Il latino imprehendere ci parla del prehendere –‘afferrare’, ‘mettere le mani’ su qualcosa, idea connessa con quella di preda–, e allo stesso tempo, attraverso l’in-, fa riferimento all’‘introdursi’, al moto verso l’interno, al moto dall’alto in basso.
Guido Guinizelli –bolognese, giudice di professione, uomo politico, poeta– attorno alla metà del 1200 parla di impresa come ‘opera o azione che si comincia o che si ha in animo di fare’.
In francese già a partire dal 1100, si usava il verbo entreprendre, per ‘attaccare’, ‘tentare di sedurre o convincere’ (“entreprendre une femme”). E dal 1200, più o meno come in italiano, entreprise ha un generico significato di ‘disegno’, ‘progetto’, ‘opera’, ‘affare’. Dal francese l’inglese enterprise: siamo sempre in un terreno che sta tra l’‘audace impresa’ e il ‘farsi carico’; ma l’espressione fatica ad affermarsi, rispetto ad altre più pregnanti: daring spirit, bold undertaking.
Solo nel 1600 entreprise assume chiaramente il senso di ‘opération de commerce’, e si prende a chiamare entrepreneur la ‘persona che si incarica dell’esecuzione di un lavoro’. Entreprenueur arriva pari pari in inglese 1800, quando anche da noi si inizia a usare con precisione imprenditore: “chi imprende lavori a fare per altri a compenso pattuito, ci guadagni o ci perda” (Niccolò Tommaseo).
Intanto il teatro italiano –con il melodramma e la commedia dell’arte– ha avuto successo in tutta Europa. Entra in uso così all’inizio del 1700, con un esplicito riferimento al mondo teatrale, impresario. Pochi anni e parola italiana è accolta nel francese e nell’inglese.
Schiacciata da altre di uso più comune –tra le altre: businessman, undertaker, contractor– l’espressione entrepreneur si afferma in inglese solo tra il 1940 e il 1950, quando Joseph A. Schumpeter, economista emigrato dalla Mittel-Europa negli Stati Uniti, scrive i fondamentali saggi che fanno dell’imprenditore, innovatore capace di risposte creative ad ogni avversità, l’eroe del capitalismo contrapposto al socialismo.
Ma forse chi meglio ci fa capire di cosa stiamo parlando è Konstantin Sergeevič Stanislavskij (1863-1938). Russo, cresciuto in una famiglia di imprenditori, regista e impresario. Sosteneva che la forza del teatro sta nel “collettivo artistico”. Dove il “lavoro creativo unisce in un unico fine armonico poeti, artisti, registi, musicisti, ballerini, comparse, scenografi, elettricisti, costumisti”. Difficile trova una migliore definizione di impresa.