavolino secondo modelli numerici e statistici che non oltrepassassero il proprio spazio personale. Relazioni misurate e contate ma che non contavano affatto e di certo non si raccontavano, essendo la narrazione stata rimpiazzata dal voyeurismo e dall’esibizionismo. Non era sempre stato così ovviamente. Quella era una involuzione recente che aveva peggiorato, a suo dire, la situazione. Quando Demetrio era ragazzo ci si poteva ancora parlare e toccare ma anche in quel caso la distonia prima o poi emergeva. Fosse lui allora il problema? La questione allora non era tanto sentirsi un dinosauro: probabilmente Demetrio era davvero un dinosauro catapultato nell’epoca sbagliata per un difetto di reincarnazione.
Insomma Demetrio non applicava un pensiero laterale deliberatamente spiazzante solo per il gusto perverso, che non era il suo, di smontare le certezze altrui. Il tutto nasceva piuttosto da una forma di soccorso verso chi lui credeva fosse in cerca di una direzione nuova da dare alla propria vita oppure dovesse fare i conti con il proprio passato. Rinunciando essi a farlo perché Demetrio sosteneva con Kant che la pigrizia e la codardia fossero i motivi principali per cui la maggioranza delle persone rimanesse in uno stato permanente di negligente immaturità, passando peraltro il resto della vita a lamentarsene senza fare nulla per cambiare. Ma chi era tuttavia lui per giudicare chi fosse o non fosse bisognoso di un tale samaritanesimo? E rispetto alle deficienze di questo mondo, non era un po’ arrogante credere che solo lui fosse consapevole di questa cosa e un po' improbabile che da quando era venuto al mondo non ci fosse stato nemmeno un periodo storico in cui potesse quantomeno identificarsi? Questo pessimismo non era troppo eccessivo e saccente?
Domande che Demetrio si poneva costantemente anche perché quelle domande non erano altro che le accuse che tanti gli avevano mosso nel tempo. E a cui Demetrio aveva risposto sottolineando che non era proprio il solo a pensarla così e che, seppure fosse una minoranza, c’erano filosofi e scrittori (letti da quasi nessuno) e qualche amico che predicavano cose simili. Quanto al pessimismo rispondeva che non si trattava di quello, bensì di cura e interesse per il mondo che abitava, insieme agli altri, per cui sarebbe stato terribile e stupido distruggerlo come si stava facendo.
Dentro di sé però pensava pure che il fatto di porgli quelle domande era la prova provata che lui e la realtà non erano fatti per stare insieme. Due rette parallele senza infinito.
Tutta la sua esistenza era stata uno sfuggire a tutti coloro che lo obbligavano, senza riuscirci, a mettere la sicura alla sua rivoltella eternamente carica di proiettili pronti a centrare il bersaglio. A partire dai suoi genitori che, fino a quando Demetrio non se ne andò finalmente di casa, avevano fatto di tutto per imbavagliare il suo pensiero con il drappo del conformismo. Si dirà che ogni genitore, a partire da Dio, si augura più o meno consciamente che i figli crescano a sua immagine e somiglianza. Ma ricorrere alla scomunica, alle estorsioni affettive o alle punizioni pedagogiche era effettivamente un po’ esagerato. Demetrio non sarebbe mai diventato un chierichetto timoroso di Dio e imbottito di bigotti tranquillanti come desideravano i suoi. Demetrio scoprì presto di possedere nel suo armadio interiore l’abito dello spirito libero e se lo infilò senza mai più toglierselo. Non indossò quel saio per atteggiarsi a ribelle e scapestrato o ritrovarsi rivoluzionario. Lui non aveva bisogno di alterare il suo stato fisico o mentale con stupefacenti o comportamenti sfrenati. Il suo modo di dichiarare il proprio anticonformismo era essere pienamente se stesso e comportarsi in armonia con quello in cui credeva anche quando le sue idee non erano accettate. Mentre gli sembrava che quasi tutti sbarellassero proprio per farsi accettare dagli altri, specialmente quando gli altri non accettavano i loro pensieri. Insomma per Demetrio ci si distingueva maggiormente essendo se stessi piuttosto che trasformandosi in stravaganti fenomeni da baraccone o indossando maschere immerse nella colla dell’ipocrisia.
L’aspetto più pesante della dicotomia esistente fra sé e i suoi genitori erano i cazziatoni subiti da Demetrio, tutti basati sulla falsa proiezione che loro avevano di lui e che li portava a credere che lui fosse chissà quale satanasso. Loro credevano che Demetrio facesse delle cose imperdonabili, dal loro punto di vista, perché la loro visione del figlio non corrispondeva a chi veramente era lui ma a quello che loro erano convinti lui fosse, ovvero un eretico, in particolare modo da quando presero coscienza che non sarebbe mai stato come loro avrebbero desiderato. Come tutte le volte in cui Demetrio si era trovato in situazioni in cui fosse coinvolta almeno un’altra persona, ad esempio per uno screzio, un incidente o simili. Ebbene, invece di prendere le difese del figlio, i suoi genitori credevano automaticamente che il responsabile e il colpevole fosse Demetrio. Più precisamente non poteva essere altro che Demetrio, figlio ingrato.
Oppure quella volta che tornato da una serata fuori casa fu accusato di essersi fumato l’impossibile solo perché i suoi vestiti effettivamente puzzavano di fumo. Avrebbero dovuto sapere i suoi che se c’era una cosa al mondo che lui non sopportasse e che lo faceva stare male a livello respiratorio era proprio il fumo. Avrebbero dovuto fare uno sforzo per guardare oltre il loro sinedrio morale e capire che loro figlio mai avrebbe fatto uso di droghe perché ritenute inutili illusioni autodistruttive. Mentre lui la coscienza voleva proteggerla a tutti i costi. Puzzava di fumo perché tornava da un pub dove quasi tutti intorno a lui fumavano, cosa che detestava in maniera indicibile.
Il pub lo frequentava spesso perché era il ritrovo canonico con i sue due amici storici, Adelmo e Cesare.
Una volta alla settimana si incontravano per lunghissime serate passate a discutere degli intricati reticoli di cui l’esistenza era fatta. Parlavano di argomenti alti e bassi con una facilità e profondità che Demetrio non avrebbe mai più riscontrato negli anni e con altri interlocutori. Che si trattasse dell’esistenza di Dio o del culo della cotta del momento di uno di loro tre, arrivavano a smembrare il soggetto della discussione in punti di vista originali e diversi.
Adelmo era anche chiamato il cinico per la sua visione fredda e distaccata della realtà. Una visione apparentemente anaffettiva che lo portava a sminuire l’aspetto sentimentale delle cose anche se Cesare e Demetrio sapevano bene invece che dentro di sé Adelmo agognava amore più di loro due, a causa di una situazione familiare particolare. Quindi il cinismo era solo una facciata con cui ridere amaramente di ogni cosa per coprire l’ininterrotto piangere interiore per via di un rubinetto lasciato aperto sin dall’infanzia.
Cesare invece veniva da una situazione personale e fisica che lo aveva fatto crescere nella paralizzante paura del rifiuto da parte degli altri. Aveva passato gli anni, e lo faceva ancora, nella ricerca quasi ossessiva di essere accettato da un gruppo e di appartenervi. Non gli bastava avere una mente brillante perché, nella superficialità della loro epoca, che anche Demetrio combatteva aspramente, quasi nessuno ti considerava solo per quello. Anzi nemmeno se le filavano le menti brillanti. Solo l’apparire era degno di valutazione, specie quello che non si faceva troppe domande e si approcciava alla realtà con approssimativa evanescenza e dichiarato amore per sgargianti futilità.
Essendo loro tre delle menti brillanti non fu difficile capire che non avrebbero mai preso la tessera di quel partito unico. Viceversa loro tre in qualche modo si armonizzavano e costituivano un atomo indivisibile.
Si erano ritrovati insieme in classe e da allora non si erano mai lasciati pur attraversando gli inevitabili alti e bassi che anche l’amicizia comporta. In tutti questi anni qualche breve periodo di lontananza c’era stato ma poi tutto si era risolto. Il fatto era però che anche loro due, come altri suoi amici meno indispensabili, si erano per così dire arresi all’imborghesimento e andavano perdendo i guizzi geniali con cui decostruivano l’esistente insieme a Demetrio. Si erano fatti a poco a poco risucchiare dalla subdola società della rappresentazione. Al punto che anche vedersi regolarmente era diventato complicato perché presi, loro, dalle recite quotidiane imposte da un’opprimente e crescente standardizzazione performativa.
Demetrio era molto triste per questo e gli dava un ulteriore motivo, forse decisivo, per estinguersi. Stava perdendo uno dei pochi appigli da afferrare per condividere il senso di quantomeno esserci in questo mondo. Senza quel rinnovo settimanale grazie all’incontro rituale con Adelmo e Cesare, Demetrio si sentiva perennemente scaduto e non poteva muoversi senza la patente di vita. Tempo addietro si erano perfino promessi di fare il giro del mondo assieme ma adesso quel mondo non girava più.
Anche all’università, sia quando presentò il piano di studi che quando consegnò alla relatrice la prima stesura della tesi di laurea, Demetrio visse due momenti di evasione dal carcere preventivo dove lo si voleva confinare.
Riguardo al piano di studi si sentì dire che la scelta degli esami da lui fatta gli avrebbe preclusa la possibilità di insegnare nella scuola in quanto aveva escluso degli esami obbligatori, richiesti dal concorso nazionale che avrebbe dovuto fare, se lo avesse voluto, per accedere alla professione. Demetrio spiegò che gli esami scelti e inseriti nel piano di studi erano quelli che desiderava maggiormente fare perché rispondevano ai suoi desideri e alle sua curiosità intellettuali. Perché avrebbe dovuto rinunciarvi? Solo per conformarsi ad un sistema che chiaramente soffocava la passione? Chiese anche che qualcuno gli desse una delucidazione chiara e solida del motivo per cui, avendo inserito almeno dieci esami di varia letteratura, la sua passione, avesse bisogno dell’esame di geografia per poter insegnare letteratura nella scuola!
Durante l’incontro per la tesi invece il dialogo sfiorò il surreale:
- Lei chi è? – gli chiese la relatrice.
- In che senso scusi?
- Chi si crede di essere?
- Me stesso, Demetrio Pantarei.
- Si lo so. Intendevo dire: Lei è un critico affermato oppure uno storico della letteratura?
- No ma perché?
- Cosa c’è qua dentro? – chiese indicando la tesi.
- La mia tesi. Non è quello che dovevo fare? Ho letto tutti i testi dell’autore scelto e ho presentato la mia tesi, ovvero le mie interpretazioni e le mie idee a riguardo.
- Lo so, l’ho letta. Molto interessante peraltro. Ma non va bene. Lei deve presentare anche le idee di tutti coloro che hanno già scritto articoli e testi sull’autore. E confrontarsi con loro.
Demetrio non potè nascondere la delusione e non tanto perché gli veniva chiesto di confrontarsi con altri. Questa era la parte migliore, quella su cui voleva basare la sua vita. Ci rimase male perché così non era più la sua tesi ma solo un collage di interpretazioni trite e ufficiali che sminuivano la sua. Mal amava gli ingabbiamenti: preferiva di gran lunga la libertà assoluta dei voli pindarici.
Fu dopo quell’incontro che Demetrio sviluppò la teoria che la maggioranza delle persone vuole solo ascoltare dai loro interlocutori quello che si aspetta. Da allora Demetrio evitò quasi sempre questi custodi della minorità. Ritrovandosi solo. Riuscendo peraltro a diventare insegnante anche se non nella scuola pubblica. Lo era tuttora anche se la considerava una professione, guarda caso, estinta. Per lui l’insegnamento era morto perché si era rotta la sacra alleanza tra maestri e allievi. Gli studenti arrivavano in classe già carichi di informazioni e bombardati da sollecitazioni di ogni tipo. Le loro menti non avevano più spazio per immagazzinare ulteriori conoscenze, quelle che il cosiddetto maestro doveva elargire. Non solo, gli insegnanti avevano perso anche quel poco di credibilità e di aura dal momento che non erano più la sorgente della conoscenza. Al giorno d’oggi la fonte a cui abbeverarsi era chiusa all’interno di uno schermo costantemente a portata di mano. Come credere alla parola dell’insegnante se Google aveva già sancito la verità assoluta su un argomento qualsiasi? Demetrio si era reso conto di quanto questo nuovo paradigma impedisse agli insegnanti, quelli che ci credevano davvero, di incidere nella vita dei loro allievi e soprattutto di accendere il fuoco della curiosità in loro perché la legna era regolarmente fradicia. Proprio lui che incideva i nomi dei suoi studenti sul tronco dell’albero della sua vita. Tutti indistintamente, sia quelli che lo apprezzavano sia quelli a cui era indifferente, perché da ognuno aveva imparato qualcosa e per ciascuno aveva dato passione e la disponibilità di farsi tappeto volante per fargli sognare un po'. Anche se dubitava che lo avessero capito e ad ogni modo negli ultimi anni la frattura cognitiva che si era prodotta e che non sapeva come riparare, gli aveva generato la percezione di una grande inadeguatezza. La voragine si allargava ogni giorno di più: insegnare era diventato un parlare muto ad orecchie sorde all’interno dell’aula virtuale dell’incomunicabilità.
Nelle relazioni d’amore infine si era scontrato con il fatto che a lungo andare le sue compagne viravano inevitabilmente verso il desiderio di una tranquillità vissuta dentro un tempo da borghesi, perso a coltivar ninfee, senza mai capire gli uomini e le idee che lui non poteva garantire. Aveva amato, eccome, trovando anche donne brillanti e straordinarie. Aveva imbiancato il loro sorriso con il colore caldo della sua profonda cura. Con un paio di loro non avrebbe avuto nessun problema a passare il resto dei suoi giorni insieme. Se non fosse che entrambe, pur amandone l’intelligenza, la dolcezza, l’umorismo e tante altre cose, non riuscirono a stare con chi viveva senza cravatta perché soffrivano per il fatto di non potergli fare il nodo prima di uscire di casa per un impegno importante.
Era financo arrivato ad ammirare gli amori che non fanno rumore, quelli che trascorrono nel silenzio, privi di intercettazioni ambientali degne di nota. Quelli a cui basta tenersi per mano per camminare la terra, senza mai la pretesa di alzarsi in volo per vedere come è il mondo da lassù. Amori schermati ma senza schermaglie con al collo di ciascun membro della coppia il cartello non disturbare, in nome di un quieto vivere, il solo probabilmente a garantire serenità, se per serenità si intende assenza di una vivace visione del futuro. Per Demetrio invece l’amore, come tutto il resto, doveva essere uno slancio vitale dentro un’esplosione contemporaneamente sensuale ed intellettuale dove elevarsi per raggiungere intime e abissali profondità spirituali.
Aveva creduto all’amore, come tutti che lo declamavano e lo chiamavano a gran voce, salvo poi gettarlo alle ortiche per paura o vigliaccheria. In seguito aveva capito che l’amore è un imbroglio, una narrazione potentissima con cui incartare una mano immaginata favorevole per chiudere la partita della vita, vincendola. Oramai Demetrio sapeva che l’amore è una frattura scomposta che alberga dentro gli esseri umani e di cui rendersi conto solo quando dà dolore. Aveva maturato la convinzione che quando Dio decise di creare l’essere umano venisse da una delusione d’amore. Non si spiegava altrimenti la fragilità dell’essere umano difronte all’amore ma difronte anche a qualsiasi altra cosa. L’essere umano è stato creato con le lacrime di Dio dopo che questi fu travolto dal dolore per un amore finito male. Prova ne era che il settimo giorno si fermò, non per riposarsi come si racconta, ma per tormentarsi rispetto alla cazzata che aveva fatto e pentirsene. Ma era troppo tardi. Da allora ogni essere umano che incontra l’amore non fa che replicare questa impossibilità di compimento: essendo fatti di lacrime prima o dopo arriva il momento in cui si asciugano. Altrimenti detto l’amore non è altro che la maledizione di Dio scagliata contro gli esseri umani per non essere riuscito, lui, a vivere fino in fondo la sua storia di amore. Dopotutto non siamo che un dispetto divino.
Che fossero sentimenti o riflessioni Demetrio era tipo da solida tangibilità e non da promiscua e indeterminata liquidità come gli sembrava si fosse trasformato il tutto. La realtà contactless e distante non faceva per lui. Se nella prima parte della sua vita il problema era stato trovare sintonia e corrispondenza nelle relazioni con gli altri, nella seconda parte la difficoltà stava nel trovare proprio le relazioni stesse, nella misura in cui gli altri erano evanescenti e disinteressati individui che facevano riferimento solo a se stessi, fermi cioè in sé stessi e perciò privi di spirito. Demetrio registrava con tristezza come l’intensificazione narcisistica della percezione aveva portato alla scomparsa dello sguardo e dell’altro al punto tale che non c’era più nessuno che gli gridava: “Che cazzo guardi?”. Non perché lui non guardasse più, anzi, ma perché nessuno si accorgeva più di essere guardato, essendo gli occhi intrappolati nelle sabbie mobili del digitale. Dover rimpiangere quel rimprovero dava la misura di come stavano le cose. Non era solo un’umanità distratta, era anche un’umanità distorta alla quale Demetrio avrebbe voluto finalmente lui gridare: “Perché cazzo non guardi?”. E non certo perché guardasse lui ma affinché guardasse intorno a sé, soprattutto osservasse i danni che aveva fatto. A Demetrio pareva che l’umanità avesse perso la capacità di guardare, ma anche quella di fare buon uso di tutti gli altri sensi avuti in dote. Poteva sembrare paradossale visto che si era circondati di immagini dalla mattina alla sera e che la realtà era diventata un’anonima casa degli specchi nel luna park digitale. Invece proprio quella incessante esposizione aveva accecato le retine anche perché tutte quelle windows davano sul cortile del nulla.
Senza più nemmeno l’impatto del suo sguardo a Demetrio non restava altro che estinguersi davvero. Guardare era il suo modo di presentarsi, niente aveva più senso senza poterlo fare o senza che nessuno, come era il caso, se ne accorgesse.
C’era solo un modo per estinguersi ma non sapeva se ne avrebbe avuto il coraggio. Ci pensò lungamente e alla fine si decise. Era un pomeriggio di marzo nei giorni in cui di solito si incomincia ad intravedere la natura che si risveglia. Demetrio sperava, più che altro sognava, che dopo l’estinzione anche lui si sarebbe risvegliato. In un tempo che lo capisse e al quale potere appartenere. Un tempo da prendere per mano e che fosse grato di essere guardato.
Entrò in camera e chiuse la porta a chiave. Passarono molti minuti. Minuti di riflessioni interminabili, tanto per cambiare. Alla fine uscì dalla camera, mezzo spaventato e mezzo interdetto. Gli era sopraggiunto un pensiero assurdo che lo aveva fatto desistere: “E se una volta estinto incontrassi Dio che mi chiedesse - che cazzo guardi?”. Si disse che non avrebbe saputo resistere a quello svelamento e perciò avrebbe fatto il dinosauro ancora per un po'.