Go down

L'intelligenza artificiale non ha rubato la creatività collettiva. Ha occupato un vuoto che il Covid, lo smart working e la call-culture avevano già creato. Ma il surrogato funziona abbastanza bene da far dimenticare quello che manca davvero.


Una quindicina di anni fa, con un gruppo di amici, abbiamo fondato un gruppo musicale e teatrale di omaggio ai Beatles: I Beatles a Roma. Il dato toponomastico è un dettaglio importante, perché a Roma le cose si fanno sempre con un misto di ambizione e improvvisazione che altrove sarebbe inconcepibile. Non era solo musica: facevamo spettacoli che erano anche teatro, e per costruirli ci mettevamo settimane. Riunioni, discussioni, idee buttate sul tavolo e smontate, qualcuno che si incazzava, qualcuno che difendeva una scena con le unghie. Alla fine la sintesi la facevo quasi sempre io, il testo, il copione, poi qualcun altro ci rimetteva le mani, e lo spettacolo veniva fuori così, da quel casino.

È così che si facevano le cose, allora. Non solo gli spettacoli, tutto. Un progetto, una strategia, un'idea per un cliente: ti sedevi in una stanza con altre persone, buttavi fuori quello che avevi in testa, qualcuno lo demoliva, qualcun altro ci costruiva sopra, e alla fine veniva fuori qualcosa che nessuno dei presenti avrebbe prodotto da solo. Era lento, era faticoso, era spesso una rottura di palle. E non sempre funzionava, anzi. Per ogni confronto che faceva crescere un'idea, ce n'erano tre in cui qualcuno diceva no per il gusto di dire no, difendeva il suo territorio, rompeva i coglioni per principio. O non diceva nulla e faceva roteare le sue parole nel vuoto. Perché il confronto tra esseri umani non è automaticamente produttivo. Alle volte è solo vanità travestita da opinione. Ma lo spazio per provarci esisteva.

Poi è arrivato il Covid, il lockdown, e dopo il lockdown lo smart working e le call. E quello spazio è (quasi) sparito. Non è stato sostituito da qualcosa di peggiore, è stato proprio spazzato via. Le call sono operative: ci si collega, si dice quello che c'è da dire, ci si scollega. Il tempo morto in cui nascevano le idee, il prima, il dopo, il fuori tema, le cazzate dette andando a prendere il caffè, tutto cancellato. E nessuno se ne è accorto davvero, perché il lavoro continuava a farsi, i progetti andavano avanti, i numeri tornavano. Solo che il pensiero si era impoverito, e non c'era nessun indicatore che lo misurasse, se non un senso di malcelato ma inespresso disagio.

In questo vuoto è arrivata l'intelligenza artificiale. Mica è stata colpa sua. Il vuoto lo ha trovato già fatto e ci si è installata dentro. Le persone avevano smesso di confrontarsi, di far circolare le idee in modo disordinato e fertile già da un po', e a un certo punto si sono trovate davanti uno strumento che faceva qualcosa di simile: tu gli dici una cosa, lui te la restituisce con più facce, apre percorsi che da solo non avresti visto, ti rimanda indietro le tue idee amplificate. Non ti dà ragione (anche se il più delle volte lo fa) né (quasi mai) torto. Ma moltiplica tantissimo: un'idea entra, torna con più facce, apre percorsi che da soli non si sarebbero visti. Non è un giudizio, è un'impalcatura temporanea che permette di costruire più in alto.

Ma devo essere onesto, qui, perché la tentazione di fermarmi a questa descrizione e farne un elogio è forte. Il processo moltiplicativo funziona, funziona davvero, ci si scrivono libri, ci si sviluppano strategie, ci si costruisce pensiero. Ma purtroppo moltiplicare non significa andare sempre nella direzione giusta. Senza un riscontro esterno, senza qualcuno che abbia qualcosa da perdere e ti dica "così non funziona" con convinzione propria, la moltiplicazione può diventare una spirale chiusa. Produci complessità, coerenza interna, percorsi che si tengono benissimo in piedi, e nessuno di quei percorsi ha mai visto la luce del sole. Una biblioteca senza finestre: scaffali infiniti, perfettamente ordinati, e nessun contatto con l'esterno.

Intanto i critici più attenti dell'AI dicono che l'intelligenza artificiale sta impoverendo la capacità umana di pensare, di confrontarsi, di crescere attraverso il disaccordo. È una critica seria e in astratto questi critici hanno ragione. Ma è una critica che manca il bersaglio, perché presuppone che il confronto umano autentico sia ancora lì, disponibile, e che le persone stiano scegliendo l'IA al suo posto. Per la maggior parte delle persone quel confronto non c'è più. Chi non usa l'intelligenza artificiale non sta vivendo in un mondo di dialogo collettivo preservato: sta vivendo nello stesso vuoto, solo senza niente che lo riempia.

La critica più onesta riguarda allora il rischio che il surrogato renda confortevole e permanente un isolamento che dovrebbe restare scomodo. Che tolga l'urgenza di ricostruire quello che si è perso, perché il sostituto è abbastanza buono da non far sentire abbastanza il dolore della solitudine.

Il confronto autentico con qualcuno che ha una visione propria e il coraggio di difenderla resta insostituibile (al netto dei rompicoglioni). L'intelligenza artificiale non lo simula, fa un'altra cosa. E quell'altra cosa ha un valore reale.

Ma il problema di fondo rimane: forse dovremmo capire come ricostruire quello che il surrogato ha sostituito, ma che era già sparito da un po'.

Pubblicato il 31 marzo 2026

Martino Pirella

Martino Pirella / Consulente e formatore AI

https://martinopirella.com