Go down

La distanza tecnica può essere breve ma la distanza filosofica è abissale. Vivremo in un mondo dove l’individuo potrebbe essere progressivamente interpretato attraverso il suo modello, non viceversa. E questo il mondo che vogliamo lasciare in eredità?


Fermate il mondo, voglio scendere.” Era una vecchia pubblicità della metà degli anni Settanta, se la memoria mi aiuta, ma che molti di voi ricorderanno. Sarà che in quegli anni ero un ragazzo per cui il mondo mi sembrava anche lento ma che oggi, alla luce di quanto si legge ogni giorno, questo amarcord diventi quasi un auspicio… fa riflettere.

Al contempo mi ritorna sempre in mente un vecchio adagio, citato da Andreotti, anche qui se la memoria non mi inganna, che recitava “a pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si indovina.”

Queste due piccole e innocue citazioni torneranno utili per comprendere meglio l’articolo. Ma procediamo per gradi partendo da alcune informazioni/notizie facilmente reperibili su tutti i siti istituzionali:

  1. Dall’Internet delle cose (Internet of Things) all’Internet dei corpi (Internet of Bodies) e dei comportamenti (Internet of Behaviors)
  2. Il progetto Hexa-X, finanziato dall’UE definisce il 6G come un “fabric of key enablers”, ovvero (tessuto di fattori abilitanti chiave)
  3. L’iniziativa europea per i gemelli digitali del 19 dicembre 2025

Ma quali connessioni attivano questi tre argomenti che, tra di loro, sembrerebbero scollegati? E’ la riflessione che provo ad esplicitare partendo dalla consapevolezza (i tre progetti hanno come orizzonte temporale il 2030) che, comunque sia, si prospetta un radicale cambio di paradigma sociale con strumenti di controllo tecnocratico, al contempo, privi di una regolamentazione politica ferrea.

La storia parte da lontano, non molto per la verità, ma già nel 2012, il professor Gote Nyman ha coniato il termine Internet of Behaviours (IoB) per descrivere una rete in cui i modelli comportamentali avrebbero avuto un indirizzo IoB allo stesso modo in cui ogni dispositivo possiede un indirizzo IP nell’Internet of Things (IoT). Nei fatti, dunque, oggetti fisici (quindi il mondo reale) interconnessi, tramite una rete (attenzione perché al punto n.2 si parla di tessuto e non di rete) a oggetti digitali che raccolgono e scambiano informazioni tramite Internet, collegando tali dati a specifici comportamenti umani misurati o inferiti. Questo sistema è stato inserito nel Top Strategic Technology Trends per il 2021.

Ad una lettura superficiale si potrebbe obiettare, però, che non c’è alcuna differenza tra L’Internet delle cose (IoT) e l’Internet dei comportamenti (IoB) e che, ad esempio, la pubblicità comportamentale già traccia il comportamento umano per mostrare annunci personalizzati, così come le tecnologie Bluetooth e Wi-Fi sono utilizzate nei centri commerciali per influenzare i comportamenti dei potenziali acquirenti e con l’obiettivo di migliorare le strategie di marketing.

Non è proprio così perché l’IoT presenta dei limiti (come il 5G che analizzo in seguito); l’IoB tramite un approccio olistico consente, invece di integrare tutte queste tecnologie ed è in grado di seguire la vita e i comportamenti delle persone ogniqualvolta sia possibile misurare la loro interazione con gli oggetti digitali o fisici che le circondano o con cui interagiscono. I dati raccolti possono essere interpretati da una prospettiva psicologica e sociologica umana e, soprattutto, come utilizzare tale comprensione per influenzare o modificare il comportamento umano per vari scopi, che vanno dagli interessi commerciali alle politiche pubbliche. L’IoB quindi potrebbe identificare tutti i comportamenti dai più semplici, ad esempio quante volte ci si lava le mani, a quelli più complessi come il mancato rispetto di limitazioni o politiche restrittive, attivando avvisi sullo schermo più vicino.

Non è questa la sede per discorsi tecnici ma sicuramente tali dispositivi includono identificatori (ad esempio indirizzi IP, MAC o email) che rendono possibile collegare, profilare e identificare gli individui; la raccolta dei dati avviene in modo continuo e invisibile (come nel caso delle telecamere di sorveglianza) e gli strumenti per esercitare il controllo sul trattamento dei dati sono limitati.

Questa idea è sicuramente piaciuta ai tecnocrati tanto che nel dicembre 2020 (chissà perché sempre a dicembre si fanno certe cose), a pandemia ancora in corso, l’Unione Europea ha varato il progetto Hexa-X (sono coinvolte molte aziende europee e anche Università); in quell’occasione Peter Vetter, Direttore Access and Devices Research, Nokia Bell Labs, dichiarò:

“Anche se il 5G ha ancora molto da offrire con la diffusione dei nuovi standard, stiamo già esplorando il 6G nel nostro laboratorio di ricerca. Nell’era del 6G vedremo applicazioni che non solo connetteranno gli esseri umani con le macchine, ma collegheranno anche gli esseri umani con il mondo digitale. Una connessione così sicura e privata può essere utilizzata per la prevenzione sanitaria o anche per creare una rete 6G con un sesto senso, in grado di comprendere intuitivamente le nostre intenzioni, rendendo le nostre interazioni con il mondo fisico più efficaci e anticipando le nostre esigenze, migliorando così la nostra produttività.”

Sui siti delle aziende coinvolte e dell’Unione Europea la transizione tecnologica verso il 6G, prevista indicativamente per il 2030, viene descritta non come un semplice incremento di velocità rispetto al 5G, ma come un radicale cambio di paradigma sociale. Se il 5G è definito come l’Internet delle Cose (Internet of Things), ovvero la connessione tra oggetti e dispositivi esterni, il 6G viene presentato come l’Internet dei Corpi (Internet of Bodies) e dei Comportamenti (Internet of Behaviors): una infrastruttura capace di connettere direttamente il corpo umano, i suoi parametri vitali e le sue azioni

Il passaggio chiave è il cosiddetto superamento della barriera dei liquidi; il 5G incontra limiti fisici significativi: è ostacolato dall’acqua e da barriere naturali e non penetra in profondità nel sottosuolo.

Qui ci torna utile il vecchio adagio citato in premessa, ovvero il pensar male… il 6G, sarebbe progettato per oltrepassare gli ostacoli liquidi e poiché il corpo umano è composto prevalentemente di liquidi, questa capacità potrebbe consentire alle connessioni di entrare all’interno dell’organismo, trasformando la rete da sistema di comunicazione esterno a struttura capace di interagire con la materia biologica. Mentre il 5G consente una visione esterna, il 6G renderebbe possibile una visione interna, con il monitoraggio di organi, flussi sanguigni e stati di salute.

Ma come poi praticamente tutto questo verrebbe attuato? Lo scrivono spudoratamente sui loro siti: questa integrazione si articola attraverso le cosiddette 4-I, ovvero Impiantabili (microchip sottocutanei), Iniettabili (microbot o sostanze introdotte tramite siringa), Ingeribili (pillole digitali in grado di trasmettere dati), Indossabili (occhiali intelligenti o abiti dotati di sensori biometrici).

Finita qua? Assolutamente no perché l’Internet dei Corpi si fonda sull’integrazione di sensori (che inviano dati verso l’esterno) e attuatori (che eseguono comandi provenienti dall’esterno) nel corpo umano e, poiché il sistema genererebbe una quantità enorme di dati, la gestione sarebbe inevitabilmente affidata all’intelligenza artificiale, rendendo il legame tra 6G e IA strutturale.

E Raymond Kurzweil era il folle visionario... quando nel 2005 scrisse La singolarità è vicina; tanti di noi erano rimasti all’idea che fosse lo smartphone a controllarci e che con lo scandalo Echelon (fine anni '90-2001) avessimo toccato il fondo.

Ma come si dice al peggio non c’è mai fine perché entro il 2030 lo smartphone non sarebbe più lo strumento principale ma verrebbe sostituito da dispositivi integrati nel corpo o da strumenti come occhiali a realtà aumentata dotati di telecamere interne ed esterne capaci di rilevare espressioni, emozioni e stai d’animo.

Steve Jobs, altro visionario, presentando l’IPhone, definì questa tecnologia come il prolungamento dei nostri sensi; oggi potremmo definirla come un medium attraverso il quale impareremo a vedere e interpretare il mondo. La tecnologia, dunque, non è più solo uno strumento al nostro servizio, ma una parte integrante del nostro essere, una dimensione che ci definisce e ci configura in modi che stanno prepotentemente sfuggendo al nostro controllo.

Sul piano infrastrutturale, infine, viene introdotto il concetto di fabric of key enablers, un tessuto di abilitatori chiave, che richiama esplicitamente il paradigma del cittadino come sensore attivo della società; in parole semplici diventeremo le antenne e, al tempo stesso, i terminali di una architettura stratificata e pervasiva: satelliti in orbita, dirigibili e mongolfiere ancorate a terra, droni al guinzaglio fissati sui tetti degli edifici. Queste strutture fungerebbero da ponte tra spazio e suolo, permettendo al segnale di essere ricevuto direttamente dai dispositivi personali o integrati nel corpo, senza necessità di antenne fisse come nei sistemi attuali. L’obiettivo dichiarato è creare un tessuto onnipresente e a maglie molto strette, capace di garantire copertura continua e superare i limiti fisici delle reti precedenti.

Alla luce di quanto finora riportato si evince, chiaramente, che siamo oltre il concetto di privacy come lo abbiamo finora interpretato; il corpo, ultima frontiera inviolabile, potrebbe essere analizzabile dall’interno, anche senza piena consapevolezza del soggetto e, attraverso interfacce cervello-computer e sensori biometrici, la sorveglianza potrebbe estendersi a emozioni, stati d’animo e, potenzialmente, pensieri, eliminando del tutto il concetto di inviolabilità biologica.

Senza contare anche il controllo sociale e politico: l’Internet dei Comportamenti potrebbe consentire il monitoraggio in tempo reale delle azioni quotidiane. E di questi giorni il no del CEO di Anthropic (Claude), Dario Amodei, a cedere la propria tecnologia al Pentagono per scopi militari e la sorveglianza di massa in USA, mentre Open AI ha dato il suo benestare. I tanto democratici europei, però, non sono da meno perché nei loro documenti parlano del 6G come strumento per mitigare le sfide alla democrazia, sollevando interrogativi sull’uso della sorveglianza di massa come risposta alla sfiducia sociale.

Infine un concetto ormai quasi in disuso: la sovranità. Si, perché sia l’architettura strutturale che gli stessi individui, dotati di sensori e attuatori, diventerebbero, di fatto, recettori nelle mani di grandi entità private straniere. Sicuramente ci verrà presentato come la panacea di tutti i mali del mondo, come inevitabile progresso al servizio dell’uomo, come progresso medico e innovazione ma gli interrogativi che emergono sono, a dir poco, inquietanti.

Per non farci mancare nulla, il 15 dicembre 2025 l’Unione Europea, complice l’approssimarsi delle festività per cui la notizia è passata sotto traccia, pubblica sui suoi siti quanto segue:

“L'iniziativa europea per i gemelli umani virtuali sostiene l'emergere e l'adozione della prossima generazione di soluzioni per i gemelli umani virtuali nel settore sanitario e dell'assistenza. Che cosa è un gemello umano virtuale? E’ un'iniziativa faro nell'ambito della strategia Applica l'IA, che accelera l'innovazione, la medicina personalizzata e l'assistenza sanitaria. La Commissione ha investito oltre 100 milioni di EUR in questa iniziativa…Un gemello umano virtuale (VHT) è una rappresentazione digitale di uno stato di salute o malattia umana. Nel documento si legge anche questo: Gli esempi includono l'implementazione di sperimentazioni cliniche per farmaci e dispositivi, la formazione medica, la pianificazione degli interventi chirurgici e molti altri potenziali casi d'uso in ambienti del mondo virtuale...”

Sicuramente questa iniziativa europea sui Virtual Human Twins (VHT) si colloca formalmente nel perimetro della sanità digitale e della medicina personalizzata; modelli computazionali capaci di rappresentare cellule, tessuti, organi o sistemi, simulando l’evoluzione di uno stato patologico. Inoltre potremmo definire tutto questo con il generico termine di progresso e, certamente, i VHT daranno benefici alla medicina.

Fin qui Nulla questio ma, come sempre, c’è un ma, anzi più di uno: perché il documento si preoccupa di specificare che sul piano tecnico non si tratta di copie dell’individuo, ma di modelli predittivi multilivello che integrano dati clinici, fisiologia computazionale e Machine Learning per migliorare diagnosi, sperimentazioni cliniche e pianificazione terapeutica? Perché precisare che i VHT appaiono come una prosecuzione coerente della razionalizzazione moderna della medicina ovvero misurare, prevedere…?”

Serve un ultimo step di informazione: il transumanesimo e per comprenderlo nel suo significato più profondo, però, occorre inserirlo in una traiettoria storica più ampia.

Dalla rivoluzione scientifica in poi, l’Occidente ha progressivamente trasformato il corpo in oggetto di calcolo. Cartesio separa res cogitans e res extensa; la medicina moderna scompone l’organismo in organi, funzioni, parametri; Michel Foucault ha mostrato come, tra XVIII e XIX secolo, nasca una bio-politica in cui la vita biologica diventa oggetto di governo. I VHT rappresentano un ulteriore passo in questa linea: non più soltanto osservazione e statistica della popolazione, ma simulazione individuale, personalizzata, dinamica dove il corpo diventa ambiente computazionale.

 Parallelamente, tra la fine del Novecento e l’inizio del XXI secolo, si sviluppa un immaginario diverso ma contiguo: quello della singolarità tecnologica e del transumanesimo. Vernor Vinge e Ray Kurzweil ipotizzano un punto in cui l’intelligenza artificiale supererà la capacità umana di controllo; Max More teorizza il potenziamento radicale dell’umano; Max Tegmark descrive il passaggio dalla vita biologica (1.0) alla vita culturale (2.0) fino a una vita tecnologica (3.0) capace di riprogettare il proprio hardware e, in questo orizzonte, interfacce neurali, biohacking, nootropi e nanotecnologie non mirano solo alla cura, ma al superamento dei limiti biologici.

Il tempo presente, segnato dall’intelligenza artificiale e dalla crescente computazione della vita, non impone necessariamente il superamento dell’umano; impone però una riflessione sulla forma di razionalità che stiamo adottando: se il corpo diventa dato e la salute simulazione, occorre interrogarsi su quale idea di persona vogliamo preservare. La sfida non è arrestare l’innovazione, ma impedirne la trasformazione inconsapevole in paradigma totalizzante.

 Qui emerge la riflessione centrale: siamo di fronte a una continuità della modernità o a un salto ontologico? Le tecnologie non sono neutre: inserite in sistemi sociali complessi, producono esiti imprevedibili. In questo senso, un gemello virtuale può essere strumento di emancipazione terapeutica; ma, in altri contesti istituzionali, potrebbe diventare dispositivo assicurativo, selettivo, persino di sorveglianza di massa. Al contempo, la singolarità potrebbe non essere un’esplosione di intelligenza artificiale, ma una trasformazione silenziosa delle categorie con cui definiamo vita, normalità e rischio.

Le cose ci vengono dette ma non le vogliamo ascoltare. Ray Kurzweil, ha sostenuto che l’interazione tra genetica, nanotecnologie e robotica porterà già dal 2030 alla creazione di individui ibridi: esseri umani potenziati da nanobot nel sangue, capaci di rafforzare il sistema immunitario e di collegare la neocorteccia al cloud, ampliando l’intelligenza umana, una direzione già intrapresa da Elon Musk con Neuralink. 

Peter Vetter ha affermato che il 6G non si limiterà a connettere esseri umani e macchine, ma collegherà direttamente gli esseri umani al mondo digitale, rendendo possibili applicazioni in ambito sanitario, sistemi capaci di comprendere le intenzioni e interazioni più intuitive tra individuo e ambiente tecnologico. La prospettiva indicata non è quella di una semplice evoluzione di velocità o latenza, ma di una trasformazione qualitativa del rapporto tra rete e persona.

La traiettoria sembra tracciata: una ridefinizione antropologica mascherata da massimizzazione infrastrutturale (6G) e ottimizzazione clinica (VHT). Percorsi diversi, tecnologico (6G), sanitario (VHT), antropologico (transumanesimo), ma fine ultimo uguale per tutti; sociologicamente, tutti questi progetti partecipano a un medesimo processo ovvero la progressiva traduzione della vita in informazione. Il corpo non è più solo organismo, ma flusso di dati; la salute non è solo esperienza vissuta, ma simulazione anticipata; l’identità stessa tende a essere pensata come profilo computazionale.

La distanza tecnica può essere breve ma la distanza filosofica è abissale. Vivremo in un mondo dove l’individuo potrebbe essere progressivamente interpretato attraverso il suo modello, non viceversa. E questo il mondo che vogliamo lasciare in eredità?

Pubblicato il 01 marzo 2026

Luigi Russo

Luigi Russo / Autore, Saggista - Etica dell’AI - Gruppo BNP Paribas